venerdì 12 agosto 2011

L'albero globalizzato

Sbircio gli ultimi aggiornamenti da Wall Street e intanto mi chiedo quando mai mi era importato qualcosa di Wall Street, dove di mio non ho investito neanche un hot-dog. Ma non ho tempo per rispondermi: abbiamo un problema a Parigi, scricchiolano i titoli di Stato francesi e capisco che è una bruttissima notizia anche per me, che non sono francese e ignoro come sia fatto un titolo di Stato francese. E Francoforte? Tutto bene lassù, fratelli? Cercate di tenere duro almeno voi. Già che ci sono, mando un sms a un amico di Londra per sincerarmi che i coetanei incappucciati di Harry Potter non gli abbiano ancora devastato il tinello e completo il giro del mondo in ottanta ansie con un pensiero per la Norvegia: il fascista paranoico è sempre sepolto in galera, vero? Rientrato mentalmente a casa, mi precipito sulle immagini dei tg dedicate alla riunione di palazzo Chigi: fanno un po’ meno paura. So che quelle decine di persone stipate in una stanza arroventata mi daranno nei prossimi giorni qualche dispiacere, ma sarà comunque un pizzicotto, rispetto a ciò che potrebbe arrivarmi addosso dal resto del pianeta.

Questa estate Fine di Mondo sta trasformando la globalizzazione da un blabla di banchieri in una realtà che percepisco fin dentro le ossa. Per ora solo come un’esperienza negativa, ma la prima esperienza di qualcosa è spesso negativa. Comincio faticosamente a capire che non vivo più su un alberello isolato e protetto dal filo spinato, ma che sono seduto su uno dei tanti rami di un unico albero sconquassato dai venti. Giuro che proverò a ricordarmene anche quando la tempesta sarà passata.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

domenica 7 agosto 2011

Il dilemma del Narciso

Noi siamo liberali

Preghiamo

Ho implorato un amico della redazione economica di spiegarmi che cosa sta succedendo. «Hai presente Wile Coyote sull’orlo del precipizio, quando si aggrappa a una roccia che fra un attimo si sgretolerà? Ecco, Wile Coyote siamo noi». Non ho avuto il coraggio di chiedergli chi è Beep Beep. Mi sono invece tuffato fra le agenzie di stampa, alla ricerca di qualcuno che mi rassicurasse sulla solidità della roccia. 1. L’ufficio banalità della Casa Bianca: «I mercati salgono e scendono». 2. L’euro-banchiere Trichet, quello col carisma di una gelatina alla frutta: «In Europa non c’è la decrescita, ma la decelerazione della crescita». 3. Il presidente del Consiglio, in conferenza stampa: «Le azioni Mediaset sono solide, se avessi dei risparmi li investirei lì». 4. Il presidente di un ente pubblico (il governo) invita i suoi associati (gli italiani) a comprare azioni di un’azienda privata di sua proprietà (mi scuso per la ripetizione, ma è come con l’ipnosi: la prima volta uno non riesce a crederci). 5. Il ministro della Chiarezza, Sacconi: «Di fronte a una giornata di tempesta dei mercati finanziari e mobiliari, l’Italia nella sua convergente dimensione istituzionale, economica e sociale vuole rispondere all’instabilità globale accompagnando il percorso di disciplina di bilancio già delineato con la maggiore crescita». 6. La vicepresidente della Compagnia di San Paolo, suor Giuliana: «A questo punto non ci resta che pregare».

L’unica ad avere una strategia mi sembra suor Giuliana.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

giovedì 28 luglio 2011

In galera!!!

Sono stato male interpretato. Ecco, se ne sentiva la mancanza di questa frase. Ieri un parlamentare europeo, uno degli esponenti più conosciuti di un partito che governa l’Italia - Mario Borghezio, Lega Nord - ha goffamente inviato le sue scuse alla Norvegia dopo che in una trasmissione radiofonica aveva spiegato di condividere al cento per cento le idee di Breivik, l’uomo che ha compiuto la strage a Oslo e nell’Isola di Utoya. Anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini, aveva definito «farneticanti» le affermazioni di Borghezio e lo aveva invitato a scusarsi con il popolo norvegese. Borghezio ieri lo ha fatto, ma a modo suo. Malgrado in ogni secondo si possano ascoltare le sue frasi su Youtube, Borghezio non ha affermato «scusate, ho detto una sciocchezza», «scusate, mi sono spiegato male», «scusate, forse era meglio se mi stavo zitto, provavo a non seminare altro odio e a rispettare maggiormente le vittime di questa immane tragedia». No, per scusarsi, ha sostenuto che le sue frasi sono state «illegittimamente travisate». Da chi? Da Youtube? Qui il problema non è il multiculturalismo. Qui il problema è la monocultura di chi non riesce, almeno quello, neppure a scusarsi davvero.

di Mauro Evangelisti; Il Messaggero

domenica 24 luglio 2011

R.I.P.

Gran Circo Bossi

Lo Zeligoverno continua imperterrito, come diceva Albertone nostro nella parte di Mario Pio. Il ministro Calderoli ha detto che i ministeri vanno decentrati, perché quello dell’agricoltura al centro di Roma è un controsenso, come lo sarebbe quello del lavoro a Napoli dove non saprebbero di cosa si parla. A proposito di lavorare: il ministro Bossi ha risposto a chi gli chiedeva del rimpasto “facci andare in vacanza, lascia stare il rimpasto”, versione postmoderna del ragazzo-lasciami-lavorare o del non-disturbate-il-manovratore che si leggeva sul tramvetto della Stefer.

di Piero Mei; Il Messaggero

La strage di Oslo

Poco prima dell’alba gli elicotteri volano bassi sul sottile specchio d’acqua che divide il paese di Sundvollen dal paradiso perduto di Utoya. I motori dei Sea King, che trasportano medici e infermieri, martellano l’aria col loro ritmo inquietante.

Su piccole barche bianche i pescatori e i volontari arrivati dai villaggi richiamati dal tam tam di Internet illuminano il profilo scuro del mare, ripercorrendo avanti e indietro gli ottocento metri che dividono le due coste. Recuperano i corpi che galleggiano sulla superficie. Maschere sfigurate, la pelle bianca, le spalle e la schiena bucate dalle pallottole. Ci sono brandelli di vestiti ovunque. Scarpe. Camicie. Cinture. Jeans. Genitori schiacciati dall’angoscia attendono notizie al Sundvollen Hotel, punto di raccolta degli scampati. Le grida sono continue. Una donna sviene. Un’altra vomita appoggiata a una panchina. Fa freddo, c’è un vento infido. La Norvegia scopre che cosa significa confrontarsi con l’Apocalisse.

Alle dieci del mattino il calcolo dei morti si fermerà a 85. Ne verranno altri. Ammazzati uno a uno. Come cani. Peggio dei cani. Colpiti, abbattuti, e spesso finiti con un secondo colpo in pieno volto dal delirio nazista di Anders Behring Breivik, 32 anni, single, esaltato ultranazionalista norvegese di buona famiglia, imprenditore agricolo e oltranzista cristiano capace di scatenare la devastante onda d’urto della sua intransigente mediocrità. Prima l’autobomba di Oslo. Poi il tiro al bersaglio con le armi automatiche nella trappola di Utoya. Raffiche da cinque, dieci colpi consecutivi.

Con una freddezza e un’indifferenza disumane.

Uno dei sopravvissuti, Edvn Rindhal, studente di Trondheim, racconterà di averlo sentito gridare: «Bastardi, vi uccido tutti, non avete diritto di stare al mondo». Così è cominciato il macello. L’eliminazione fisica di un gruppo di ragazzi tra i 16 e i 25 anni riuniti a Utoya per l’annuale meeting dei giovani laburisti.

Pulizia etnica

Nell’isola gli ospiti sono 560. Hanno piantato le loro tende nel parco da due giorni. Falò, notti passate suonando la chitarra e cantando vecchi inni della classe operaia, seminari sulle opportunità del Paese, progetti, sfide a pallavolo, un torneo di calcio. Una tradizione che dura da sessant’anni, un appuntamento imperdibile, su un’isola fatata e maledetta grande meno di un chilometro quadrato regalata al partito nel 1950. È lì, in mezzo alla foresta dei pini, che il centrosinistra forma la sua classe dirigente. La fonte dell’eterna giovinezza progressista. Il primo ministro Jens Stoltenberg ha passato qui ogni estate a partire dal 1979. «Qualcuno ha trasformato il paradiso della mia gioventù in un inferno. Ma neppure questo gesto riuscirà a cambiare la disponibilità della nostra nazione verso il resto del mondo».

Breivik, ossessionato dall’invasione islamica, dalla fusione delle razze, dalla trasformazione del sangue scandinavo in un miscuglio che gli dà il voltastomaco, vuole azzerare la prossima generazione di leader norvegesi. Colpire il sistema al cuore. Una carneficina immaginata come una pulizia etnica. «Una persona con un ideale ha la stessa forza di centomila che pensano solo ai propri affari», aveva scritto il 17 luglio su Facebook. La Lacoste blu, il colletto sollevato, il sorriso debole di un uomo ormai incapace di reggere il patetico scheletro della sua solitudine senza scampo.

