martedì 12 ottobre 2010

Passaggio di consegne(?)

La Lega sguazza nella merda

Ci vuole il porto d’armi per i tassisti, urla la Lega, dopo che a Milano un membro della categoria è stato pestato a sangue da un gruppo di bulli (coperti dalla scandalosa omertà del quartiere) per aver preso sotto le ruote il cockerino senza guinzaglio di una loro conoscente. Ma immaginiamo che quel tassista fosse stato armato e avesse ucciso nella colluttazione uno dei bulli o la proprietaria del cockerino. Adesso qualcuno direbbe che i proprietari di cani hanno diritto di girare armati per difendersi dall’arroganza dei pirati della strada. Ma immaginiamo che la proprietaria del cockerino fosse stata armata e un passante avesse pestato la cacca del suo cane, arrabbiandosi come un bufalo, e la signora in preda alla concitazione del litigio avesse fatto fuoco. Adesso qualcuno direbbe che i passanti hanno diritto di girare armati. Ma immaginiamo che il passante fosse stato armato e avesse pestato la cacca di un alano: nel vedersi circondato dalla proprietaria del cane, dai bulli e dal tassista, avrebbe temuto che gli scatenassero contro il temibile molossoide. Preso dal panico, il passante avrebbe sparato, sbagliando completamente la mira e colpendo l’inquilino del prospiciente caseggiato, sportosi alla finestra per curiosare. Adesso qualcuno direbbe che tutti gli inquilini di tutte le case affacciate su qualche strada hanno diritto di girare armati. Ma immaginiamo che l’unico a essere armato fosse stato il cockerino. Armato di guinzaglio, intendo, come usa nei Paesi civili.

Forse ci saremmo risparmiati questa carneficina.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA


Smarrimento

mercoledì 29 settembre 2010

La vicinanza della politica

(De)rattizzazione

Un personaggio di Kafka, destandosi una mattina, si trovò tramutato in scarafaggio: «Che cosa m’è accaduto?», si domandò terrorizzato. Il terrore non lo molla più. Noi, lettori occidentali, pensavamo che il grande scrittore praghese, ebreo, intuisse e rappresentasse gli incubi delle minoranze oppresse: essere declassati da uomini ad animali. Ma pensavamo tutto questo sforzando il cervello, per intuire una condizione che non sarà mai nostra: noi siamo occidentali, siamo europei, siamo cristiani, le condizioni a-umane o sub-umane non possono toccarci, sarebbe una contraddizione della storia, e noi siamo autori di storia, padroni della storia. Noi italiani, poi, siamo il centro della cristianità, il cuore dell’arte e della genialità. Mai saremo visti, dai fratelli europei, come animali repellenti o feroci. Non siamo lupi. Non siamo scimmie.

Ed ecco, dalla civilissima Svizzera, e dalla parte più italiana della Svizzera, il Canton Ticino, esce uno spot pubblicitario che ci raffigura come topi, anzi toponi. I toponi sono topi grassi. Perché mangiano molto formaggio. Svizzero. Non lo fanno, ma lo mangiano. Entrano in casa e sbafano tutto. Peggio che ladri, sono ladri e rapinatori e parassiti insieme. La didascalia dice: «I ratti invadono la Svizzera italiana», ma il messaggio è: «I ratti italiani invadono la Svizzera». Perché non ci siano dubbi sull’identificazione uomini-topi, i topi, tre, hanno dei nomi. Uno si chiama Fabrizio, vive a Verbania ma va a lavorare in Ticino. Il secondo si chiama Bogdan, è romeno, non ha né casa né lavoro: come uomo, un sotto-uomo, come topo, un sotto-topo. Il terzo si chiama Giulio, e fa l’avvocato. Un Giulio che fa l’avvocato è Tremonti, e Tremonti è descritto poco dopo come citrullo, disonesto, dannoso ai suoi concittadini, sabotatore delle oneste e professionali banche svizzere. Perché, introducendo lo scudo fiscale, richiama dalla Svizzera i capitali illecitamente esportati. Dei tre tipi che incarnano la malaumanità europea, noi italiani siamo presenti in due. La società svizzera-ticinese è laboriosa, risparmia e accumula (il formaggio è lì pronto, una forma enorme), «guadagna bene» (lo dice il testo, con legittimo vanto), insomma rappresenta il benessere capitalistico, e chi sta bene Dio è con lui. Noi italiani siamo il male, e facciamo il male. Non noi napoletani o noi siciliani, insomma noi italiani del Sud, facilmente e ingiustamente disprezzati dal Nord: ma noi italiani del Nord, anzi del Nord del Nord, noi frontalieri della Svizzera. Noi rubiamo il lavoro. Ci facciamo pagare con una cicca, e così eliminiamo ogni concorrenza. I lavoratori svizzeri sono troppo umani e dignitosi, non si fanno pagare da straccioni. E poi hanno una moneta buona, solida, stabile. Non hanno l’euro, ballerino e spregiato. Noi italiani del Nord, sottolavoratori della zona euro, siamo accecati dal salario decente e dal franco.

