lunedì 14 giugno 2010

Verdi

La colpa è del portavoce, come nella più trita tradizione del peggiore politichese. Ma un leghista vigliacco che nasconde il proprio estremismo, uno Zaia pudico che si vergogna del proprio ciarpame anti-italiano, un capo lumbard che si impicca al proprio opportunismo è un inedito. È un salto nell'evoluzione della specie padana. Insomma eravamo abituati al leghista "ce l'ho duro" e qui scopriamo invece che Zaia ha duro solo il portavoce.

L'episodio, comunque sia andata, è un piccolo concentrato di miserie, ma è ricco di significati. Il governatore del Veneto Luca Zaia è andato a inaugurare una scuola elementare nella provincia di Treviso. Ebbene, i garzoni che gli stanno intorno hanno subito ordinato, ovviamente a suo nome e per suo incarico, di sostituire l'inno di Mameli con il "Va' pensiero". Ed è inutile ricordare che nessuno in Italia predica retoriche sacralità musicali e che in tutto il mondo gli inni sono solo le spezie dell'identità nazionale, tanto più per gli italiani di oggi che non sono certo malati di patriottismo e di fanfare. E d'altra parte "Va' pensiero" non è "Faccetta nera" e dunque eseguirlo o ascoltarlo non è un'offesa per nessuno dei nostri simboli nazionali, ma è anzi un godimento dello spirito.

E va bene che Zaia è il più elegante dei leghisti, non ha l'aria zotica e selvaggia che, in misure e con "stili" diversi, caratterizza Bossi, Maroni, Calderoli e Borghezio. Persino nel parlare Zaia è più sobrio, non impreca e non sbuffa, non gli si ricordano inviti a gettare la bandiera nel gabinetto né insulti grevi alle istituzioni di Roma ladrona. Delle due anime della Lega sino a ieri pensavamo che Zaia interpretasse più quella amministrativa che quella secessionista. Però nessuno Zaia, nessun leghista, neppure in versione "moderata", riuscirà a rendere anti-italiano il coro del Nabucco che fu la colonna sonora del Risorgimento. E non ha nemmeno senso confrontare le note e le parole di un inno nazionale con un qualsiasi capolavoro della lirica. L'idea che il coro del Nabucco sia diventato padano e l'inno di Mameli sia oggi degradato a romano è una volgarità da smascherare perché è sciocco prendere un grande classico della immensa tradizione italiana e contrapporlo a delle facili note che non rappresentano l'eccellenza della nostra musica, ma la nostra identità nazionale.

D'altra parte, chi dirige una scuola, un'orchestra o solo un coro ricordi che, invece di polemizzare a cose finite, si può anche disobbedire a un governatore (meglio ancora, al suo portavoce) e suonare le note previste dal programma e dal galateo istituzionale. Senza iattanza, senza volontà di sfida. Se infatti il presidente della Regione Veneto, nelle sue funzioni di governo, ordina di non suonare l'inno nazionale compie un gesto eversivo in evidente spregio del suo ruolo, si abbandona ad uno sfogo da osteria, commette un'irriverenza grave innanzitutto verso se stesso, e persino si macchia di una cattiva azione contro il proprio paese.

Il primo ad accorgersene è stato infatti lo stesso Zaia che, criticato da La Russa e dai ministri della sua stessa maggioranza, si è pentito, ha negato, si è imbrogliato e ha infine lasciato la responsabilità dell'episodio sulle spalle del portavoce, anche se tutti sanno che la funzione del portavoce è quella di non avere voce, di non parlare mai per sé, di indossare gli abiti di Zaia per far credere al mondo di essere Zaia. Insomma nessuno pensa davvero che un portavoce possa staccarsi dalla voce che lo sostanzia. E da sempre in Italia quella del portavoce intemperante è solo una povera furbata, una piccola viltà da politico ventriloquo. E tuttavia l'inno non cantato per ordine di Zaia rivela anche che proprio quell'oltraggiata marcetta di Mameli, che sino a qualche anno fa nessuno di noi ascoltava con passione, è cresciuta così tanto nel sentimento nazionale che adesso davvero funziona come segno di forza della patria. Al punto che si nega all'inno chi vuol negarsi all'Italia.

Bisogna dare atto all'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che con Mameli si imbarcò nella più ambiziosa e faticosa delle sue imprese presidenziali, di avere "lanciato" l'inno proprio contro la fermentazione del localismo tellurico dei vari Zaia, per sedare le rivolte del cortile leghista, per fare attecchire l'amore di patria nel paese dell'assenza di patria. Ebbene, la doppia cafonaggine di Zaia è la prova che Ciampi ce l'ha fatta. L'inno è diventato un inno. Altrimenti Zaia non ne avrebbe chiesto la sostituzione e soprattutto non si sarebbe vergognato di averla chiesta. Altro che "Va' pensiero"! Quello di Zaia non è un pensiero che va, ma un pensiero che scappa, un cattivo pensiero che si nasconde.

di Francesco Merlo; la Repubblica

domenica 13 giugno 2010

Segreto

Dopo la legge voluta a ogni costo dal piagnone Silvio, è facile trovare ovunque svendite di vecchie intercettazioni in audiocassette, cidì e anche vinile. Ne abbiamo comprato uno scatolone in una bancarella a Napoli, altre ce le ha regalate un radioamatore. Le pubblichiamo, alla faccia della legge-bavaglio.