Forse aveva un complice. Un uomo di cui parlano alcune testimonianze. Lui, interrogato ieri per tutto il giorno, nega. «Ero solo. Volevo fare della Norvegia un posto migliore. Possibile che nessuno si vergogni di quello che siamo diventati?».

«Sparava alla testa»

Alle quattro di notte una luce debole scava l’orizzonte. I corpi speciali setacciano l’isola di Utoya alla ricerca dei dispersi. Usano i cani. La zona è transennata. Un pescatore grida. L’acqua ha restituito un corpo. È un ragazzo moro, con una camicia gialla e due buchi nella schiena. Colpito alle spalle. Lo adagiano in un sacco trasparente. Chiudono la lampo.

Simen Branden Mortensen, guardiano del campeggio, racconta che Breivik si era presentato vestito da poliziotto a metà pomeriggio. «Mi ha detto: sono qui per controlli di routine dopo la bomba di Oslo. Mi ha fatto vedere un documento d’identità. Gli ho procurato una barca e l’ho mandato sull’isola. Dopo meno di cinque minuti ho sentito gli spari. Non me lo perdono».

Piove sempre più forte. Davanti al Sundvollen Hotel Elise, 15 anni, si nasconde sotto il cappuccio di una felpa rossa. Ha grandi occhi disperati. Trema. Ma non vuole andare in camera. «Voglio sentire che sono ancora viva». Come molti suoi amici è andata incontro all’assassino considerandolo un amico. Breivik richiamava la loro attenzione. «Ragazzi, venite qui, vi devo parlare». Un poliziotto norvegese non poteva essere un pericolo. «Invece ha estratto le armi da un sacca e ha sparato. Io sono fuggita. E mentre mi giravo ho visto che finiva un ragazzo ferito a terra. Gli ha appoggiato la pistola alla tempia. Gli ha fatto saltare la testa». Un incubo. Centinaia di colpi, una fuga collettiva verso nessun luogo. Il carosello dell’orrore. Dai cellulari e dai personal computer partono centinaia di richieste d’aiuto. «Fate presto. È pieno di morti». Qualcuno sale sugli alberi, molti si precipitano verso il mare. Elise si nasconde dietro una roccia. Chiama casa. «Papà mi detto: stai tranquilla, spegni il telefono e non farti sentire. Togliti la giacca colorata. Arriviamo. Stavo per scoppiare a piangere, ma mi sono bloccata perché ho visto i piedi dell’assassino spuntare sopra la mia testa. Era salito sulla roccia che avevo scelto come riparo. Guardava il mare e sparava. Mi sembrava di impazzire».

I colpi, l’acqua gelata, la paura, i vestiti pesanti e una costa troppo lontana risucchiano molte vite. Jorgen Benone dice che lui ha scelto una roccia perché anche le barche gli sembravano sospette. «Era un poliziotto che ci stava aggredendo. Ho pensato a un commando. Magari era arrivato proprio dall’acqua». Eskil Norgren non sa più dove è sua figlia. «Mi ha chiamato: papà scappo a nuoto. Le ho detto: no, l’acqua è gelata e saresti un bersaglio facile. Nasconditi nel bosco. Lei mi ha detto: va bene. Non ho più saputo nulla. Ma aspetto. So che tornerà». La polizia prova a stilare un primo elenco dei morti. Ci vorranno giorni per il bilancio definitivo. Sono troppi i ragazzi sfigurati, irriconoscibili.

«Diceva pietà, l’ha finita»

La mattanza dura 30 minuti. Tanto ci vuole prima che le squadre speciali sbarchino sull’isola. «Per noi era impossibile immaginare una cosa del genere. Non qui. Non in Norvegia», dice in lacrime il capo della polizia. Adrian Precon, una barba sottile che fatica ad arrampicarsi sul viso bambino, non riesce a smettere di strapparsi ciocche di capelli. Ha il busto fasciato. «Ho pensato: un norvegese non può uccidere altri norvegesi. Quando ho realizzato che mi aveva puntato la pistola contro ho cominciato a correre. Mi ha colpito alla spalla. Sono caduto a terra. Mi sono finto morto. Lui mi è passato vicino e non ha finito il lavoro. Credo che il freddo che ho addosso non se ne andrà mai più».

La sua amica Alyssa si è messa in ginocchio davanti a Anders Behring Breivik. L’ha implorato. «Ti prego. Sono giovane». Breivik le ha scaricato una raffica addosso. Poi ha calpestato una fila di cadaveri. Quando le guardie speciali lo hanno circondato ha buttato a terra le armi e si è consegnato senza fare resistenza. Sulla faccia aveva una smorfia malata. Ha offerto le mani alle manette e ha detto calmo: «Ho fatto quello che dovevo. Adesso vi spiego tutto».

di Andrea Malaguti; LA STAMPA

Tutti hanno diritto ad un faccendiere

martedì 12 luglio 2011

Il mondo è bello perché è vario

Ritorna prepotente la discussione sulla nuova legge elettorale. Farla o non farla? E se sì, quale? Naturalmente Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione simpatizzano per il proporzionale alla tedesca, nel Pd i più sono favorevoli a un modello ungherese su cui non sappiamo dettagliarvi, però Pannella con Parisi vuole il sistema francese con collegi uninominali, mentre Tremonti con Calderoli intende conservare il Porcellum. E Berlusconi? Lui domenica, a villa La Certosa, con un paio di amiche ha saggiato il doppio turno alla sarda.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Svergognati ipocriti

Sibari, che chiede di diventare capoluogo vantandosi di produrre «l'agrume migliore del mondo, le clementine», può tornare a sperare. E così Breno, 5.014 abitanti, capitale dei Camuni e della Valcamonica. E con loro Cassino e Guidonia, Busto Arsizio e Nola, Pinerolo e Melfi e tutte le altre aspiranti metropoli che sognano di avere finalmente lo status: cos'hanno meno di Tortolì e Lanusei, che capoluoghi già sono?
La bocciatura alla Camera della proposta di legge costituzionale per sopprimere le Province è il via libera ai cattivi pensieri e alle piccole megalomanie coltivate dai notabili locali. E a un nuovo incremento di quegli enti che già un secolo fa l'allora sindaco di Milano Emilio Caldara bollava come «buoni solo per i manicomi e per le strade», ma che da 59 che erano nel 1861 (il criterio era semplice: ciascuna doveva poter essere attraversata in una giornata di cavallo) sono via via saliti a 110. Garantendo oggi 40 poltrone presidenziali al Pd, 36 al Pdl, 13 alla Lega, 5 all'Udc, 2 a Mpa e Margherita e così via.
Dicono oggi quanti hanno votato contro la proposta dipietrista (leghisti e pidiellini, con molte dissociazioni) o l'hanno affossata astenendosi (i democratici, nonostante i «malpancisti») che non si possono affrontare questi temi con l'accetta, che occorre riflettere sui vuoti che si creerebbero, che è necessario stare alla larga dalle «tirate demagogiche» e così via... Insomma: pazienza. Tutti argomenti seri se questi pensosi statisti non li avessero già svuotati in decennali bla-bla.
Soppresse già alla Costituente dalla Commissione dei 75, ma resuscitate dall'Assemblea in attesa delle Regioni, le Province avevano quella data di scadenza: il 1970. Ma quando le Regioni arrivarono, Ugo La Malfa invocò inutilmente la soppressione dei «doppioni»: il Parlamento decise di aspettare il consolidamento dei nuovi enti. Campa cavallo... Quarant'anni dopo, non c'è occasione in cui il problema non sia affrontato con il rinvio a un «ridisegno complessivo», a una «riscrittura delle competenze», a una «grande riforma» che tenga dentro tutto.
Basti rileggere quanto decise la Camera il 12 ottobre 2009 quando finalmente, per la cocciutaggine di Massimo Donadi e dell'Italia dei Valori, l'abolizione delle Province, sventolata in campagna elettorale da Silvio Berlusconi e, sia pure con accenti diversi, da Walter Veltroni, arrivò finalmente in Aula. La delibera di Montecitorio diceva che la riforma degli enti locali era «urgente e necessaria al fine di rimuovere la giungla amministrativa e di ridurre i costi della politica», denunciava la «proliferazione di innumerevoli enti» e «un intreccio inestricabile di funzioni che genera inefficienza e rende difficile la decisione amministrativa» e rinviava tutto al sorgere del mitico sole dell'avvenire berlusconian-federalista. E cioè alla «imminente presentazione di un disegno di legge recante la Carta delle autonomie locali».
Da allora sono passati, inutilmente, altri due lunghi anni e mentre la crisi azzannava i cittadini, gli artigiani, le piccole e grandi imprese causando crolli apocalittici, disperazione e suicidi, i palazzi del potere davano qui una sforbiciatina del tre per cento, lì del tre per mille. E quelle epocali riforme che dovevano ridisegnare tutto per restituire al Paese la forza, l'efficienza, la stima in un classe dirigente credibile, tutte cose necessarie per affrontare questi tempi bui, dove sono? Sempre lì torniamo: taglia taglia, hanno tagliato i tagli.
 
di Gian Antonio Stella; IL CORRIERE DELLA SERA

martedì 21 giugno 2011

Tutto si spiega

Che paura

Guai a tremare davanti a Bossi, che fa il lanzichenecco e tenta un nuovo sacco di Roma, agitando uno spadone di latta e una fifa blu (anzi verde) di non beccare più un voto neppure negli alpeggi più hard. Infischiarsene del leghista Salvini che fa il duro, e annuncia che l’Italia intera deve obbedire alla loro pretesa di spostare i ministeri da Roma, altrimenti... «Altrimenti c’arrabbiamo», dice il capetto lumbard, citando il titolo del celebre film di Bud Spencer e Terence Hill.