Ma queste non sono esattamente le accuse che noi, italiani del Nord, rivolgiamo agli europei dell’Est e agli africani del Nord? Vengono da aree dove il lavoro è zero, hanno monete rifiutate dalle nostre banche, qui fanno i sottolavori sporchi o malsani o rischiosi che noi scartiamo, si accontentano delle sottopaghe che noi sdegniamo, qui vivono la loro miserabile sottovita, e noi li accusiamo di rubarci i posti (se non ci fossero loro, li occuperemmo noi), entrare nelle case sfitte, e ripagarci stuprando le nostre donne, rubando nelle nostre case, e riempiendo le nostre prigioni. Non diciamo «siete topi», ma gli incendiamo gli insediamenti, per farli scappare. Come gli svizzeri con noi. Gli italiani ai confini della Svizzera sono ratti, dicono, «e noi vogliamo derattizzare». Testuale. È un calcio in pancia che ci sveglia di soprassalto. Apriamo gli occhi, e ci troviamo trasformati in topi.

di Ferdinando Camon; LA STAMPA

venerdì 17 settembre 2010

J-27

Una chitarra a forma di freccia, locandine, un paio di manoscritti, un cappello nero a falde larghe, un disegno autografo dedicato al festival dell' isola di Wight, un vestito sgargiante, di quelli che Hendrix si faceva confezionare su misura come uno specchio di stoffa della psichedelia imperante, e una grande mappa di Londra su cui sono segnati tuttii luoghi che hanno fatto parte della sua breve, bruciante biografia. Siamo a Hendrix Britain, piccola ma succosa esibizione allestita in alcune stanze dello Handel Museum, al numero 23 di Brook street, nella zona di Mayfair, dove Hendrix ha abitato per un po' di tempo. Quello è stato il suo flat inglese, la casa bohémien dove visse con l' amica Kathy Etchingham, l' unica di cui si sia fidato completamente, e dove probabilmente passò alcuni tra i rari momenti di relax della sua travolgente esistenza. Ma la mostra è solo uno degli omaggi che si stanno moltiplicando in tutto il mondo. Hendrix del resto doveva molto a Londra, e la passione fu totalmente ricambiata. Furono gli inglesi a capire per primi che nel suo blues da fantascienza c' era una nuova visione dell' universo dei suoni, che nella sua onnivora, devastante capacità di trasformare in puro genio qualsiasi cosa uscisse dalla sua chitarra fiammeggiante, stava inventando una musica che non si era mai sentita prima. Gli americani l' avevano snobbato. Per loro il blues era una musica da cortile, ce l' avevano sotto casa, e per anni quel diamante era rimasto grezzo, appena abbozzato, incapace di abbagliare. Finché, da Londra, non arrivò il suo primo singolo, una folgorante e ruvida canzone intitolata Hey Joe che lanciò il musicista che di lì a poco avrebbe osato sfidare il cielo stesso, nella nebbia iridescente di Purple Haze, quando cantava come se dialogasse con gli dei: «Scusatemi, mentre bacio il cielo». E a Londra Hendrix ci tornò anche per morire, soffocato dal suo stesso vomito, la sera del 18 settembre 1970, in una stanza del Samarkand Hotel. Aveva ventisette anni. Questo numero, nella mitologia rock, è divenuto sinonimo di maledizione, anche perché di lì a poco, il 4 ottobre, morì anche Janis Joplin. Nel suo caso il referto parlava di morte accidentale causata da overdose di eroina. Aveva la testa segnata a sangue come se avesse sbattuto violentemente contro qualcosa, incapace di controllarsi. Anche lei aveva appena ventisette anni. Il 3 luglio dell' anno seguente cadde anche Jim Morrison, al pari degli altri due devastato da una insanabile tendenza all' autodistruzione attraverso sostanze illecite. Neanche a farlo apposta, aveva ventisette anni. E tutti e tre avevano un nome che iniziava per "J". Le tre "J", o la maledizione dei ventisette anni. Complottisti e dietrologi ci hanno ricamato sopra per decenni. Pura coincidenza? O c' erano forze oscure che lavoravano nell' ombra per eliminare i pericolosi araldi della rivoluzione giovanile? Di sicuro erano vittime facili, di sicuro erano tre rivoluzionari, capaci di incendiare le folle, di smuovere certezze, di mettere in discussione per il solo fatto di essere quello che erano i rassicuranti pilastri dell' establishment americano. Hendrix, a Woodstock, aveva addirittura profanato l' inno americano, costruendo una delle pagine in assoluto più memorabili della storia della rock, con una versione distorta di Star Spangled Banner che si trasformava nella riproduzione sonora di un bombardamento in Vietnam. Jim Morrison era pericoloso quanto possono esserlo in certi casi le parole. Aveva cantato come un novello Edipo generazionale di voler «uccidere il padre e fottere la madre». La Joplin era una mina vagante, una donna sboccata, drogata e disinibita, che toglieva