Telefonata in Rai
- Pronto, sono il presidente del consiglio...
- Mi dica presidente, sono la segretaria di redazione...
- Sto guardando la vostra trasmissione in diretta, è una vergogna che un servizio pubblico come il vostro trasmetta dati falsi sulla mia popolarità, voglio subito smentire, mi metta in viva voce.
- Guardi, non possiamo, c'è una scaletta da rispettare...
- Lei non ha capito, sono il presidente del consiglio, ho il diritto di intervenire in ogni trasmissione radiofonica televisiva e anche sugli sms, mi metta subito in diretta o licenzio lei e il conduttore.
- Le ripeto, non c'è nessuna legge che preveda questo.
- No? Beh faccio un decreto subito, prima della sigla di coda. Mi metta in diretta, non ho tempo, debbo smentire altre quattro trasmissioni compreso il meteo che fa il disfattista con tutte quelle nuvolette...
- Non posso decidere io. Aspetti che chiedo.
- Io non aspetto mai, ha capito ? ... pronto? pronto?
- Ecco signor presidente, ho appena parlato col conduttore del programma... Mi ha detto che la trasmissione è del pubblico, non del governo, quindi non è previsto un suo intervento... lei ha già i suoi giornali e le televisioni, ha ampia facoltà di difendersi e occupa la scena ogni giorno, lasci parlare gli altri.
- Lei fa scempio dell'informazione! Lei è una criminale infernale filo-Costituzione! Io devo parlare ogni volta che voglio, e interrompere chi voglio... io sono uno spot umano!
- Il conduttore mi dice di riferirle questo: quando lei parla in diretta ore e ore in televisione nessun spettatore può intervenire dicendo "ma che razza di balle sta dicendo, presidente". Quindi se non rompono i coglioni a lei, non vedo perché lei deve rompere i coglioni a loro.
- Ma nessun conduttore o direttore di rete mi ha mai risposto così!
- Beh sarebbe ora che lo facesse. Sarebbe sacrosanto, invece di inchinarsi e farle interrompere le trasmissioni. Arrivederci, presidente, io riattacco.
- Non le permetto, guai a lei se ...
(clic)

Telefonata al SSSS
- Pronto sono il presidente del consiglio...
- Qua è il SSSS, servizio sputtanamenti al servizio di Silvio. Dica la password.
- "Governare è un inferno".
- No, questa è quella di ieri, ripetere la password.
- Uffa che complicazioni ... dunque, la password è "mai più Costituzione".
- Esatto. Buongiorno signor presidente, in cosa possiamo servirla?
- Sono stanco, arcistufo di queste continue intrusioni nella mia privacy, nei miei affari e in quelli dei miei amici e non voglio che nulla sia più reso pubblico. La privatezza è sacra.
- Va bene, ma abbiamo appena fatto una legge apposita...
- Non mi basta. Le manderò tramite lettera a mano i nomi di alcuni giornalisti e magistrati e anche di un uomo politico sedicente mio alleato. Voglio che le loro case, auto, tabaccai, barbieri e bar preferiti siano circondati dai miei fotografi e cameramen e appaiano servizi sputtananti sui miei giornali e sulle mie televisioni, inoltre voglio che l'esercito segua i loro spostamenti e controlli i loro telefoni con le linee militari super-segrete che la legge non tocca...
- Ma... e la privacy ?
- La privacy è rispettata. Infatti nessuno saprà che sono stato io a dirle queste cose...
- Intendevo la privacy degli altri...
- La rispetto. Infatti le mando l'elenco per busta. Vedrà arrivare una signora procace in motorino, è La Russa con la parrucca, così nessuno potrà intercettare questi nomi...
-Presidente... ma che accadrà dopo?
- Oh basta, chi se ne frega ... la privacy vale solo per me, mica per gli altri, allerti tutto lo staff.. e la ritengo responsabile signor ..... Come si chiama lei?
- Col cavolo che glielo dico.
- Bene. Mi piace la sua riservatezza. Esegua.
- Sarà fatto.

Telefonata legale
- Pronto avvocato? Senta, ho trovato sul cellulare di mio marito un messaggino con scritto "sono la tua porca ci vediamo stasera al solito posto " . Voglio il divorzio.
- Mi dispiace signora, ma lei ha commesso un grave reato intercettando il messaggino di suo marito e rendendolo pubblico. Rischia una multa di trentamila euro e entro 72 ore tre magistrati decideranno se arrestarla e sequestrare i telefonini oppure entro tre ore 72 magistrati decideranno se il telefono di suo marito deve essere sostituito con un modello J phone 56, costa solo tremila euro e ha anche il servizio antintercettazione, li vendo io...
- Ma io volevo...
- Il telefono J phone, la multa e la batteria di pentole le arriveranno a casa, sappiamo dove abita. Stia più attenta, quando viola la privacy altrui.
- Va bene avvocato Previti. Adesso capisco perché mi avevano detto di non rivolgermi a lei.

Telefonata amicale
- Pronto? Sono Totò. Totò Riina. E' lei presidente?
- Dipende.
- Ma dai è uno scherzo non mi riconosci? Sono Marcellino, Marcello Dell'Utri. Dunque devo dirti che sono tutti contenti.
- Contenti chi ?
- I nostri amici. Affaristi, finanzieri, maneggioni mafiosi. Contenti. Dicono che con questa legge gli avvocati sapranno cavarli d'impiccio in mille modi nuovi ...
- Stai attento Marcello... siamo sicuri che non siamo intercettati?
- Tranquillo. Sto telefonando da un carcere...
- Va bene ma usa il codice Gasparri.
- Va bene. Uggga nugga mugga very happy.
- Gugga mugga voti molti ug.
- Mugga voti e mugga affari e mugga eskort.
- Ugga basta eskort troppe grane mugga.
- Ugga mugga nun ce beccano mai ugamuga.
- Certo ugga mugga Marcè.

Telefonata subdola
- Pronto Silvio, bel maschione?
- Chi è ? Come si permette?
- Ma come mi hai già dimenticato? Quella notte a Napoli, a Mergellina. Apicella suonava gli Iron Maiden, c'era la luna, quelli della tua scorta erano vestiti da angeli...
- Questa è una provocazione... io non sono mai stato a Napoli.
- Ma dai... non ti ricordi... mi hai pagato in rubli...
- Oddio... Tatiana?
- No sono Fini , ti ho fregato ancora (risata)
- Gianfranco sei il solito cretino. Certo, finché ti limiti a fregarmi così , va anche bene. La voti la fiducia?
- Ti ho fregato di nuovo sono Casini...
- Gianfranco, smettila...
- Altro scherzo. Sì si, la voto. Tengo famiglia.