Replicare con una risatona, possibilmente farcita di alitate alla coda alla vaccinara o alla pajata, come quella che la Polverini ha fatto mangiare lo scorso anno al Senatur imboccandolo come un infante munito di cravatta verde al posto del bavaglino, di fronte a Calderoli che va in giro esponendo una targa di ottone con su scritto il nuovo indirizzo del ministero della semplificazione legislativa. Ossia il suo giochetto personale, a spese pubbliche, che da Roma dovrebbe finire in qualche sperduto caseggiato di Monza (e comunque non lo rimpiangeremo).

Ecco, occorre essere superiori e gradassi al cospetto delle sparate anti-romane dei lumbard. Perchè resta valido e sacrosanto quel grido che un bottegaio di via Cavour, anni fa, uscendo dal suo negozio e imbattendosi in una sfilata leghista per le vie dell’Urbe, lanciò contro i manifestanti: «Ao, quando voi vivevate ancora sugli alberi, noi quaggiù eravamo già gay!».

di Mario D'Ajello; Il Messaggero

Elefantino delirante

«Il problema non è nelle quattro fesserie che si sono detti al telefono gli attori dell’ultimo teatrino detto della P4. Il problema è che la politica è così debole e divisa da non riuscire a impedire lo scandalo infinito delle retate telefoniche». Sono vent’anni che Giuliano Ferrara scrive in ottimo italiano lo stesso articolo (le righe succitate sono apparse domenica sul Giornale). Vent’anni - in realtà molti di più, considerando il periodo comunista - che questo prete spretato del Potere, allergico alla spiritualità quanto affascinato dal carisma sgangherato dei leader, sostiene che lo scandalo non sono i maneggioni, ma il racconto dei loro maneggi. La politica non deve essere onesta. Deve essere forte. E’ solo quando perde forza che diventa pericolosa. Non quando fornisce cattivi esempi a una società che le fa la morale, ma fa di tutto per assomigliarle. La politica non sbaglia a essere turpe. Sbaglia quando consente ad altri di giudicare la propria turpitudine. I potenti rubano, trafficano, vanno a supermignotte. E’ nella loro natura di predatori. Sarebbe meglio se lo facessero con più stile. Ma tant’è. L’importante è che suppliscano al disprezzo per le regole con l’energia vitale. Ai barbari non si chiede di rispettare le convenzioni, ma di fondare imperi.

Fine del «bignamino» di Ferrara, almeno nell’interpretazione di un pericoloso seguace del partito d’Azione. A cui però hanno insegnato che la politica può essere anche altro. Tensione morale, slancio di giustizia. Poiché agisce nel mondo, spesso ha le mani impolverate. Ma allora se le sciacqua, invece di incolpare il sapone.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Forza, a casa!!!

E' un complotto

No, questo è troppo. Anche per chi lo considera il principale responsabile del rimbecillimento televisivo di alcune generazioni di italiani, il trattamento che il vecchio attore a fine carriera Silvio Berlusconi sta riservando a se stesso è quasi straziante. Dopo aver incolpato Crozza per la sconfitta ai referendum, ieri ha telefonato a un convegno di italoamericani in Calabria presieduto dal fido onorevole Nucara. «Pronto?». La sua voce tristemente allegra ha echeggiato nella sala sgombra. Se n’erano già andati via tutti. Rimaneva solo un drappello di tecnici addetti allo smontaggio, che lo hanno sentito predicare il suo verbo berluscottimista in un deserto di sedie vuote, fili penzolanti e luci ormai spente. Richiamati precipitosamente dal buffet, il Nucara e un riccone italoamericano sono andati al telefono per ringraziare il vecchio attore e illuderlo che dietro di loro ci fosse un pubblico adorante in ascolto. Lui di rimando ha salutato le sedie ricoperte di panno bianco: «Viva gli Stati Uniti d’America, viva la Calabria, viva l’Italia!» e mentre un tecnico sghignazzava con scarso ritegno, io davanti alla tv ho sentito una stretta al cuore.
Per scongiurare la malinconia che mi procurano le uscite di scena ritardate (ricordo Maradona in campo col panzone) ho aperto l’Antologia di Spoon River in cerca dei versi giusti. «Andatevene dalla stanza se perdete, andatevene quando il vostro tempo è finito. E’ vile sedersi e brancicare le carte, e maledire le perdite con occhi cerchiati, piagnucolando per tentare ancora».

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 14 giugno 2011

Tutti e nessuno

Chi ha perso? Berlusconi, Bossi, l’idea che il Privato sia sempre e comunque meglio del Pubblico, i telegiornali di regime che hanno cercato di abrogare i referendum dalla testa degli spettatori. Chi ha vinto? Una rabbia e una speranza indefinite, il Noi che torna dopo tanto tempo a prevalere sull’Io, migliaia di cittadini riuniti nelle nuove famiglie elettroniche dei social network, dove si va a votare perché ti ha informato l’amico e non il partito. Tra i due elenchi, una differenza salta subito agli occhi. In quello degli sconfitti ci sono dei leader (ancorché anziani), mentre fra i vincitori nemmeno uno. Poteva esserlo Di Pietro, ma è stato abbastanza furbo da fare un passo indietro. Vorrebbe esserlo Bersani, ma appena ha provato a intestarsi il trionfo è stato zittito dal resto della compagnia.

La verità è che se pensi al referendum sul divorzio ti viene in mente Pannella. Se pensi a quelli sulla partitocrazia, Mariotto Segni. Invece le vittorie su acqua, nucleare e legittimo impedimento non possono essere collegate a nessun politico. Al massimo a Celentano e Santoro.

Di solito sono le sconfitte a non avere padri. Ma qui sta succedendo il contrario. Prima le elezioni amministrative di Milano e Napoli hanno premiato due eretici. E adesso i referendum, vinti da cittadini che sono tornati a credere nella politica, ma non nei politici. Un movimento di massa sganciato dai partiti, che sancisce il declino dei due capi-popolo più potenti dell’ultimo ventennio, ma non incorona nessuno al posto loro, perché in nessuno riconosce una figura davvero estranea alla Casta.
Questo movimento è un magma rovente che si condenserà in qualcosa di inedito o di antico, ma solo a patto di incontrare qualcuno capace di dargli uno sbocco. Veniamo da anni di personalizzazione eccessiva, dove ai leader si è voluto delegare anche troppo, trattandoli come anfore luminescenti nelle quali versare tutte le nostre aspettative e i nostri pensieri migliori (o peggiori). Un meccanismo tipico dell’innamoramento. A cui hanno fatto seguito, come in tanti innamoramenti, le montagne russe della delusione trasmutata in rabbia, poi in nausea e infine in una fuga percorsa da volontà di riscossa. Ma non si può restare orfani di padre troppo a lungo. Ogni mutazione sociale ha bisogno di interpreti forti. E perché avvenga dentro i canoni della democrazia, richiede da questi interpreti qualità non solo carismatiche, ma di sostanza: la competenza, la sobrietà, il demone del riformismo. Quel talento del vero leader che consiste nell’anticipare i bisogni profondi dei cittadini, anziché inseguirli lungo la china demagogica dei sondaggi. La fine sfilacciata ma inesorabile del berlusconismo sorprende l’Italia senza padri, a destra e a sinistra. Magari il futuro prossimo ci riserva personalità ancora ignote o sotto traccia. Ma per il momento l’ironia della sorte è che i nomi più appetibili sul mercato - da Casini a Matteo Renzi a Rosi Bindi - sono tutti democristiani. Come se questo Paese non potesse essere nient’altro, nel bene e nel male.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

lunedì 13 giugno 2011

Sarebbe bello

Che bellezza indire un referendum abrogativo per il TG1... Tutti in vacanza gratis! Grazie alla generosità della nuova agenzia di viaggi Minzolini. Niente quorum? Pazienza. Non si può mica avere l'uovo, la gallina e il culo caldo.

...Anche con Lei

Questione di quorum

Gli editti bulgari valgono sempre.

Lei non so chi sono io... o forse sì

Poiché cercava di entrare all’hotel Suvretta di St. Moritz, dove si teneva l’annuale e segretissima riunione del club Bilderberg, Mario Borghezio è stato malmenato dalla polizia, schedato e condotto alla frontiera. «Sono europarlamentare!», ha protestato. Quando gli hanno fatto notare che la Svizzera non è nell’UE, ha aggiunto: «Non è una buona ragione per trattarmi da extracomunitario... adesso i no global mi sono più simpatici». I no global ricambiano: anche a loro, adesso, sono più simpatici gli sbirri.

di Mattia Feltri, LA STAMPA

giovedì 9 giugno 2011

Senza scampo...

Se non ti sposti ci pensa Lei.