il sonno alle buone madri di famiglia. Ma era sensibile e a suo modo delicata. Quando cantava aboliva ogni barriera tra le zone profonde del proprio essere e l' espressione formale, cantava rabbiosamente, con una potenza che attingeva alla tradizione afroamericana, una bianca che cantava come facevano i neri, e che un giorno decise di far costruire una lapide più dignitosa alla prima e più grande delle cantanti blues, Bessie Smith, morta perché non soccorsa tempestivamente, in quanto «negra», dopo un incidente stradale. Nel 1969, dopo un concerto, fu fermata e denunciata dalla polizia per «linguaggio osceno». Ma qualche anno dopo Leonard Cohen le dedicò una delle sue più belle canzoni, Chelsea Hotel #2, in cui descriveva perfettamente l' impudica ma fragile perso nalità di Janis. E poi in tutti e tre i casi, le indagini furono frettolose, per non dire poco accurate, e lasciarono molte zone d' ombra sulle circostanze esatte dei decessi, il che, com' è noto, è pane per i denti dei teorici del complotto di ogni epoca. Ma c' è anche di mezzo la storia.A quei tempi l' America era governata dal suo trentasettesimo presidente, il controverso Richard Nixon che nel 1968 aveva sconfitto, seppure con minimo scarto, il suo rivale democratico con una campagna in cui aveva esplicitamente promesso di ripulire il paese dalla feccia hippy. La verità è che per un momento il Paese aveva davvero avuto paura che la sovversione riuscisse a ribaltare le forme tradizionali del vivere sociale. E del resto, senza bisogno di arrivare alle paranoie complottiste, molti storici hanno sottolineato con legittimo sospetto la strana coincidenza di un improvviso dilagare dell' eroina nella zona di San Francisco nel momento più pericoloso della rivoluzione pacifica, ovvero la "Summer of love" del 1967, quando interi quartieri della città erano diventate zona franca, un territorio liberato in cui si praticava la vita collettiva, il libero scambio, l' amore libero. Guarda caso in California, in quella indimenticabile estate del sogno giovanile, a esaltare la rivoluzione c' erano proprio le tre "J". Non erano i soli a farlo, ma di certo erano quelli che più apertamente sfidavano le regole. Al festival pop di Monterey si esibirono Jimi Hendrix, che in un sommo rito simbolico di sacrificio incendiò la sua chitarra sul palco, e Janis Joplin che cantò una versione di Ball and Chain passata alla storia. Da quelle parti c' erano anche i Doors di Jim Morrison, che sul palco arrivò a denudarsi, il che spinse le forze dell' ordine a interrompere le sue esibizioni: lo scomodo, insostenibile Jim Morrison che sembrava un incubo vivente per ogni benpensante del Paese. Le sue erano poesie cantate, ma sullo sfondo di un paesaggio apocalittico. A ogni concerto dava l' impressione che il mondo non potesse rimanere com' era, che fosse la fine, The End, che il mondo era inevitabilmente alle porte, The Doors appunto, di un cambiamento senza ritorno. Così nel 1967. Tre anni dopo, quando gli eroi cominciarono a morire, barbaramente uccisi dalla loro stessa fragilità, Nixon si fece fotografare alla Casa Bianca mentre stringeva la mano a un bolso Elvis Presley, il quale molti anni prima aveva fatto partire la prima ingenua ribellione giovanile del rock' n' roll, ma che nel frattempo era diventato un bravo, ammirevole conservatore, fiero dei suoi distintivi di sceriffo onorario, patriota esemplare e, a quanto pare, perfino disposto alla delazione nei confronti dei più giovani e ribelli rocker che lo avevano spodestato. Di sicuro la scomparsa dei tre eroi segnò la fine di un' epoca. Ma la maledizione dei ventisette anni non finì lì. Tornò drammaticamente in auge nel 1994, quando il mondo del rock fu letteralmente scioccato dal suicidio di Kurt Cobain, il cantante dei Nirvana, trovato morto l' otto aprile, nella sua casa di Seattle. Si era sparato un colpo di fucile in testa, o almeno così decretò il referto della polizia, ma ovviamente anche in questo caso in molti hanno pensato che la verità potesse essere un' altra. Anche Kobain aveva ventisette anni, compiuti da due mesi, si drogava e per la verità era stato già a un passo dalla morte per overdose, e questo l' ha ovviamente messo in relazione con gli altri tre, sebbene fossero passati più di vent' anni. Nella sua lettera d' addio non c' era alcun riferimento a Jimi Hendrix, a Janis Joplin o Jim Morrison (malgrado Hendrix fosse di Seattle come lui). Citava Freddie Mercury come esempio di una rockstar che si esaltava nel rapporto col pubblico e finiva la lettera citando un verso di una canzone di Neil Young: «Meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente».