Telefonata minacciosa
- Pronto Silvio, sono Bersani.
- Mi dica onorevole...
- Le comunico che in risposta alle sue leggi liberticide, io abbandono l'aula, prendo l'albergo fuori da Roma, abbandono il vecchio gestore telefonico e ne prendo uno nuovo e farò togliere tutti gli iscritti del Pd dalle pagine gialle. Sarà un Vietnam.
- Ma allora è vero che siete comunisti!
- Va beh , allora diciamo che sarà una Seychelles.
(clic)

Telefonata presidenziale
- Pronto sono Napolitano. Parlo col presidente del consiglio?
- Questa è la segreteria telefonica di Silvio Berlusconi imperatore d'Italia. Se volete lasciare un messaggio di congratulazioni premete uno. Se volete una legge ad personam premete due. Se volete mandare un avviso di garanzia chiamate il numero verde 899999996543222 e troverete un centralino che parla swahili. Se siete una bella gnocca premete quattro. Se volete abolire la costituzione premete cinque. Se siete comunista premete il grilletto e sparatevi. Se sei Bondi non chiamarmi pasticcino mio. Se sei Caldaroli non fare il solito rutto. Se sei Napolitano premi il nove e lascia un messaggio dopo il bip .
- Sono Napolitano , volevo dire che..
- I tre secondi a sua disposizione sono scaduti. Richiami il mese prossimo.

Telefonata strategica
- Pronto, Silvio.
- Dipende. Chi è ?
- Sono Umberto Bossi. Sono incazzato come un toro della Val Brembana. Adesso mi sfogo...
- Va bene ma attento. La legge è passata, ma potrebbe esserci ancora qualcuno in ascolto, è difficile bonificare tutto.
- Ma dai che non ci intercettano, cazzo. Ho fatto la scuola radio Elettra.
- E come fai a essere sicuro?
- Sono furbo, sto telefonando da una cabina pubblica.
- Ma guarda che ci intercettano lo stesso ..
- Non possono. Ho chiuso bene il vetro. E poi ho i baffi finti e parlo piano.
- Umberto, sei furbo, ma non basta.
- Scusa ne parlo con Trota, mio figlio. Trota, dice il capo che la cabina non basta, che ci intercettano ..... ah facciamo così ? Sei sicuro? Ah certo, geniale, geniale. Allora Silvio fai come ti dico: vai sotto la doccia, col telefonino, lo scroscio coprirà la voce, così non capiscono cosa diciamo...
- Ma no Umberto, il telefonino si bagna... e poi se lo scroscio copre la voce noi come ci parliamo?
-Aspetta che chiedo a Trota. Ah bene. Trota ha detto: urliamo!
- Scusa Umberto ma non ho tempo da perdere, metti giù.
- Cosa metto giù?
- Metti giù il telefono...
- Non posso. E' legato con un filo, penzola...
- Uffa basta! Ti ripeto, anche se ho fatto la legge-bavaglio dobbiamo essere prudenti. Cosa volevi dirmi?
- Ti volevo dire che se mi tocchi Vercelli è guerra.
- Va bene.
- Anche se mi tocchi Clusone è guerra.
- Ma non è provincia !
- Ah sì, e perché? Frosinone provincia e Clusone no? Insomma ascoltami.
- Scusa Umberto ma ho finito i gettoni del cellulare (clic).
- Silvio... Silvio... Ce li ho io i gettoni...

di Stefano Benni; la Repubblica

sabato 12 giugno 2010

Benigni dice la sua

http://www.youtube.com/watch?v=6gbCCNe30_Y

Perché no

La Legge bavaglio non è una legge che difende la privacy del cittadino, al contrario, è una legge che difende la privacy del potere. Non intesa come privacy degli uomini di potere, ma dei loro affari, anzi malaffari. Quando si discute di intercettazioni bisogna sempre affidarsi ad una premessa naturale quanto necessaria. La privacy è sacra, è uno dei pilastri del diritto e della convivenza civile.
Ma qui non siamo di fronte a una legge che difende la riservatezza delle persone, i loro dialoghi, il loro intimo comunicare. Questa legge risponde al meccanismo mediatico che conosce come funziona l'informazione e soprattutto l'informazione in Italia. Pubblicare le intercettazioni soltanto quando c'è il rinvio a giudizio genera un enorme vuoto che riguarda proprio quel segmento di informazioni che non può essere reso di dominio pubblico. Questo sembra essere il vero obiettivo: impedire alla stampa, nell'immediato, di usare quei dati che poi, a distanza di tempo, non avrebbe più senso pubblicare. In questo modo le informazioni veicolate rimarranno sempre monche, smozzicate, incomprensibili. L'obiettivo è impedire il racconto di ciò che accade, mascherando questo con l'interesse di tutelare la privacy dei cittadini.

Chiunque ha una esperienza anche minima nei meccanismi di intercettazione nel mondo della criminalità organizzata sa che vengono registrati centinaia di dettagli, storie di tradimenti, inutili al fine dell'inchiesta e nulle per la pubblicazione. Il terrore che ha il potere politico e imprenditoriale è quello di vedere pubblicati invece elementi che in poche battute permettono di dimostrare come si costruisce il meccanismo del potere. Non solo come si configura un reato. Per esempio l'inchiesta del dicembre 2007 che portò alla famosa intercettazione di Berlusconi con Saccà ha visto una quantità infinita di intercettazioni di dettagli privati, di cui in molti erano a conoscenza ma nessuna di queste è stata pubblicata oltre quelle necessarie per definire il contesto di uno scambio di favori tra politica e Rai.