Dannato T9

Maledetto telefonino! Maledetti messaggini! Li sapete voi i guai che combina la scrittura veloce? Bene, ecco l’ultimo esempio: mi chiedono di intervistare Marcello Dell’Utri. Lo chiamo e lui, gentilissimo come sempre, declina invitandomi a ricontattarlo per sms di lì a qualche giorno. Alla data prestabilita gli scrivo: «Caro senatore, eravamo d’accordo che ci saremmo sentiti oggi». Silenzio. Nessuna risposta. Provo a chiamare una volta, due volte, niente. Ricontrollo il sms è che c’è scritto? «Caro senatore, eravamo d’accordo che ci saremmo pentiti oggi».

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Prima o poi s'incazza anche lui

Speriamo bene... comunque vada

No alla meritocrazia

Niente vacanze

L’altra sera, guardando Ballarò, mi sono stropicciato gli occhi. L’ecologista Bonelli e il liberista Giannino discutevano di referendum. Ma non come accade di solito in tv. Quei due sapevano di cosa stavano parlando. Tanto da sollevarsi dal tema specifico, l’acqua, alle grandi questioni ideali: quando il Pubblico non funziona, è meglio cambiare il Pubblico o cedere il passo al Privato? Questa è la politica che mi piace. E perciò ho la massima stima di chi domenica e lunedì voterà Sì come Bonelli o No come Giannino. Merita rispetto anche chi si asterrà per disinteresse, sebbene il nucleare, la gestione di un bene primario come l’acqua e l’uguaglianza davanti alla legge siano questioni su cui ogni cittadino dovrebbe cercare di formarsi un’opinione.

Chi invece non sopporto sono gli astenuti biforcuti. Quelli interessati ai referendum. Interessatissimi. Ma che proprio per questo, dopo aver cercato di vanificarli spingendoli alla soglia dell’estate, si asterranno al puro scopo di farli fallire. Per giustificarsi, costoro tirano in ballo la volontà dei Padri Costituenti. Ma chiunque vada a rileggersi i lavori preparatori della Costituzione scoprirà che il quorum del 50% degli aventi diritto al voto fu inserito come clausola di autodifesa contro i referendum di scarsa presa popolare, non come trappola per consentire ai contrari di truccarsi da disinteressati. Questa gherminella viene usata solo in Italia. Ed è anche per infliggere una lezione a certi azzeccagarbugli da strapazzo che domenica e lunedì non andrò al mare.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 7 giugno 2011

Quote

A quanto è data la vittoria del sì nel referendum
contro il calcio scommesse?

Viva Cavour

Il tessitore dell'Italia unita moriva il 6 giugno di 150 anni fa.
Un formidabile testimonial del riformismo liberale
A quattordici anni avevo tre poster nella stanza: Pulici, i Genesis e il conte di Cavour. Qualcuno troverà innaturale l’innamoramento di un adolescente per un professionista della politica, per di più di idee liberali. I giovani dovrebbero ergere a proprio modello i rivoluzionari e concordare con Dumas, l’inventore dei Tre moschettieri : «Che posso farci con Cavour, io? Cavour è un grande uomo di Stato, un politico consumato, un uomo di genio. Più in gamba di Garibaldi, ma non porta la camicia rossa, lui! Garibaldi è un pazzo, uno sciocco, ma uno sciocco eroico: ci intenderemo benissimo».

Invece la mia indole garibaldina rimase sedotta da Cavour. Forse per la legge degli opposti. O forse perché Cavour è un personaggio romantico che per esserlo non ha bisogno di lanciare proclami da un cavallo bianco. La mia fascinazione fu in gran parte determinata dalla lettura delle sue «bravate» giovanili.

Il disprezzo con cui accolse la nomina a paggio di Carlo Alberto («Non vedo l’ora di togliermi di dosso questa livrea da gambero») e la descrizione che di lui diede il padre, il marchese Michele, in una lettera alla moglie: «Nostro figlio è un ben curioso tipo. Anzitutto, ha così onorato la mensa: grossa scodella di zuppa, due belle cotolette, un piatto di lesso, un beccaccino, riso, patate, fagiolini, uva e caffè. Non c’è stato modo di fargli mangiar altro! Dopodiché mi ha recitato parecchi canti di Dante e le canzoni di Petrarca, passeggiando a grandi passi in vestaglia con le mani affondate nelle tasche». Mi catturò questa bulimia del vivere, la ricerca spasmodica di emozioni forti che farà di lui uno scommettitore spregiudicato, un viaggiatore infaticabile e un amante smanioso di conquiste ma incapace di amori profondi, perché la quiete in cui crescono i sentimenti autentici si scontrava con il perpetuo bisogno d’azione che in lui fungeva da antidoto alla depressione.

Mi identificai con questa sua tara psicologica e ancora oggi, quando salgo al Monte dei Cappuccini per rimirare il panorama di Torino, il pensiero corre al giovane Cavour che non vede sbocchi per il suo talento in un Piemonte asfittico e reazionario, e al culmine di una giornata di pensieri cupi si affaccia al bastione per gettarsi nel vuoto, trattenuto a stento da un cappuccino, fra Valeriano. Che un frate abbia salvato la vita al futuro mangiapreti mi è sempre sembrata un’ironia della Provvidenza. Non nego che da ragazzo il suo anticlericalismo (abbinato però a un grande rispetto per la spiritualità) abbia contribuito a farmi innamorare di lui. Lessi l’articolo del Risorgimento in cui l’ormai quarantenne Cavour raccontava la scena del ricatto subìto sul letto di morte dal suo amico del cuore, Santorre di Santarosa, al quale il prete negò l’estrema unzione, subordinandola all’abiura delle leggi Siccardi. Erano leggi civili, che abolivano odiosi privilegi ecclesiastici nel campo della giustizia e del fisco. Il 7 marzo 1850, il deputato Camillo Cavour le appoggiò alla Camera con un discorso magistrale: «Gli abusi vanno riformati in tempi pacifici, prima che ci vengano imposti dai partiti estremi. Le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano, invece di crescere la forza dello spirito rivoluzionario, lo riducono all’impotenza». Era ed è il manifesto del riformismo: l’unica ricetta di progresso sociale possibile, perciò osteggiata dai reazionari che non vogliono cambiare nulla e dai massimalisti che, per la smania di cambiar tutto, finiscono sempre per fare il gioco dei reazionari.

Emozionarsi per il riformismo a vent’anni ha qualcosa di mostruoso, lo ammetto. Ma la colpa o il merito erano di quel formidabile «testimonial». Cavour non era un parolaio né un utopista. Ma quanto coraggio e quanta passione vibravano nella sua politica economica liberale, che abolì i dazi e indebitò lo Stato per costruire infrastrutture all’avanguardia e promuovere consumi e investimenti, proiettando il Piemonte nel futuro. E quanto genio e quanta visione nella sua politica estera. Fu abbastanza sognatore da immaginare l’Italia (almeno quella del Nord) e abbastanza pragmatico per capire che non potevamo costruirla solo con le nostre forze, come avrebbe voluto Mazzini. Così curò il suo alleato, Napoleone III, lo compiacque nelle smanie cospiratrici, nei viziettid’alcova e finanche nei disegni dinastici, obbligando Vittorio Emanuele II, pover’uomo, a concedere in sposa la renitente figlioletta Clotilde a un parente dell’imperatore. Ecco, se Cavour aveva un difetto, era di essere disposto a sacrificare tutto, compresi gli affetti, agli interessi supremi dello Stato. Ma siamo sicuri che per un politico sia un difetto?

È più semplice innamorarsi di un Garibaldi, di un Braveheart, di un Che Guevara. Ma Cavour è l’Utopia che scende sulla Terra e si fa carne, progetto concreto. È l’eterno bambino che quando gli annunciano che l’Austria ha abboccato al suo bluff e ci ha dichiarato guerra (facendo così scattare la clausola di mutuo soccorso con la Francia) incomincia a saltellare per la stanza, cantando una romanza e steccandola maledettamente. È il despota collerico che, dopo l’armistizio di Villafranca che concede al Piemonte la sola Lombardia, implora Vittorio Emanuele di non firmare e, di fronte alle resistenze del sovrano, gli grida: «Sono io il vero Re!» e se ne va sbattendo la porta.

Non mi fu facile da ragazzo, e non lo è nemmeno oggi, digerire la spregiudicatezza con cui il Conte scalò la presidenza del Consiglio, segando la poltrona su cui stava seduto quel gentiluomo di Massimo D’Azeglio, che pure lo aveva voluto al governo come ministro dell’Agricoltura («Ch’a stago sicur che côl lì, an poch temp, an lo fica an’t el pronio a tuti», «state sicuri che quello lì in poco tempo lo metterà in quel posto a tutti», profetizzò allora il Re, che non lo amò mai, ma seppe intuirne il talento). Anche l’idea del Connubio, l’accordo con la sinistra moderata di Rattazzi, fa storcere la bocca ai puristi, che vi vedono l’archetipo degli «inciuci» parlamentari che da 150 anni sono la nostra croce. Eppure c’è una differenza fondamentale tra Cavour e i suoi pallidi successori. In lui la manovra politica non era mai un fine, ma un mezzo per perseguire obiettivi più grandi, che trascendevano la sua ambizione personale. Il Conte aveva un progetto. E sono i progetti a distinguere gli statisti dai politicanti. «Noi abbiamo fatto l’Italia. E la cosa va», disse sul letto di morte. Una morte prematura, a soli 51 anni. Il triste finale di una storia che rileggo ogni anno nella speranza infantile di un colpo di scena: che Cavour guarisca e, 150 anni dopo aver fatto l’Italia, ci aiuti a fare gli italiani. Lui che di italiano non aveva nulla, se non il genio, se non il cuore.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

mercoledì 1 giugno 2011

Votate tutti per lei

Re qualunquista

«Ha vinto il Sistema. Quello che ti fa scendere in piazza perché hai vinto tu, ma alla fine vince sempre lui… Il Sistema ha liquidato Berlusconi e deve presentare nuove facce per non essere travolto». L’ultimo monologo di Grillo, «L’Italia di Pisapippa», non rappresenta una novità. La novità è la reazione dei seguaci, che stavolta si sono ribellati al verbo qualunquista: per i suoi toni gratuitamente volgari («e se cominciassimo a chiamarti Beppe Grullo?», gli ha scritto uno), ma soprattutto perché «Pisapippa» lo hanno votato e tifato anche loro.