di Gina Castaldo; la Repubblica

martedì 14 settembre 2010

La seconda infanzia repubblicana

Basta, pietà, cambiate schema, evolvete verso forme di vita più complesse. Di che cosa di tratta? Ma del nuovo modo di concepire il dibattito politico e giornalistico in Italia. Il rimpiattino. Ultimo esempio ieri. Ministro Gelmini, cosa pensa di quella scuola pubblica di Adro che espone dappertutto il simbolo della Lega Nord? Risposta: vorrei che si polemizzasse anche quando nelle classi si utilizzano dei simboli di sinistra. Giusto, il primo studente che trova una foto di Marx o di Bersani sotto il banco è pregato di rivolgersi alla polizia. Ma cosa c’entra, adesso? Stiamo parlando della scuola leghista di Adro! Ed è tutto così. Se gli amici di Berlusconi ficcano il naso nei movimenti immobiliari di Fini, quelli di Fini si affannano a ricordare che Berlusconi comprò sottocosto la villa di Arcore. Ormai i politici vanno in tv con le tasche piene di ritagli, pronti a rintuzzare le critiche non con una spiegazione convincente, ma con una memoria d’archivio che possa testimoniare la mancanza di coerenza dell’accusatore.

Il «doppiopesismo» è stata una vergogna che ha massacrato la verità e le teste di almeno una generazione di italiani. Ma questo suo peloso contraltare, il rimpiattino, è una via di fuga avvilente, un cibo per vittimisti che non scioglie i nodi della storia e porta solo ad accumulare nuovi rancori. All’asilo è normale reagire ai rimbrotti della maestra gridando: è stato lui, ha cominciato lui. All’asilo, appunto.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Lex sed Lega

Con ironia

Dunque il pubblico presente in studio, nei talk-show politici della Rai, non potrà più parteggiare per questo o quel contendente. Non potrà fare «boo» se sente qualcosa che lo indigna, non potrà sostenere con la voce un discorso che invece condivide. Composti, equanimi e misurati; muti come gli scolari pre-‘68 o pronti ad applaudire a comando, ma con tempi rigorosamente predefiniti (forse proporzionali al peso elettorale di chi parla?).