La stessa maggioranza che approva un decreto che tronca la libertà di informazione in nome della difesa della privacy decide attraverso la Vigilanza Rai di pubblicare nei titoli di coda il compenso degli ospiti e dei conduttori. Sembra un gesto cristallino. E' il contrario. E non solo perché in una economia di mercato il compenso è determinato dal mercato e non da un calcolo etico. In questo modo i concorrenti della Rai sapranno quanto la Rai paga, quindi il meccanismo avvantaggerà le tv non di Stato. Mediaset potrà conoscere i compensi e regolarsi di conseguenza. Ma la straordinaria notizia che viene a controbilanciare quella assai tragica dell'approvazione della legge sulle intercettazioni è che il lettore, lo spettatore, quando comprende cosa sta accadendo diviene cittadino, ossia pretende di essere informato. Migliaia di persone sono indignate e impegnate a mostrare il loro dissenso, la volontà e la speranza di poter impedire che questa legge mutili per sempre il rapporto che c'è tra i giornali e i suoi lettori: la voglia di capire, conoscere, farsi un'opinione. Non vogliamo essere privati di ciò. Mandare messaggi ai giornali, mostrarsi imbavagliati, non sono gesti facili, scontati. Non sono gesti che permettono di sentirsi impegnati. Sono la premessa dell'impegno. L'intento d'azione è spesso l'azione stessa. Il dichiararsi non solo contrari in nome della possibilità di critica ma preoccupati che quello che sta accadendo distrugga uno strumento fondamentale per conoscere i fatti. La legge che imbavaglia, viene contrastata da migliaia di voci. Voci che dimostrano che non tutto è concluso, non tutto è determinabile dal palinsesto che viene dato agli italiani quotidianamente. Ogni persona che in questo momento prende parte a questa battaglia civile, sta permettendo di salvare il racconto del paese, di dare possibilità al giornalismo - e non agli sciacalli del ricatto - di resistere. In una parola sta difendendo la democrazia.

di Roberto Saviano; la Repubblica

Aprite quella porta

Giù la maschera. Quello che vuole, che pretende la maggioranza al potere è l'impunità totale, il silenzio sui suoi furti e malversazioni. Ai tempi di tangentopoli la maggioranza al potere si accontentava di far passare i suoi furti per legittima pubblica amministrazione. Ricordate la tesi del craxiano Biffi Gentili? Se i politici sono chiamati ad amministrare grandi città, grandi problemi con competenze da tecnocrati perché non devono essere pagati come tali? E se non lo sono perché si vuole impedire che si autofinanzino? Oggi la maggioranza al potere non ha più bisogno di questi sofismi. Rivendica il diritto di rubare attraverso la politica come un normale, dovuto diritto di preda. Al tempo di tangentopoli i socialisti craxiani ma anche quelli di altri partiti avevano nascosto i furti per mezzo della politica nei conti "protetti" cioè segreti in Svizzera a Singapore a Hong Kong. E avendo messo il bottino al sicuro si erano tolti anche il gusto di prendere per i fondelli i loro concittadini con la tesi assurda che l'autofinanziamento dei partiti non era solo una necessità ma un dovere di chi si faceva carico di amministrare lo Stato e la democrazia.

Oggi nella Italia berlusconiana il furto attraverso la politica è scoperto, normale. Appena si può si ruba e viene il sospetto che sia avvenuta una mutazione antropologica, che la maggioranza al potere sia convinta che l'uso della politica per rubare sia non solo normale ma lodevole e che le istituzioni abbiano il dovere di proteggerlo. L'Italia un tempo paese dei misteri, delle società segrete, delle congiure massoniche sotto l'egida del cavaliere di Arcore sta diventando una democrazia autoritaria dichiarata e compatta a difesa dei suoi vizi e dei suoi furti. Perché opporsi al bavaglio che viene imposto all'informazione? Non aveva ragione Mussolini ad abolire la cronaca nera e a coprire gli scandali del regime? Esiste un modo più efficace di lavare i panni sporchi in gran segreto senza che le gazzette li mettano in piazza? L'imprenditore Anemone che si rifiuta di rispondere ai magistrati che indagano sui suoi affari non è la pecora nera, l'eccezione ma la norma della società berlusconiana del fare tutto ciò che comoda ai padroni, senza pagare dazio.

La conferma della mutazione antropologica viene dal fatto che i politici presi con la mano nella marmellata mostrano più stupore che vergogna. La loro corruzione era normalissima, candida, da buon padre ladro di famiglia. A uno era bastato pagare una garconnière al centro di Roma, un altro aveva lasciato mano libera agli impresari edili dopo il terremoto in cambio di una revisione in casa sua dei servizi igienici, diciamo del funzionamento del cesso e del bagno. Ad altri ancora la possibilità di avere a spese dello Stato qualche mignotta, insomma la grande crisi della politica italiana, il grande rischio di una democrazia autoritaria, di una dittatura mascherata, morbida starebbe nella banalità del male, nei piccoli vizi nelle piccole tentazioni della cosiddetta classe dirigente.

Un'Italia senza misteri con un capo del governo schietto, schiettissimo. Che vuole? Che pretende? Il minimo di un uomo del fare più che del pensare: di non avere controlli, di non avere intralci e se gli viene in testa di allevare un cavallo nessuno si permetta di obbligarlo a tirar su una mucca. Che cosa ha scoperto il Cavaliere? Quello che avevano scoperto prima di lui tutti gli uomini autoritari del fare, che i controlli sono fastidiosi e a volte insopportabili. In una parola: che la democrazia è più complicata e faticosa della dittatura.

di Giorgio Bocca; la Repubblica

venerdì 11 giugno 2010

Regime

Ora cala il sipario. Il nostro lavoro si farà più incerto e faticoso e gli avvocati diventeranno compagni di banco di direttori e editori. Nonostante dibattiti, correzioni e appelli di ogni tipo, la legge che detta nuove regole per le intercettazioni e l’informazione viaggia spedita verso i suoi obiettivi.

Abbiamo più volte scritto e riconosciuto che in Italia ci sono stati problemi di rispetto delle vite private di persone coinvolte in indagini, ma ciò non può cambiare il giudizio totalmente negativo che abbiamo della nuova legge.

Il dovere di informare i lettori e il mestiere di giornalisti saranno resi più difficili perché le possibilità di raccontare le inchieste si ridurranno notevolmente, potremo darvi resoconti minimi e parziali, dovremo destreggiarci a fare brevi riassunti e mai citare dettagli o particolari determinanti. Tutto in una grande incertezza, che spingerà gli editori a sollecitare continui pareri legali per evitare le maximulte.

E’ forte l’amarezza per un gesto che non ha nulla a che fare con la privacy e la civiltà giuridica, ma ci parla solo della volontà urgente della politica di calare il sipario sulle inchieste e di mettersi al riparo dagli scandali, per garantirsi un tranquillo futuro di impunità e mani libere.

di Mario Calabresi; LA STAMPA

11 giugno 2010

No, no e poi no!