Mi rifiuto di credere che Grillo parli male del nuovo sindaco di Milano per invidia da soubrette. Ma mi chiedo e gli chiedo che senso abbia mettere sempre tutti sullo stesso piano, Bush e Obama, Borghezio e Vendola, Berlusconi e i critici di Berlusconi. Come se chiunque entri nel teatrone della politica senza il suo «placet» faccia automaticamente parte dell’Impero delle Multinazionali che affamano i popoli per ingrassare gli squali della finanza. Grillo riconoscerà che i suoi argomenti sono gli stessi che portarono i terroristi rossi a sparare, e a sparare proprio contro quei riformisti che il Sistema cercavano di cambiarlo nell’unico modo possibile: un po’ alla volta, dall’interno. Gli suggerisco di andarsi a leggere il più commovente discorso politico di tutti i tempi (almeno per me). Quello in cui Cavour sostiene che le comunità umane sopravvivono se sanno autoriformarsi di continuo nella libertà, rimanendo insensibili alla seduzione esercitata da due scorciatoie ingannevoli: conservazione e rivoluzione.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Ciao Silvio

Oh cara Letizia Brichetto Arnaboldi, che tranvata!

venerdì 27 maggio 2011

Meditate, gente, meditate (almeno con il senno di poi)

Una genialata di Roberto Placido,
vicepresidente del Consiglio regionale piemontese.

martedì 24 maggio 2011

Le pagelle di Gene

http://www.youtube.com/watch?v=yw3bwbwL46w&feature=relmfu

Realpolitik

E’ un vero peccato che la campagna elettorale per il ballottaggio a sindaco di Milano si sia conclusa con una settimana d’anticipo e con un risultato a sorpresa: Letizia Moratti ha perso, ma non è stata sconfitta dal suo competitore Giuliano Pisapia, ma da se stessa. Perché potrà anche riuscire a compiere l’impresa disperata di superare il candidato del centrosinistra, lunedì prossimo, ma a un prezzo che non bisognerebbe mai accettare di pagare, quello di rinnegare il proprio passato politico, le scelte programmatiche fatte e tante volte rivendicate, i valori in cui si è creduto o si è detto di credere e, soprattutto, tradendo la fiducia di coloro che per quei valori l’hanno eletta a loro rappresentante.

I segnali di fastidio e di distacco con i quali i moderati milanesi avevano risposto, col risultato del primo turno, ai toni estremistici e spregiudicati usati dalla candidata di Berlusconi e Bossi alla rielezione a sindaco di Milano, evidentemente, non sono bastati.

Così la Moratti, in questi giorni, ha inanellato una serie di promesse demagogiche che non solo contraddicono le decisioni più significative del suo precedente mandato, ma assumono caratteristiche che, nei cittadini più anziani, ricordano le scarpe spaiate offerte da Achille Lauro ai napoletani degli Anni 50 e, in quelli più giovani, i mirabolanti impegni elettorali dell’Antonio Albanese di «Qualunquemente».

L’Ecopass, la Ztl, le strisce blu e gialle sulle strade di Milano sono il segno più visibile e concreto della passata amministrazione milanese. Decisioni discutibili, certo, ma che sono nate dalla consapevolezza dei problemi d’inquinamento ambientale e di mobilità urbana nel centro storico. Ora, con una contraddizione clamorosa rispetto alle intenzioni dichiarate dalla Moratti, quelle di «raccontare ai cittadini le tante cose buone fatte a Milano», il sindaco uscente le rinnega. Con la sconcertante promessa di condonare le multe dei milanesi che hanno violato le disposizioni da lei stessa impartite.

Quale opinione la Moratti pensa possano avere di questi atteggiamenti proprio quegli elettori moderati che, fedeli al principio del rispetto della «legge e dell’ordine», hanno osservato le regole? A quale Milano si rivolge? Non crede di offendere, così, l’onestà e il civismo dei suoi concittadini? Soprattutto non ritiene di offendere se stessa, il suo passato di impegno pubblico, dalla presidenza Rai al ministero dell’Istruzione? Compiti svolti con risultati controversi, ma sempre con dignità e mai segnati da cotanto cinismo politico.

E’ con amarezza che occorre constatare l’impossibilità di assistere a una battaglia elettorale, a Milano, come si poteva prevedere: tra un galantuomo garantista di sinistra come Pisapia e una gentildonna di destra come la Moratti. E questa volta, non si può essere così ipocriti e falsamente equidistanti da non segnalare per colpa di chi un clima di civile competizione sia stato compromesso. Con altrettanta amarezza dispiace come la grande tradizione liberale, moderata e anche conservatrice di Milano si possa sentire abbandonata. Un passato che ricorda figure di cattolici come Filippo Meda, Gallarati Scotti, Giuseppe Toniolo, e di laici come Luigi Albertini e Giovanni Malagodi.

La deriva finale della Moratti sulla via dell’estremismo verbale e della demagogia elettorale più incontrollata può sorprendere chi credeva di conoscerla, ma corrisponde, purtroppo, agli atteggiamenti della coppia Berlusconi-Bossi di questi tempi. Il primo sembra non aver capito che le mosse a sorpresa, sul calare dell’ultimo gong nella campagna elettorale, possono essere efficaci le prime volte. Non più quando vengono ripetute dopo che gli elettori hanno constatato i risultati di quelle promesse. L’esempio più calzante è quello dell’abolizione totale dell’Ici. Una decisione che ha messo in difficoltà tutti i Comuni, costretti o a tagliare i servizi o a ricevere dallo Stato, attraverso le tasse, rimborsi che si sono tradotti in una sostanziale «partita di giro». Risultati ancora peggiori, proprio nell’opinione dei moderati italiani, hanno altre promesse berlusconiane, come quelle di lasciare mano libera all’abusivismo edilizio in Campania.

Il pericolo maggiore, sul piano nazionale, è, però, un altro. Le necessità elettorali, le traballanti maggioranze governative alla Camera, le incognite di un’ultima parte della legislatura che si presenta molto difficile potrebbero indurre Berlusconi a compiere una tale pressione su Tremonti da costringerlo a indebolire la ferrea difesa dei conti dello Stato fin qui esercitata dal ministro dell’Economia. Con la situazione internazionale che caratterizza questi mesi e che si potrebbe aggravare nei prossimi mesi, a partire dalla tenuta dell’euro, il rischio è grave. Tremonti, infatti, si potrebbe trovare in una posizione, per lui, del tutto insolita. Il suo più fedele sostenitore, Umberto Bossi, potrebbe unirsi al presidente del Consiglio, questa volta, nel sollecitarlo a una linea di minor rigore. Perché, quando i consensi calano, come sono calati quelli della Lega negli ultimi tempi, le promesse s’alzano. A cominciare da quelle più estemporanee, come lo spostamento di qualche ministero a Milano. Perché quella che una volta era una grande capitale morale possa divenire anche una piccola capitale ministeriale.

di Luigi La Spina; LA STAMPA

sabato 14 maggio 2011

Deficit dignitoso

Piccola chiosa al caso Scajola che non va a processo, non ha commesso reati, non fa parte della cricca (e bisogna esserne sinceramente contenti). Comprò casa con vista sul Colosseo. La pagò un terzo del prezzo di mercato. Disse che invece il prezzo era giusto. Gli si fece notare che era un prezzo ridicolo. Si scoprì che altri ci avevano messo la differenza. Disse: l’hanno fatto a mia insaputa. Si commentò: o non è sincerissimo o non è intelligentissimo. Il problema, come sempre, non è il codice penale: uno la dignità ce l’ha o non se la può far dare dalla magistratura.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Da non crederci

Da giorni sto aspettando che qualcuno mi dica che non è vero. Che non è vero che domenica scorsa, a Torre Annunziata, la processione del santo patrono si sia fermata davanti alla casa di un noto camorrista della zona per rendergli pubblico omaggio. Che non è vero che l’arcivescovo di Castellammare, monsignor Felice Cece, abbia minimizzato la sottomissione della sua comunità al signorotto feudale, affermando che la sosta non intendeva omaggiare il camorrista, oh no, ma la chiesa di Santa Fara. Che non è vero che l’arcivescovo abbia continuato ad arrampicarsi sui muri, nonostante il sindaco Luigi Bobbio gli avesse prontamente replicato che la chiesa di Santa Fara si trova dieci metri prima della casa del camorrista e che rimane chiusa quasi tutto l’anno. Ma soprattutto sto aspettando che qualcuno mi dica che non è vero, non può essere vero, che la conferenza dei vescovi italiani (Cei) - dotata di riflessi felini quando tratta di intervenire su coppie di fatto, fine vita o fecondazione artificiale, all’alba del quinto giorno dagli incredibili avvenimenti di Castellammare non abbia ancora sentito il bisogno di far sentire pubblicamente la sua voce. Anche solo per ricordare che Gesù non è morto in croce per andare a inginocchiarsi duemila anni dopo davanti alla porta di un camorrista.