Il pubblico in studio dovrebbe rappresentare un campione di quello che sta a casa; che certo parteggia e si incavola. O forse no, non più, Masi ha ragione. Allora però estremizzo e avanzo una proposta costruttiva: perché non toglierlo completamente il pubblico, studiando una scenografia graficamente impeccabile che non lo preveda? Immaginate la scena: i politici che litigano, si insultano pesantemente (certo continuerebbero a farlo, sarebbe un’offesa alla loro integrità sospettare che lo facciano soltanto se aizzati da un pubblico) - il tutto in un silenzio glaciale, con un leggero rimbombo delle pareti. Quale più icastica rappresentazione del rapporto tra loro e i cittadini, dell’intercapedine sfiduciata e un po’ attonita che sono riusciti a creare intorno a sé? Se l’immagine del pubblico fosse necessaria per ragioni formali, come effetto-specchio, suggerisco una soluzione già attuata in un quiz di Enrico Papi: il pubblico virtuale proiettato sugli spalti, con applausi registrati. Magari in 3D: quando si tratta di garantire il sopore, si sa, la Rai non bada a spese.

di Walter Siti; LA STAMPA

Senza ironia

Gheddafi il sultano si fa i cazzi suoi, domina il Mediterraneo, esige soldi a destra e a manca con minacce ridicole. L'Italia, solo l'Italia, si inchina a questo dittatore da quattro soldi. La Libia ci spara contro, e Maroni se ne fotte dicendo balle.

Che schifo. Tutti quanti. Anche se votiamo Berlusconi, non ci meritiamo tanto.

lunedì 6 settembre 2010

Non è possibile

Nella frazione di Acciaroli (Salerno), il sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, viene brutalmente ucciso, in una agguato che puzza di camorra.

Prendete questi figli di puttana, per favore.

mercoledì 25 agosto 2010

Filosofia

Il metodo Boffo

Berlusconi ha detto chiaro e tondo che nel cammino verso le elezioni anticipate – qualora il piano dei “cinque punti” non riceva rapidamente la fiducia del Parlamento – non si farà incantare da nessuno, tantomeno dai “formalismi costituzionali”. Così lo sappiamo dalla sua viva voce: in Italia comanda solo lui, grazie alla “sovranità popolare” che finora lo ha votato.

La Costituzione in realtà dice: «La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Berlusconi si ferma a metà della frase, il resto non gli interessa, è puro “formalismo”. Quanti italiani avranno saputo di queste parole? Fra quelli che le hanno apprese, quanti le avranno approvate, quanti le avranno criticate, a quanti non sono importate nulla, alle prese come sono con ben altri problemi? Forse una risposta verrà dalle prossime elezioni, se si faranno presto e comunque, come sostiene Umberto Bossi (con la Lega che spera di conseguire il primato nel Nord e, di conseguenza, il solo potere concreto che conta oggi in Italia). Ma più probabilmente non lo sapremo mai. La situazione politica italiana è assolutamente unica in tutte le attuali democrazie, in Paesi dove – almeno da Machiavelli in poi – la questione del potere, attraverso cento passaggi teorici e pratici, è stata trattata in modo che si arrivasse a sistemi bilanciati, in cui nessun potere può arrogarsi il diritto di fare quello che vuole, avendo per di più in mano la grande maggioranza dei mezzi di comunicazione.

Uno dei temi trattati in queste settimane dagli opinionisti è che cosa ci si aspetta dal mondo cattolico, invitato da Gian Enrico Rusconi su La Stampa a fare autocritica. Su che cosa, in particolare? La discesa in campo di Berlusconi ha avuto come risultato quello che nessun politico nel mezzo secolo precedente aveva mai sperato: di spaccare in due il voto cattolico (o, per meglio dire, il voto democristiano). Quale delle due metà deve fare “autocritica”: quella che ha scelto il Cavaliere, o quella che si è divisa fra il Centro e la Sinistra, piena di magoni sui temi “non negoziabili” sui quali la Chiesa insiste in questi anni? A proposito. Ivan Illich, famoso sacerdote, teologo e sociologo critico della modernità, distingueva fra la vie substantive (cioè quella che riassume il concetto di “vita” mettendo insieme, come è giusto, e come risponde all’etica cristiana, tutti i momenti di un’esistenza umana, dalla fase embrionale a quella della morte naturale) e ogni altro aspetto della vita personale o comunitaria, a cui un sistema sociale e politico deve provvedere.