Una prima pagina bianca, per testimoniare ai lettori e al Paese che ieri è intervenuta per legge una violenza nel circuito democratico attraverso il quale i giornali informano e i cittadini si rendono consapevoli, dunque giudicano e controllano. Una violenza consumata dal governo, che con il voto di fiducia per evitare sorprese ha approvato al Senato la legge sulle intercettazioni telefoniche, che è in realtà una legge sulla libertà: la libertà di cercare le prove dei reati secondo le procedure di tutti i Paesi civili - nel dovere dello Stato di garantire la legalità e di rendere giustizia - e la libertà dei cittadini di accedere alle informazioni necessarie per conoscere e per sapere, dunque per giudicare.

La violenza di maggioranza è qui: nel voler limitare fino all'ostruzionismo irragionevole l'attività della magistratura nel contrasto al crimine, restringendo la possibilità di usare le intercettazioni per la ricerca delle prove dei reati. E nel voler impedire che i cittadini vengano informati del contenuto delle intercettazioni, impedendo ai giornali la libera valutazione delle notizie, nell'interesse dei lettori. Tutto questo, mentre infuria lo scandalo della Protezione Civile, nato con le risate intercettate ai costruttori legati al "sistema" di governo, felici per le scosse di terremoto che squassavano L'Aquila.

Le piccole modifiche che sono state fatte alla legge (si voleva addirittura tenere il Paese al buio sulle inchieste per quattro anni) non cambiano affatto il carattere illiberale di una norma di salvaguardia della casta di governo, terrorizzata dal rischio che i magistrati indaghino, i giornali raccontino, i cittadini prendano coscienza. Anzi. La proroga dei termini per gli ascolti, di poche ore in poche ore, è proceduralmente più ridicola che macchinosa. E le multe altissime agli editori non sono sanzioni ma inviti espliciti ad espropriare la libertà delle redazioni dei giornali nel decidere ciò che si deve pubblicare.

Ciò che resta, finché potrà durare, è l'atto d'imperio del governo su un diritto fondamentale dei cittadini - quello di sapere - cui è collegato il dovere dei giornalisti di informare. Se questa legge passerà alla Camera, il governo deciderà attraverso di essa la quantità e la qualità delle notizie "sensibili" che potranno essere stampate dai giornali, e quindi conosciute dai lettori. Attenzione: la legge-bavaglio decide per noi, e decide secondo la volontà del governo ciò che noi dobbiamo sapere, ciò che noi possiamo scrivere.
Con ogni evidenza, tutto questo non è accettabile: non dai giornalisti soltanto, ma dai cittadini, dal sistema democratico. Ecco perché la prima pagina di "Repubblica" è bianca, per testimoniare ciò che sta accadendo. E per dire che non deve accadere, e non accadrà.

di Ezio Mauro; la Repubblica

giovedì 10 giugno 2010

L'insofferente

Per dirottare la rabbia dei clienti su un capro espiatorio in carne e ossa, i Grandi Magazzini dei romanzi di Pennac avevano ingaggiato Monsieur Malaussène: sua era sempre la colpa dei guasti, degli imprevisti, dei disservizi. Le aziende vere lo hanno imitato, inventandosi i call center: sfogatoi della nostra impotenza a ottocento euro al mese. Anche Berlusconi era in cerca di un Malaussène, di un call center contro il quale scaricare la sua rabbia. E l’ha trovato. Conoscendo i suoi gusti, non poteva che essere una femmina. Madame Costituzione. Dopo la scomparsa dei genitori, Catto e Comunista, la signora si è data un solo scopo nella vita: mettere i bastoni fra le ruote al rivoluzionario di Arcore, che anche ieri si è definito «un imprenditore provvisoriamente prestato alla politica»: da sedici anni, perché in Italia nulla è più definitivo del provvisorio.

Lui vuole fare il capufficio della libertà? E lei gli ricorda che il presidente del Consiglio è un ministro come gli altri. Lui vuole ridurre - per il nostro bene - i poteri di giudici e giornalisti? E lei, pedante: non si può, non si può. Lasciami almeno sgravare le imprese da «lacci e lacciuoli», la implora. Niente, non gli concede nemmeno quello: Madame è una radical-chic d’altri tempi, una specie di Camilla Cederna in formato cartaceo. Nel corso della sua esistenza eroica Berlusconi ha combattuto e vinto contro tanti nemici, ma si trattava di esseri umani. Cosa può fare, persino un semidivino come lui, contro questa Piovra immateriale che si nutre di regole fatte della stessa sostanza degli incubi?

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Ma anche no

Analogie

È nota la definizione della democrazia come sistema pieno di difetti ma di cui non si è ancora trovato nulla di meglio. Da questa ragionevole assunzione discende, per la maggior parte della gente, la convinzione errata che la democrazia (il migliore o il meno peggio dei sistemi di governo) sia quello per cui la maggioranza ha sempre ragione. Nulla di più falso. La democrazia è il sistema per cui, visto che è difficile definire in termini qualitativi chi abbia più ragione degli altri, si ricorre a un sistema bassamente quantitativo, ma oggettivamente controllabile: in democrazia governa chi prende più consensi. E se qualcuno ritiene che la maggioranza abbia torto, peggio per lui: se ha accettato i principi democratici deve accettare che governi una maggioranza che si sbaglia.

Una delle funzioni delle opposizioni è quella di dimostrare alla maggioranza che si era sbagliata. E se non ce la fa? Allora abbiamo, oltre a una cattiva maggioranza, anche una cattiva opposizione. Quante volte la maggioranza può sbagliarsi? Per millenni la maggioranza degli uomini ha creduto che il sole girasse intorno alla terra (e, considerando le vaste aree poco alfabetizzate del mondo, e il fatto che sondaggi fatti nei paesi più avanzati hanno dimostrato che moltissimi occidentali ancora credono che il sole giri) ecco un bel caso in cui la maggioranza non solo si è sbagliata ma si sbaglia ancora. Le maggioranze si sono sbagliate a ritenere Beethoven inascoltabile o Picasso inguardabile, la maggioranza a Gerusalemme si è sbagliata a preferire Barabba a Gesù, la maggioranza degli americani sbaglia a credere che due uova con pancetta tutte le mattine e una bella bistecca a pasto siano garanzie di buona salute, la maggioranza si sbagliava a preferire gli orsi a Terenzio e (forse) si sbaglia ancora a preferire "La pupa e il secchione" a Sofocle. Per secoli la maggioranza della gente ha ritenuto che esistessero le streghe e che fosse giusto bruciarle, nel Seicento la maggioranza dei milanesi credeva che la peste fosse provocata dagli untori, l'enorme maggioranza degli occidentali, compreso Voltaire, riteneva legittima e naturale la schiavitù, la maggioranza degli europei credeva che fosse nobile e sacrosanto colonizzare l'Africa.