Per favore, qualcuno mi dica che tutto questo non è vero. Che siamo in un Paese evoluto abitato da cittadini e da arcivescovi evoluti. Vero?

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

mercoledì 11 maggio 2011

Turin

Vedi Piero Fassino, 192 centimetri per 65 chili, avvinghiato in una mazurka al Circolo anziani di Mirafiori a una madama tonda che pretende pure il casché e ti chiedi dove mai si scorgano le vestigia dell'azionismo, anzi del "gramsciazionismo" torinese, che agita le notti sudate di Giuliano Ferrara, antico capogruppo del Pci in Consiglio comunale nei primi anni Ottanta. Niente "Visi pallidi", niente "Pazzi malinconici", come li chiamò il qualunquista Guglielmo Giannini, né qui né alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dove al fianco di Marella Agnelli il candidato sindaco incontra la borghesia cittadina: Gianluigi Gabetti, il notaio Antonio Maria Marocco, Roberto Testore. Soltanto Ferrara può far finta di credere che tentare di preservare quel che resta un sistema di valori civili insidiati dal berlusconismo agonizzante sia la riedizione del partito che non c'è, il "Partito di vipere", come qualcuno lo chiamò, riesumato sessant'anni dopo da una pattuglia di intellettuali snob, ricchi e moralisti. Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale e animatore di Libertà e Giustizia, non chiede che di conservare l'identità centocinquantennale, uno degli autentici valori aggiunti della Torino post-fordista che, elaborato il lutto della crisi manifatturiera, come lo definisce Fassino, si incammina sulla via di aspirante capitale della cultura, degli eventi e del turismo. Ma senza dimenticare il monito di Walter Mandelli che fu vicepresidente della Confindustria: l'importante è "fè i toc", non abbandonare la manifattura, scongiurare la desertificazione industriale. Di azionismo torinese, Fassino ha solo la voglia di vincere e vincere subito, al primo turno, come si diceva ai tempi di quel gruppo di intellettuali che fece la Costituzione, ma che alle elezioni non vinse mai.

Vedi Michele Coppola, trentasettenne assessore regionale alla Cultura ricciuto e di bell'aspetto, di modi ed eloquio civilmente pacati, così insoliti nel suo schieramento, candidato sindaco dell'ultimo momento per il Pdl, e ti dici che da quelle parti non è tutto "populismo carismatico", non è tutto rissa sgangherata, come vorrebbero il capo e i suoi pretoriani alla La Russa e Verdini. Oppure è la Torino della Curia, delle caserme, della borghesia e della classe operaia che tutta intera rifiuta i toni da osteria, perché la politica è una cosa seria e richiede rigore subalpino, anche se per origini della popolazione è la terza città del sud dopo Napoli e Palermo. Non è vero - sostiene Gianni Vattimo - che se non sei antropologicamente come Berlusconi sei subito uno snob. Se non fosse per il ministro Michela Vittoria Brambilla, che - non si sa quanto gradita - lo accompagna alla Società Canottieri Armida, il giovanotto apparirebbe come un'iconcina di sano moderatismo. Più che ai grandi disegni, votato alle piccole cose: i cimiteri per cani e gatti, i nonni vigili urbani. Anche senza la Brambilla bisticciano i suoi capi, pur promettendo di non mettersi "le dita negli occhi". E il candidato educato ne fa le spese: "A Torino vincerà Fassino", lo gela Roberto Rosso, figliol prodigo azzurro, dopo aver pendolato verso Fini, e appena premiato con un sottosegretariato. Accusa la gestione del partito in Piemonte e l'"esuberante" Enzo Ghigo, ex presidente della Regione, da un decennio suo carissimo nemico. Il quale replica: "Forse Rosso non si ricorda di essere appena rientrato nel Pdl. Si occupi dell'Agricoltura e lasci perdere Torino, che non è di sua competenza".

Vedi Alberto Musy, professore universitario poco più che quarantenne, candidato del Nuovo Polo centrista, e senti senza urla da salotto tv ricette non banali per abbattere il debito comunale, che ha toccato qualcosa come 3 miliardi e mezzo, con un costo d'interessi di 150 milioni l'anno. Sergio Chiamparino, che sull'attenti in Piazza Castello rende onore ai gonfaloni degli alpini con il cappello da artigliere da montagna, mentre a lui rende onore persino il presidente leghista della Regione Roberto Cota, che definisce Fassino "una corazzata", ma il sindaco uscente "una corazzata con più appeal", spiega che quel debito enorme non è uno spreco, ma un investimento sul futuro post-fordista della città. E' come il mutuo di una famiglia risparmiatrice che compra casa. Persino Beppe Grillo, che candida Vittorio Bertola, si trattiene un po' rispetto ai suoi comizi urlati e artisticamente allucinati: chiede un paio di consiglieri comunali solo per "disinfettare" la Sala Rossa del Comune.

Chi venga da Milano e da Napoli, dove infuriano faide sanguinose, ha come l'impressione di una campagna elettorale non solo in sottovoce subalpino, ma un po' pallida, perché il vincitore è dato per scontato. Lui, il Grissino torinese che ha scelto come gadget un pacchetto di grissini "Gran Torino", ha come ripreso vita negli ultimi tre mesi. Dalle cene al fianco della vedova dell'Avvocato, salta al Lingotto da Sergio Marchionne e John Elkann, agli incontri con i banchieri, i nuovi poteri forti della città, incarnati da Angelo Benessia e Fabrizio Palenzona. "Quando nel 1983 fui eletto segretario della Federazione del Pci di Torino - ci racconta - l'avvocato Agnelli mi invitò a pranzo a casa sua in collina e mi disse: 'Fassino, volevo conoscerla meglio, perché in questa città ci sono due poteri, io con la Fiat e lei con i miei lavoratori'. Erano i tempi della città-fabbrica, che ha funzionato per un secolo. Oggi, elaborato il lutto della crisi, la Fiat non è più il motore di tutto in una città che è scesa da un milione e 200 mila a 900 mila abitanti, imboccando per salvarsi la via di una vocazione plurale. Manifattura sì, ma anche cultura, finanza, terziario avanzato, università, cinema, jazz, movida, turismo". Una metamorfosi che va completata, ma attraverso una "terziarizzazione" che non deve essere "povera" per non indebolire ulteriormente l'economia in termini di Pil rispetto a Milano.

Il meglio di sé, più che nei saloni della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, alla Crocetta o in collina, il sindaco annunciato lo dà nel mercato popolare di piazza Bengasi, oltre il Lingotto, dove esibisce una superba conoscenza toponomastica della città nel rispondere ai desiderata di una folla che chiede di mettere mano a Torino nord, il cui degrado è più evidente ora che il centro è tornato un salotto, e agli altri quartieri operai lasciati indietro. La città borghese sfolgorante persino dopo l'invasione degli alpini e quella operaia chiusa in una barriera più resistente del muro di Berlino. " Come anduma?", " Certo che la metropolitana la fuma". A un popolo di torinesi con accento indelebile di Cerignola o di Castellamare, che chiede di imbellettare anche le sue periferie, di renderle più sicure e di creare lavoro per i suoi figli disoccupati ultratrentenni, consegna in torinese una campagna elettorale vecchio stile, che incuriosisce anche i neo-torinesi marocchini, moldavi, peruviani, romeni, egiziani, cinesi, nigeriani e di ogni altro continente che l'assessore Giovanni Maria Ferraris ha quantificato in 129.086. Una città nella città.
"Memoria, il seme del futuro": passati gli alpini, domani l'inesauribile memoria subalpina riparte con il tema del Salone del Libro. L'unica cosa di cui nell'ex capitale non si ha memoria è una competizione elettorale cittadina con 12 candidati sindaci, 37 liste elettorali e 1.500 aspiranti al Consiglio comunale. I sondaggisti, che con Fassino credevano di avere qui un lavoro facile facile, tremano.
di Alberto Statera; la Repubblica

martedì 10 maggio 2011

Senza vergogna

Non votatelo, please

Beppe Grillo non ama molto che gli si ricordino le sue frasi. Come tutti i politici, preferirebbe il diritto all'oblio. Ma qui si sono già raccolti gli stupidari di altri capi partito e quindi ci perdonerà se lo sottoponiamo, per par condicio, allo stesso trattamento.