Il berlusconismo sembra averne fatto una regola: se promette alla Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: il “metodo Boffo” (chi dissente va distrutto) è fatto apposta.

di Beppe Del Colle; Famiglia Cristiana

giovedì 5 agosto 2010

Buone vacanze

La fila è andata in crisi. Una volta in Italia era più sopportabile: trovavi sempre qualcuno con cui scambiare due parole. Ora abbiamo perso la pazienza di colloquiare. Non si comunica più neanche con genitori e amici. Invece, non dico alla posta, ma almeno a teatro o al cinema, ci si potrebbe provare. Ora chiunque tenti viene considerato uno scocciatore. Eppure bisogna ricominciare a chiacchierare. E se l’interlocutore non ci considera, domandiamogli: «Scusi, perché lei non risponde?». Che è già l’inizio di una conversazione. O di uno scontro. C’era uno sketch d’avanspettacolo: «Scusi, sa l’ora?». «Sì». E finiva così.

Di file ne ho fatte tante. Da povero emigrante a Milano nel 1954, mentre aspettavo alla stazione, iniziai a parlare con un signore. Mi suggerì di farmi ricoverare per togliere le tonsille. Passai la notte al caldo e mi sfamai, ma il medico mi scoprì. Così seguii la lezione contadina di mio padre Riccardo: «Quando sei nei guai, di' la verità». Il medico si mise a piangere e, guardando la suora, disse: «Lui rimane una settimana in osservazione, due pasti al giorno completi».

di Lino Banfi; LA STAMPA

martedì 3 agosto 2010

La giustizia

Enrichetto ha 55 anni e un cuore di bambino. Gira in bicicletta, estate e inverno, nascosto sotto un cappello con la coda che i bambini veri si divertono a tirare. Un giorno in cui pedala troppo a zig-zag viene fermato per guida in stato di ebbrezza. Due mesi agli arresti domiciliari, come uno della Cricca. Enrichetto. A lui sta persino bene, basta non gli tolgano il suo cane e il suo cappello. Una mattina si alza con la voglia di un salame. Ricorda di averlo visto nella vetrina del macellaio, prima del suo arresto, chissà se c’è ancora. Esce per andare a controllare. Una vicina che si è autoassegnata l’incarico di fare la guardia lo intercetta attraverso lo spioncino e avverte i carabinieri. Allarme, il prigioniero è evaso! Enrichetto torna a casa col salame, tutto contento, ma sulla porta trova le guardie. Adesso giace nell’infermeria del carcere astigiano di Quarto. Rifiuta il cibo, come chi si sta lasciando morire. La sua non è una protesta. E’ che gli è venuta la malinconia. Sa che a settembre lo condanneranno per evasione e a lui non sembra giusto, ecco. Tutto perché una volta è salito in bici un po’ brillo e un’altra volta è uscito di casa per comprare un salame.

Per favore, Enrichetto, ricomincia a mangiare. Ti prometto che un giorno instaureremo la repubblica del buonsenso, dove le leggi non saranno più il trastullo dei potenti e la trappola dei semplici. E se nel frattempo qualche magistrato chiudesse un occhio sui tuoi efferati delitti, a casa ci sono un cane, un cappello e un salame che ti aspettano per festeggiare.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

domenica 1 agosto 2010

Coerenza

La ricetta del governo per il turismo in crisi? Il ministro Michela Vittoria Brambilla ne ha una piuttosto originale: andarsene in vacanza in Francia. Maniaca della tintarella in Costa Azzurra, alla faccia degli italiani che solo pochi giorni fa s'erano sorbiti lo spot ufficiale "Magic Italia" con la voce di Silvio Berlusconi che invita a non tradire il Belpaese: «Questa è la nostra Italia! Un Paese unico, fatto di cielo, di sole e di mare, ma anche di storia, di cultura e di arte. È un Paese straordinario che devi ancora scoprire: impiega le tue vacanze per conoscere meglio l'Italia, la tua magica Italia».