In politica Hitler non è andato al potere per un colpo di Stato ma è stato eletto dalla maggioranza, Mussolini ha instaurato la dittatura dopo l'assassinio di Matteotti ma prima godeva di una maggioranza parlamentare, anche se disprezzava quell'aula «sorda e grigia». Sarebbe ingiusto giocare di paradossi e dire dunque che la maggioranza è quella che sbaglia sempre, ma è certo che non sempre ha ragione. In politica l'appello alla volontà popolare ha soltanto valore legale ("Ho diritto a governare perché ho ricevuto più voti") ma non permette che da questo dato quantitativo si traggano conseguenze teoriche ed etiche ("Ho la maggioranza dei consensi e dunque sono il migliore").

In certe aree della Sicilia e della Campania i mafiosi e i camorristi hanno la maggioranza dei consensi ma sarebbe difficile concluderne che siano pertanto i migliori rappresentati di quelle nobilissime popolazioni. Recentemente leggevo un giornalista governativo (ma non era il solo ad usare quell'argomento) che, nell'ironizzare sul caso Santoro (bersaglio ormai felicemente bipartisan), diceva che costui aveva la curiosa persuasione che la maggioranza degli italiani si fosse piegata di buon grado a essere sodomizzata da Berlusconi. Ora non credo che Berlusconi abbia mai sodomizzato qualcuno, ma è certo che una consistente quantità di italiani consente con lui senza accorgersi che il loro beniamino sta lentamente erodendo le loro libertà. Erodere le libertà di un paese significa di solito mettere in atto un colpo di Stato e instaurare violentemente una dittatura. Se questo avviene, gli elettori se ne accorgono e, se pure non hanno la forza di zione di colpo di Stato che è con lui cambiata. Al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato. All'idea di una trasformazione delle strutture dello Stato attraverso l'azione violenta il genio di Berlusconi è stato ed è quello di attuarle con estrema lentezza, passettino per passettino, in modo estremamente lubrificato.

Pensate alla inutile violenza con cui il fascismo, per fare tacere la voce scomoda di Matteotti, ha dovuto farlo ammazzare. Cose da medioevo. Non sarebbe bastato pagargli una buona uscita megagalattica (e tra l'altro non con i soldi del governo ma con quelli dei cittadini che pagano il canone)? Mussolini era davvero uomo rozzissimo. Quando una trasformazione delle istituzioni del Paese avviene passo per passo, e cioè per dosi omeopatiche, è difficile dire che ciascuna, presa di per sé, prefiguri una dittatura - e infatti quando qualche cassandra lo fa viene sbertucciata. Il fatto è che per un nuovo populismo mediatico la stessa dittatura è un sistema antiquato che non serve a nulla. Si possono modificare le strutture dello Stato a proprio piacere e secondo il proprio interesse senza instaurare alcuna dittatura.

Si può dire che il lodo Alfano prefiguri una tirannia? Sciocchezze. E calmierare le intercettazioni attenta davvero alla libertà d'informazione? Ma suvvia, se qualcuno ha delitto lo sapranno tutti a giudizio avvenuto, e l'evitare di parlare in anticipo di delitti solo presunti rispetta se mai la privatezza di ciascuno di noi. Vi piacerebbe che andasse sui giornali la vostra conversazione con l'amante, così che lo venisse a sapere la vostra signora? No, certo. E se il prezzo da pagare è che non venga intercettata la conversazione di un potente corrotto o di un mafioso in servizio permanente effettivo, ebbene, la nostra privatezza avrà bene un prezzo. Vi pare nazifascismo ridurre i fondi per la scuola pubblica? Ma dobbiamo risparmiare tutti, e bisogna pur dare l'esempio a cominciare dalle spese collettive. E se questo consegna il paese alle scuole private? Non sarà la fine del mondo, ce ne sono delle buonissime. È stalinismo rendere inguardabili i telegiornali delle reti pubbliche? No, se mai le vecchie dittature facevano di tutto per rendere la radio affettuosissima. Ma se questo va a favore delle reti private? Beh, vi risulta che Stalin abbia mai favorito le televisioni private?

Ecco, la funzione dei colpi di Stato striscianti è che le modificazioni costituzionali non vengono quasi percepite, o sono avvertite come irrilevanti. E quando la loro somma avrà prodotto non la seconda ma la terza Repubblica, sarà troppo tardi. Non perché non si potrebbe tornare indietro, ma perché la maggioranza avrà assorbito i cambiamenti come naturali e si sarà, per così dire, mitridatizzata. Un nuovo Malaparte potrebbe scrivere un trattato superbo su questa nuova tecnica dello struscio di Stato. Anche perché di fronte a essa ogni protesta e ogni denuncia perde valore provocatorio e sembra che chi si lamenta dia corpo alle ombre.