Dibellerò anch'io il cancro
«Mongolfier aveva scoperto il volo: è stato il primo, Mongolfier. Ha gonfiato un pallone e volare era gonfiare qualche cosa più leggero dell'aria: l'autorità diceva quello! Un giorno arrivanoi fratelli Di Bella (i fratelli Wright) con l'aereo, e han detto: "guardi che anche noi riusciamo a volare". "Ma non dica cazzate!" "Guardi che voliamo". "Va bene, facciamo il protocollo". Han preso l'aereo e han cominciato a gonfiarlo, e han detto: "Ma che cazzo dice, vede che non vola?"
(1998. L'inefficacia della cura Di Bella è stata unanimemente accertata l'anno successivo)

Nobel e Ignobel
«Vecchia puttana».
(2001, a Rita Levi Montalcini, insinuando che la scienziata torinese avesse ottenuto il Nobel grazie a una ditta farmaceutica che materialmente le aveva comprato il premio)

Il nuovo che avanza 1
«E' quattro anni che mi sono comprato il computer. Clicco, io non sono della società del click, questi lavorano con l'indice, noi apparteniamo alla società del pollice: con gli attrezzi, noi ci siamo separati dall'orango per il pollice, l'orango non riesce a prendere un attrezzo, noi sì».
(2000, spaccando un computer durante il suo spettacolo. Cinque anni dopo aprirà un blog)

Il nuovo che avanza 2
«Un computer pesa quindici chili, per farlo occorrono quindici tonnellate di materiali. Ogni sei mesi lo buttiamo nella spazzatura. E' la tecnologia più pesante che esista».
(2000, sempre durante la crociata luddista)

Nessuno mi può mai più dire niente
«Io, Beppe Grillo, ne ho piene le tasche di dovermi giustificare. Oggi vi dirò delle cose su di me, sulla mia vita privata, su alcune illazioni. Lo faccio oggi e poi basta. Ho avuto un incidente di macchina nel 1980, guidavo io, mi sono salvato per miracolo, ma sono morte tre persone che erano con me e sono stato condannato per omicidio colposo a un anno e tre mesi».
(2005, sull'incidente di Limone Piemonte)

L'Aids non esiste
«Veltroni va là e scopre i malati di AIDS. Arriva qui e ci ha la soluzione: dice cazzo, l'Aids, bisogna mettere a tutti il preservativo! E lo dice uno che è dieci anni che il preservativo ce l'ha sulla testa e non se ne accorge. Allora, lui non dice che sull'Aids ci sono dei seri sospetti che sia una bufala».
(1998)

Biocarburanti sì, anzi no
«In Italia si preferisce far chiudere chi offre alternative al petrolio. Alternative verdi, meno inquinanti, meno costose. La Alcoplus di Ferrara che produce biocarburanti chiuderà. Società come la Alcoplus che vanno moltiplicate: una, cento, mille Alcoplus»
(2007)
«Il costo del grano, del riso, della soia sta crescendo. Il valore delle azioni delle aziende che producono biocarburanti aumenta. I campi producono etanolo al posto del pane. Il cibo crea energia meccanica, non più umana. Le macchine vengono sfamate, i poveri del mondo tirano la cinghia. Il biocarburante genera un surplus azionario per le aziende dell'energia. L'assenza di cibo crea invece i morti di fame».
(2008)

E' una palla, compratela
«Io l'ho provata. La mia famiglia usa Biowashball da due mesi e anche le famiglie di alcuni miei amici. Per noi funziona. Prima di dare un giudizio vi consiglio di usarla, magari in prestito da un conoscente. In Rete ci sono centinaia di testimonianze di utenti italiani soddisfatti».
(2008. L'efficacia della "Biowashball" viene successivamente smentita da numerosi studi: la pallina non solo lava come farebbe l'acqua semplice ma potrebbe addirittura provocare un accumulo di muffe e batteri nella lavatrice).

Sono un martire del comunismo
«La Cina ha oscurato la mia immagine. Un cittadino cinese che volesse vedere Beppe Grillo ottiene questo risultato dalla versione cinese di Google. Nel resto del mondo la mia faccia invece si vede ancora». (2006. La notizia si rivela immediatamente una bufala, dovuta ad un errore nel metodo di ricerca su Google adottato dallo stesso Grillo).

Che schifo

Vorrei spezzare una lancia, o almeno una pancia, a favore del povero Scilipoti, ingiustamente elevato da noi pennivendoli a simbolo del mercato delle vacche di piazza Montecitorio. Nel rimpasto di ieri il capo dei Responsabili ha rimediato soltanto un esilarante inno di partito, composto da una sottomarca di Apicella, che sta facendo il giro di tutte le radio come antidepressivo. Ben diverso il destino del compare Antonio Razzi, cresciuto anche lui alla corte di Di Pietro (l’ex magistrato non ha gran fiuto nella scelta degli uomini, gli vengono quasi meglio i congiuntivi). Razzi. Quello che sei mesi fa diceva «io ho una faccia sola: come potrei farmi vedere ancora in giro, se passassi con Berlusconi?» e poi è passato con Berlusconi, faccia compresa.

Quello che denunciava «il Pdl ha persino proposto di pagarmi il mutuo» e da neo-alleato del Pdl ha presentato una proposta di legge per togliere l’Ici agli italiani residenti all’estero, cioè a se stesso. Quello che, sistemata la casa, voleva arredarla con una poltrona, «un posticino, qualcosa per dire grazie». E ieri il posticino è arrivato: consigliere personale del ministro dell’Agricoltura, il corresponsabile Romano. Razzi dovrà occuparsi di lotta alla contraffazione alimentare. Cautamente sondato sulle sue esperienze in materia, il neo-consigliere ha risposto: «Sono un buongustaio e soprattutto un buon cuoco: a tempo perso, aiuto mia moglie in cucina». Perché il vero tratto distintivo di questa casta di macchiette non è più nemmeno l’incompetenza. E’ la mancanza di vergogna.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

giovedì 5 maggio 2011

La forza delle immagini

'Gnazio

Sorprende che il ministro La Russa non conosca Lukashenko. Un esperto di calcio come lui. Non è forse il centravanti della Dinamo Kiev? Tornando seri, si fa per dire, sorprende che un alfiere della destra anticomunista ignori l’esistenza dell’ultimo dinosauro sovietico ancora al potere (in Bielorussia). La scenetta di Ballarò era davvero gustosa: l’affannato La Russa che si gira verso un portaborse per chiedere lumi sul tizio appena evocato in diretta da Casini nella lista dei loschi figuri frequentati all’estero dal nostro premier. Naturalmente un ministro della Repubblica non è tenuto a conoscere a memoria i nomi di tutti i Presidenti e di tutte le capitali del mondo, né la densità della popolazione e la superficie in metri quadrati. Ma Lukashenko non è uno qualsiasi, è l’unico dittatore europeo in attività, giornali e dispacci diplomatici si occupano spesso di lui. Il problema è trovare il tempo per leggerli. E quel tempo, onestamente, La Russa non ce l’ha. E’ sempre in tv, e quando non è in tv è in camerino che si trucca per andare in tv, e quando non è in camerino è al telefono per un’intervista, e quando non è al telefono è a un convegno, e quando non è a un convegno è a una sfilata per farsi fischiare, e quando non è a una sfilata è allo stadio per vedere l’Inter, è quando non è allo stadio è perché ci sta arrivando su un aereo di Stato. Quando lo trova, un uomo tanto impegnato, il tempo per leggere, per studiare o addirittura per pensare?

Non è il solo a vivere così male. Ma certo a lui riesce particolarmente bene. Ha il physique du rôle, digiamocelo.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 3 maggio 2011

Vivo o morto

Giustizieremo i nostri nemici, o li assicureremo alla giustizia. Giustizia sarà fatta», così si concludeva il discorso alla nazione di George W. Bush dopo gli attentati dell’11 Settembre. «Giustizia è fatta», ha detto ieri notte Barack Obama.

Tra le due frasi sono trascorsi dieci anni, la guida degli Stati Uniti è passata dai repubblicani ai democratici, la guerra in Iraq è cominciata e poi finita, ma il nemico numero uno dell’America era rimasto lo stesso.

Oggi noi europei possiamo stupirci che il premio Nobel per la Pace abbia usato la stessa frase del suo predecessore, da cui a lungo ha preso le distanze, ma negli Stati Uniti in festa nessuno ha avuto questa sensazione. Così come possiamo provare disagio di fronte a chi grida la sua gioia in piazza alla notizia che un uomo, anche se è il peggiore dei terroristi, è stato ammazzato. L’idea che la mente dell’attacco più sanguinoso della storia andasse eliminata per chiudere una ferita ha però sempre unito destra e sinistra, giovani e vecchi. Perfino l’Obama più idealista, quello che in campagna elettorale prometteva la chiusura di Guantanamo e il ritiro da Baghdad.

L’uomo che teorizzava la fine dell’uso della tortura negli interrogatori, quello che parlava di diritti civili e della necessità di ricostruire l’immagine dell’America, ha sempre messo in cima alle sue priorità la cattura di Osama bin Laden. Ricordo il candidato democratico di fronte a una platea di studenti universitari, che innalzavano cartelli pacifisti, concludere il suo discorso con l’assicurazione che se fosse stato eletto avrebbe preso il leader di Al Qaeda «vivo o morto». Ricordo gli applausi dei ragazzi, l’ovazione per quella promessa.

