
Ci sono momenti in cui scontentare tutti è un dovere e certamente questo, in
Italia, è uno di quei momenti. Il bivio davanti al quale si trova il nostro
Paese non ammette vie diversive, né incertezze. Lo testimonia il tono drammatico
con il quale il premier lo ha indicato.
Il messaggio di Monti segna
l’atterraggio dal mondo delle illusioni e delle favole nel quale abbiamo
vissuto, per troppo tempo, a quello di una realtà, per troppo tempo, nascosta e
ignorata. La irrituale commozione per la quale il ministro del lavoro e della
previdenza, Elsa Fornero, ha dovuto interrompere l’esposizione della riforma
pensionistica è stata l’immagine più efficace di quella «catastrofe», evocata
ieri, al limite della quale ci troviamo.
Un atterraggio, dunque, brusco e
doloroso, ma inevitabile. Per questo, suonano particolarmente insopportabili le
demagogiche proteste di chi fino a ieri è stato corresponsabile di una
situazione che ci ha portato sull’orlo del dissesto. Ma anche la stessa esigenza
di non distaccarsi dal reale, dovrebbe consigliare alcuni critici di verificare
la concreta praticabilità di molte ricette alternative, magari anche brillanti,
che in questi giorni sono state suggerite al governo Monti.
Le durissime
misure approvate ieri scontano il limite, appunto, di concretezza e di urgenza.
Nei prossimi giorni gli italiani si eserciteranno nel calcolo sull’equità dei
sacrifici richiesti, con la solita bilancia che vede nel piatto del vicino il
peso sempre più leggero. Sarà un esame interminabile e, inevitabilmente,
opinabile, in cui le corporazioni degli interessi che, da decenni, imprigionano
il nostro Paese si scateneranno in una forsennata gara di egoismo
sociale.
Questo annunciato carosello di proteste intrecciate metterà a
rischio, purtroppo, il vero giudizio che le Camere e i cittadini dovrebbero
emettere sui provvedimenti governativi. Quello che risponde alla fondamentale
domanda: le misure approvate ieri quanto garantiscono che, nei prossimi anni,
non ne saranno necessarie altre, più o meno, dello stesso tenore e delle stesse
proporzioni? Rispetto a quelle che ritualmente siamo stati costretti a
sopportare negli ultimi decenni e che, evidentemente, o non sono state
sufficienti o sono state sbagliate, come si differenziano?
«Le tasse sono
bellissime». Con questa frase, il compianto ex ministro Tommaso Padoa-Schioppa
scandalizzò provocatoriamente l’Italia. Eppure, quella frase coglieva il vero
nocciolo della nostra «questione fiscale»: il sentimento di ingiustizia che
rende così odioso il dovere di contribuire alle spese dello Stato. Per due
motivi: l’eccezionale livello dell’evasione che tocca oltre un quarto dei
cittadini e gli scandalosi privilegi di una classe politica pletorica, sia a
livello centrale, sia a livello locale.
Ecco perché più che addentrarsi
nel vaglio certosino di una equità che evidentemente deve fare i conti con i
numeri, per cui i sacrifici non possono essere riservati solo ai ricchi, ma
anche al ceto medio e alla grande maggioranza degli italiani, è meglio
concentrare l’attenzione sulla presenza o meno di una «qualità» diversa dei
provvedimenti governativi. Se abbiano, e quanto lo abbiano, caratteristiche tali
da modificare la struttura del bilancio dello Stato e dei criteri con cui finora
il prelievo fiscale ha colpito meno i patrimoni e più il reddito.
Alla
luce di questo metodo, il giudizio sulla manovra varata ieri, nelle prossime
settimane, dovrà verificare l’efficacia della svolta annunciata nella lotta
all’evasione e nella riduzione del peso dei cosiddetti «costi della politica»
sulle spalle degli italiani. Non tanto e non solo per l’entità delle cifre
recuperabili se venisse ridotta la quota degli italiani che sfuggono al dovere
civico di pagare le tasse, anche se potrebbero essere non trascurabili, quanto
per il segnale di moralità pubblica che potrebbe rendere più accettabili i
sacrifici annunciati. Stesso significato, anzi ancora più accentuato, dovrebbe
essere attribuito al taglio dei privilegi e delle spese per mantenere la nostra
classe politica.
E’ giusto non chiedere «miracoli» a un governo che può
contare su una maggioranza parlamentare così eterogenea e del tutto priva di una
sua rappresentanza nei vari dicasteri. È anche comprensibile che la
distribuzione dei sacrifici debba tenere conto della somma degli interessi
tutelati dai partiti che lo sostengono. Ma alla «diversità» di un governo
tecnico deve necessariamente corrispondere la «diversità» di interventi che
diano l’immagine di una «svolta» nella politica italiana. Ieri la conferenza
stampa di Monti e dei suoi ministri l’ha promessa. Solo se sarà mantenuta,
l’Italia sarà salvata.
di Luigi La Spina; LA STAMPA