Pessimismo globale, dunque? No, fiducia nell'azione benigna del tempo e della sua erosione continua. Una trasformazione delle istituzioni che procede a piccoli passi può non avere tempo per compiersi del tutto, a metà strada possono avvenire smandrappamenti, stanchezze, cadute di tensione, incidenti di percorso. È un poco come la barzelletta sulla differenza tra inferno tedesco e inferno italiano. In entrambi bagno nella benzina bollente al mattino, sedia elettrica a mezzogiorno, squartamento a sera. Salvo che nell'inferno italiano un giorno la benzina non arriva, un altro la centrale elettrica è in sciopero, un altro ancora il boia si è dato malato… Tagliare la testa al re o occupare il Palazzo d'Inverno è cosa che si fa in cinque minuti. Avvelenare qualcuno con piccole dosi d'arsenico nella minestra prende molto tempo, e nel frattempo chissà, vedrà chi vivrà. Per il momento, resistere, resistere, resistere.

di Umberto Eco; L'espresso

martedì 8 giugno 2010

Il giallo

Lo scorso 19 maggio Stuart Cable ha compiuto 40 anni e una settimana fa, rispondendo ad un sms di auguri dell’amico Kelly Jones, gli disse che non avrebbe mai creduto di arrivare a festeggiare quel traguardo. Una frase che suona oggi come un triste presagio, visto che alle 5,30 di lunedì mattina l’ex batterista degli Stereophonics è stato trovato morto nella sua abitazione di Llwydcoed, vicino Aberdare, nel Galles del Sud. Secondo la ricostruzione della polizia riferita dal Sun, il musicista sarebbe morto soffocato dal suo stesso vomito, dopo un weekend di baldoria con gli amici, iniziato al pub locale e terminato poi nella sua casa, insonorizzata per non arrecare disturbo ai vicini quando suonava la batteria o dava delle feste. Ironia della sorte, sabato prossimo Cable si sarebbe dovuto esibire al «Download Festival» di Donington Park con il nuovo gruppo, i Killing for Company (che l’anno scorso fecero d’appoggio agli Who), mentre 36 ore prima del decesso la sua vecchia band aveva trionfato in concerto a Cardiff, davanti a 30mila fan.

«La scorsa settimana gli mandai un messaggio di auguri – ha raccontato Jones al Daily Mail - al quale lui rispose "non avrei mai pensato di arrivare ai 40 anni". Lo trovai abbastanza strano e così replicai "vivrai fino a cent’anni, amico mio" e mi misi d’accordo per passare da lui a farmi un pinta e fargli gli auguri di persona. Ecco perché adesso sono in totale stato di choc». Il cantante e Cable fondarono gli Stereophonics nel 1992. Dopo un inizio difficile, arrivò la svolta con la firma del contratto per l’etichetta V2 di Sir Richard Branson e, con quella, il successo grazie a canzoni come Have a Nice Day, Local Boy in The Photograph, Just Looking e The Bartender and the Thief. Ma proprio quando il gruppo era all’apice della popolarità, Cable comincio a dare chiari segni di cedimento e iniziò a drogarsi per reggere la pressione, trasformandosi ben presto in uno «zombie cocainomane», come si è definito lui stesso nella biografia Demons and Cocktails, uscita lo scorso mese.

Una discesa agli inferi che culminò nel settembre del 2003, quando Jones e l’altro membro della band, il bassista Richard Jones (nessuna parentela fra i due), decisero di cacciarlo, esasperati dalle continue scenate di Cable, che aveva anche cominciato a tradire la moglie Nicola con la stella della tv, Lisa Rogers. «Eravamo tornati a parlarci da cinque anni – ha continuato il cantante degli Stereophonics – ed eravamo ancora grandi amici, tanto che è stato lo stesso Stuart ad augurarmi buona fortuna per il concerto di Cardiff». Dopo la cacciata dalla band, Cable continuò a drogarsi per qualche tempo, ma alla fine decise di darsi una ripulita, perché aveva capito che tale andazzo lo avrebbe portato alla tomba e di trasferirsi perciò nel suo paese d’origine dove, oltre a fondare il nuovo gruppo, iniziò una carriera radiofonica come conduttore dello show Cable Rock per la BBC Wales. «Stuart ha girato il mondo con la band e mi sono sempre preoccupata – ha detto mamma Mabel al Mirror – e adesso che si era finalmente sistemato, succede una cosa del genere». «Ci hanno detto che è morto soffocato dal suo stesso vomito – ha detto un amico al tabloid – ma Stuart era un vero "animal party" e se n’è andato come avrebbe voluto». Cable lascia la fidanzata Rachel e il figlio di 9 anni Cian, avuto dalla ex moglie.

di Simona Marchetti; CORRIERE DELLA SERA

Rialzati Italia!

Tergiversiamo

Aspetta e spera

Davvero strampalate le motivazioni con cui la commissaria Ue alla Giustizia, Viviane Reding, ha imposto all’Italia di equiparare entro il 2012 l’età pensionabile di uomini e donne. «C’è una sentenza della Corte Europea e in democrazia le sentenze si rispettano» ha almanaccato. Già qui ci sarebbe parecchio da eccepire (le sentenze sono uno stato d’animo: rispettabile, certo, ma non necessariamente da rispettare), se non fosse che preferiamo lasciare il dovere di replica a chi di queste cose se ne intende: Previti o Ghedini. Ma l’algida signora raggiunge il colmo della tracotanza quando si spinge ad affermare che le direttive sull’equiparazione dell’età pensionabile risalgono al 1990 e l’Italia non può fare l’offesa o la sorpresa, «dato che ha avuto vent’anni di tempo per mettersi in regola».

E con ciò? Abbiamo i nostri ritmi. E pratichiamo come nessun altro la sofisticata arte del rinvio. Perché fare oggi quel che si può fare domani e che potrebbe non essere più necessario dopodomani? Perché dire di colpo la verità, come ha appena fatto il premier inglese («Il nostro stile di vita cambierà»), se si può continuare a mentire tranquillamente alla giornata? Perché ottemperare subito a un obbligo, rinunciando alla possibilità sempre auspicabile di una proroga o, meglio ancora, di un condono? Par di conoscerla, questa Reding. Il genere di persona che paga i bolli prima che scadano, chiede gli scontrini ai negozianti e vive nell’ossessione delle regole. Verrebbe proprio voglia di mandarla in pensione. E ce la manderemo, prima o poi. Fra una ventina d’anni.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Il cecchino