Proprio i giovani sono stati i primi a scendere in piazza, quella generazione che è cresciuta nella sofferenza dell’11 Settembre, nella sensazione della sconfitta e della paura, che, dopo il crollo delle Torri, ha visto quello della finanza e ora vive la minaccia del sorpasso cinese.

Bin Laden era il simbolo della vulnerabilità dell’America, dell’inizio del tanto discusso declino, dell’incapacità di rialzare davvero la testa. La morte dello sceicco saudita chiude psicologicamente il decennio peggiore della storia recente degli Stati Uniti, al di là di ogni considerazione sul pericolo di nuovi attentati e sul fatto che il terrorismo di matrice islamica non è certo debellato. Tanto che ieri i poliziotti sono tornati a presidiare ogni fermata della metropolitana e i militari nelle stazioni e negli aeroporti.

Ma ogni considerazione e ogni commento sono sterili se non tengono conto del dolore che l’11 Settembre ha creato in tutta l’America, come ha ricordato Obama nel suo discorso, non si è trattato soltanto della cifra ufficiale dei morti ma di tutto quello che non si è visto: «La sedia vuota di una famiglia a tavola, i bambini costretti a crescere senza la madre o il padre, i genitori che non proveranno mai più l’abbraccio di un figlio». La reazione a cui abbiamo assistito ieri era la testimonianza del valore della memoria, del fatto che i quasi tremila morti non sono stati dimenticati.

Non c’è newyorchese che non abbia avuto una vittima da ricordare tra gli amici, i parenti, i colleghi di lavoro o i vicini. Nel condominio accanto a quello cui abitavo a Manhattan, ogni anniversario del crollo del World Trade Center, veniva messa all’ingresso la foto di una ragazza che lavorava ai piani alti della Torre Nord, tutte le famiglie lasciavano un biglietto con un loro breve racconto. Chi le comunicava che nella casa negli ultimi dodici mesi c’era stato un nuovo nato, un matrimonio, una laurea o che qualcuno se n’era andato. I foglietti scritti a penna sulla carta dei quaderni non avevano niente di burocratico ma erano pieni di vita e di amicizia.

Per capire la profondità della ferita dell’11 Settembre ho avuto bisogno di conoscere Carrie Lemack, la sua storia mi ha insegnato molto di più delle immagini degli attentati, degli uomini e delle donne che volavano giù dai due grattacieli e dell’odore acre che per settimane aveva invaso New York. La mamma di Carrie si chiamava Judy Larocque, aveva 50 anni e guidava una piccola società di marketing per Internet. Viveva in campagna a mezz’ora di macchina da Boston e, oltre alle due figlie, aveva tre passioni: lo yoga, il suo grande roseto e Naboo, un golden retriever con cui camminava per chilometri ogni giorno intorno a Lake Cochituate, una riserva d’acqua dolce che per oltre un secolo ha dato da bere alla capitale del Massachusetts.

La mattina dell’11 Settembre era salita sul volo numero 11 dell’American Airlines, diretta a Los Angeles, e la sua vita sarebbe finita, insieme a quella di altre 91 persone, alle 8 e 46 nell’impatto con la Torre Nord. Alle figlie non rimase neanche un corpo da seppellire: la spiegazione tecnica fu che era stato vaporizzato dal calore dell’esplosione. Carrie andò ad abitare nella casa con il roseto, che smise di fiorire, si prese cura del cane, dedicò la panchina con la migliore vista sul lago alla madre e diventò una delle più attive sostenitrici della creazione della Commissione d’indagine sugli attentati. Quattro anni fa ricevette una lettera che la invitava a recarsi a New York: nei lavori di ristrutturazione di un palazzo vicino a Ground Zero avevano trovato dei frammenti di una tibia che il Dna aveva stabilito appartenevano proprio a Judy. Le consegnarono una scatola che si tenne sulle gambe nel viaggio di ritorno in treno fino a Boston. La seppellì sotto il roseto. Qualche mese dopo l’ho incontrata e mi ha raccontato che il roseto aveva ripreso a fiorire.

di Mario Calabresi; LA STAMPA

Troppo facile...

«Giustizia è fatta!» ha proclamato il Presidente degli Stati Uniti nell’annunciare al suo Paese e al mondo che Osama bin Laden è stato ucciso. Confesso che i sentimenti che mi abitano come cristiano e come cittadino di un Paese che non contempla nel proprio ordinamento la pena di morte sono contrastanti.

Da un lato c'è la soddisfazione legata alla uscita di scena di una persona che, per sua stessa ammissione, ha seminato morte e odio, ha avvelenato la comprensione della religione, usandola come droga per esaltare la violenza, ha inquinato mortalmente la convivenza civile e i rapporti sociali, a livello locale e planetario.

D’altro canto il Vangelo, ma anche la mia coscienza umana, non mi autorizzano a rallegrarmi per la morte di un essere umano, fosse anche il più malvagio sulla terra, fosse anche il nemico mortale che ha attentato alla vita delle persone più care. Non si tratta di evocare l’esortazione cristiana al perdono - argomento su cui a lungo si è riflettuto dopo l’epifania del male assoluto nei campi di sterminio nazisti - ma di riconoscere con gravità e amarezza che la morte di una persona non è mai motivo di gioia: forse di sollievo, perché ormai quel malvagio non potrà più nuocere, anche se il seme dell’odio gettato non smette per questo di crescere; forse è fonte di appagamento di quel desiderio di vendetta che abbiamo vergogna di confessare e che ci affrettiamo a nobilitare con il termine di giustizia; forse è occasione di rinnovato rimpianto per le vittime della violenza omicida e per non aver saputo fermare prima quello strumento di morte. Ma gioia no, quella non l’ho sentita nascere in me nell’apprendere la notizia dell’uccisione di Bin Laden e non vorrei vederla sul volto di un altro uomo, un uomo come me, un uomo come lo era Bin Laden. Come cristiano penso a Bin Laden ora in giudizio davanti a Dio: quel Dio il cui nome ha bestemmiato per seminare morte e predicare la guerra, quel Dio creatore degli uomini e protettore della vita cui ha dato un volto perverso e mortifero.

E mi è anche difficile fare mie le parole del presidente Obama: «Giustizia è fatta!». E non perché ritenga che l’unica giustizia sia quella divina, che il giudizio autentico sia solo quello che ci attende tutti al cospetto di Dio. Ma perché rimango convinto che ogni essere umano è e resta più grande delle sue colpe, anche quando queste sono spropositate. D’altronde anche la rivelazione biblica e cristiana afferma riguardo all’immagine di Dio impressa in ogni essere umano: l'omicida può smarrire la somiglianza con Dio, ma non può perdere quell’immagine che Dio stesso ha voluto consegnare a ogni creatura umana, Caino compreso.

Ma anche della giustizia umana ho un concetto che non mi consente di vederla realizzata nell’uccisione mirata di un pluri-assassino: la cattura, il giusto processo, la messa in condizione di non nuocere di un criminale non richiedono necessariamente la sua soppressione fisica e non traggono da questa maggiore autorevolezza o efficacia. Sopprimere l’ingiusto non è ancora fare giustizia: perché giustizia, anche umana, sia fatta, a ciascuno di noi resta un compito che nessuna arma né squadra speciale può svolgere per conto nostro. Resta la vicinanza e la solidarietà con i parenti delle vittime della sua barbarie umana, resta il contrastare nel quotidiano le energie di morte che l’assassino ha scatenato, resta la ricostruzione di un tessuto umano e sociale vivibile, resta il rifiuto di rispondere al male con il male, resta la costruzione della pace con gli strumenti della pace, resta di proseguire tenacemente nell’operare ciò che è giusto. Davvero non basta che un malvagio sia annientato perché giustizia sia fatta.

di Enzo Bianchi; LA STAMPA

E' ancora lì

Però, la vecchia democrazia occidentale. Parte sempre male: lenta, litigiosa, tremebonda, confusa. Dittature e fanatismi le danzano intorno con baldanza sfrontata, esibendo idee chiare, rapidità d’azione, disciplina ferrea. Invadono le pianure della Polonia, sparano il primo uomo nello spazio, abbattono i grattacieli di Manhattan. La democrazia risponde con lo spettacolo desolante della sua impotenza. Balbetta, piange, si arrovella. Si mostra nuda e gonfia di piaghe allo sguardo dei suoi critici, che ne pronosticano i funerali imminenti. Ma passano i mesi, gli anni, talvolta i decenni, ed è ancora lì.

Che incassatrice formidabile, la democrazia. Difende la sconfitta e si riorganizza, rivelando riserve insospettabili di pazienza e talvolta anche di ferocia. Vince le guerre, conquista la Luna, stana i «cattivi» e non si vergogna di giustiziarli e di esultarne. Gli egoismi di cui è composta si raggrumano in qualcosa che non sarà mai il paradiso in terra, ma è pur sempre una comunità. Donne e uomini che non si sentono sudditi di nessuno e proprio per questo non inneggiano alla democrazia come a un totem salvifico, ma le restano affezionati. Ne sparlano e però poi la difendono: per poter continuare a sparlarne. Le dittature e i fanatismi sono emozioni violente e superficiali, che sorgono all’improvviso e all’improvviso si afflosciano. La democrazia invece è un sentimento. Scava nel profondo. Non fa battere il cuore. È il cuore. E il cuore, alla fine, vince sempre.
di Massimo Gramellini; LA STAMPA