Se c'è uno straniero all'Italia è il leghista Calderoli e non certo l'interista Moratti. I ministri leghisti non vanno alla festa della Repubblica, ma il ministro Calderoli pretende dall'Inter quell'italianità che non rispetta. Il figlio di Bossi proclama che non tiferà per l'Italia ai mondiali, ma il rinnegato è Moratti che schiera una formazione internazionale (Inter) perché vuole vincere, perché vuole che sia italiana la squadra più forte d'Europa. Le squadre di calcio onorano la bandiera proprio perché sono industrie multinazionali, come il cinema, come l'editoria, come le grandi compagnie aeree - Air France per citarne una per tutte - che pure hanno marchi patriottici. Con lo stesso criterio le banche e le società di assicurazioni dovrebbero fallire pur di non accettare partecipazioni straniere e salvaguardare così l'integrità italiana del loro Dna capitalistico. Per non parlare degli istituti di ricerca: a nessuno viene in mente che il mitico Mit di Boston non sia americano perché è pieno di studiosi pachistani, indiani, europei, cinesi e anche italiani. Come si vede l'ultima sparata di Calderoli non è meno ridicola di tutte le sue altre sparate. Sbaglieremmo però a sottovalutarla e basti pensare al porcellum, la legge elettorale che rimane in vigore nonostante il perfetto nome datogli dal suo autore. Il puntoè che mandano avanti Calderoli ogni volta che si sentono persi, quando c'è da fare demagogia caricaturale, quando il dramma diventa irreversibile e non si può fare altro che ridere. Dopo le magliette sull'Islam, i comizi contro i culattoni, le ingiurie ai vescovi parassiti, l'incitamento a far pipì sulle moschee..., adesso tocca ai calciatori strapagati, a Moratti il petroliere e agli stranieri che giocano nell'Inter. Il governo impone sacrifici agli statali che sonoi più deboli, non hanno mercatoe molti di loro sono già proletarizzati come gli insegnanti, ma la colpa non è del presidente del Consiglio o del ministro del Tesoro i quali, come ha scritto ieri Eugenio Scalfari ricordando Giorgio Amendola, «fabbricano castelli con la sabbia asciutta». La colpa ce l'hanno i calciatori. Sono loro i responsabili della crisi economica, tanto più se sono stranieri, come Milito o Sneijder o Julio Cesar che giocano nella squadra «non italiana» del petroliere Moratti, aiutato dallo Stato nonostante sia un traditore della Padania. Insomma, per spostare l'attenzione sulla pesantezza della manovra, per farne dimenticare le iniquità, Calderoli apre un dibattito populista e demagogico che purtroppo in Italia ha ancora un ascolto perché accende l'invidia sociale e risveglia, come un residuo ideologico, la vecchia idea che il danaro sia roba da farabutti, materia vile da trattare di nascosto. Certo, Calderoli esclude Berlusconi dalla categoria dei ricchi perversi, è l'alleato affidabile dell'uomo più potente e più danaroso del Paese che usa lo Stato per favorire le aziende di famiglia, ma addita il reprobo assistito e profittatore nel petroliere Moratti, sostenuto dal "Cip 6", un provvedimento economico che fu abolito da Prodi e ripristinato da Berlusconi, un incentivo non solo per gli inceneritori ma anche per le raffinerie che sono la forza del gruppo Moratti. Ebbene, se davvero il "Cip 6" è iniquo, il governo abbia il coraggio e il buonsenso di abolirlo. Ma che cosa c'entrano gli stipendi dei calciatori? E che cosa c'entra la loro etnia? Purtroppo Calderoli sa che gli italiani sono sensibili alla demagogia degli stipendi. E la usa per ricavarne profitti politici. In apparenza spregiudicati, molti italiani ancora pensano che far soldi imbruttisca e sporchi. Dunque pagare molto un campione sarebbe una maniera di corromperlo asservendolo. Perciò Calderoli lancia l'idea del calciatore francescano, angelo d'Italia, che si autoriduce l'ingaggio «devolvendolo- ha proposto-a titolo onorifico», eroe della povertà nazionale che, come si diceva una volta, dona l'oro alla patria. E invece è vero il contrario. I campioni sono investimenti economici obbligati da un mercato, ovviamente internazionale, dove più cresce la bravura più cresce il compenso. Perché il brasiliano Maicon, che ha la nostalgia nel sangue, dovrebbe giocare nelle nebbie padane, piuttosto che nel Real Madrid, se non per danaro? Solo qualche voltai calciatori diventano conflitto di interesse come è stato nel caso del Milan utilizzato da Berlusconi alla vecchia maniera di Lauro. Don Achille "o comandante" - chi non lo ricorda? - comprò a fini elettorali, per la cifra a quel tempo record di 105 milioni, un centravanti svedese di nome Jeppson che fu poi soprannominato «il Banco di Napoli». Un tempo erano i cattivi maestri del comunismo a sostenere che il calcio, come la religione, era l'oppio dei popoli, ora sono Calderoli e Berlusconi che usano il pallone per narcotizzare gli italiani: Berlusconi servendosene, quando ancora riusciva a vincere tutto, a fini di popolarità e di consenso politici, e Calderoli per mascherare le malefatte del governo. Oggi che non vince più, Berlusconi si traveste da moralizzatore e in nome - pensate! - dell'etica dell'impresa serra i cordoni della borsa. E Calderoli lancia una "fatwa padana": non prendetevela con noi che vi congeliamo i vostri poveri stipendi ma insorgete contro i plutocrati del calcio che coprono d'oro i loro campioni (di razza impura). Due parole infine sugli stipendi della Rai che non solo Calderoli vuole tagliare. Qui il mercato c'entra poco. La Rai è un servizio pubblico gestito dai partiti e purtroppo le retribuzioni di dirigenti, funzionari, conduttori e direttori rientrano fra i costi della politica. Si tratta sostanzialmente di sottosegretari all'informazione, il cui valore non è mai misurato dal mercato. Essere bravo non è decisivo. Quel che conta è l'appartenenza che spesso è servilismo politico. Anzi la bravura è un handicap. Nessuna logica di mercato giustifica Minzolini alla direzione del Tg1. E nessuna logica di mercato giustifica il licenziamento di Mentana da Canale 5. Rimane vero che impoverire la Rai significa agevolare ulteriormente Mediaset. Ma, come si vede, siamo nel cuore del pasticcio italiano che non è governato dalle stesse logiche competitive che regolano il calcio in Italia come altrove. Nel calcio siamo cittadini del mondo. Alla Rai siamo Strapaese, esagitati tifosi di curva, sempliciotti e feroci come il leghista Calderoli.

di Francesco Merlo; la Repubblica