E la ministra del Turismo con i conti in rosso come i suoi capelli, che gli dava pure corda: «Mettersi a disposizione del proprio Paese è un atto di grande amore. Facessero tutti così!». Già, tutti. A partire da lei, che mentre ancora giravano il trailer già progettava la fuga all'estero per la sua villeggiatura.
Con meta il borgo di Menton, terra di Provenza, a una manciata di chilometri da Montecarlo.

La scusa ufficiale c'è: una missione a caccia di spiagge dog-friendly, per lei e chi come lei ama i cani. Questo racconta a un giornale amico.

Strano, però, che anche lo scorso anno, sempre in questo periodo, la bella Michela si trovasse ancora una volta qui a Menton, sempre a spasso per le stesse strade dove ormai è una star. E con tanto di famiglia al seguito. Perché deve tenerci proprio a questa missione di Stato, se alla faccia di Capri, Cortina e Forte dei Marmi, i Brambilla si sono fatti addirittura l'appartamento sulla Promenade du Soleil, il lungomare che da Garavan scorre dritto fino a Cannes passando per Nizza, per studiare le spiagge aperte ai cani.

Sarà pure un caso se il residence che s'è scelta porta addirittura il suo secondo nome di battesimo: The Victoria Palace. Ma certo non è una coincidenza che nei locali della movida di Menton non si parli d'altro che di lei, la ministra italiana che da quelle parti è più conosciuta di Napoleone.

Staranno allegri i suoi cani a spasso, quando nei bar, nei ristoranti, in spiaggia, perfino sulle panchine all'ombra delle magnolie dove tirano fiato gli anziani del paesello la sentono nominare a ogni ora: «La tenda è aperta, sono in casa. Lassù, guardi, da là dominano tutto il panorama», fa il signor Pietro, torinese in pensione, che qui ci viene dal 1989. «Ci vengono sempre qui, parlano con tutti. Anch'io conosco Michela. Esce da quella porta. Vede, abitano al quinto piano».

Intanto un furgone bianco arrivato dritto da villa Brambilla a Calolziocorte, vicino a Lecco, posteggia di fronte all'ingresso della lussuosa palazzina che nel 1996 sostituì le vecchie casupole dei pescatori. Non sembra un furgone in missione, ma piuttosto il trasloco estivo di casa Brambilla visto che in un paio d'ore da là sopra scaricano di tutto: bagagli, biciclette, lampade, sdraio e perfino i climatizzatori. E neppure il collega d'Oltralpe Dominique Perben pare sapere che, nella sua Francia, ci sia un ministro straniero in visita per ragioni di studio. Annunci a parte, insomma, sembrano proprio le vacanze ufficiali del ministro italiano del Turismo, quella che in patria predica di spendere i quattrini lungo la Penisola e poi fugge all'estero quando i soldi in questione sono i suoi.

Sotto casa ci passeggia un'amica milanese che condivide con lei la passione per i cani. I barboncini Tommy e Matteo, sempre al guinzaglio, sono ormai diventati le mascotte di Menton, eppure nemmeno lei sa nulla di questa missione: «Qui si sta bene, ci sono le spiagge pure per loro. Ma quest'anno glielo dico proprio alla Michela: cosa penserebbero gli italiani, se sapessero che proprio lei passa le vacanze all'estero? ».

Già. Che direbbe il Cavaliere se sapesse che da queste parti se la contendono come un trofeo e, forse, a guadagnarci in fatto di turisti non è lui, bensì il collega Nicolas Sarkozy? E infatti in pochi minuti gira la voce del suo arrivo. Al punto che, con i bilanci del turismo italiano che si ritrova, madame Brambilla che fa? Si fa scattare un paio di foto e si presenta agli italiani come la ministra-turista per caso che passa da Menton a studiare. Macché. Dire che da quelle parti è habituée è dire poco. Ormai è l'attrazione principale di rue Saint-Michel, la stradina di Menton che fra salite e piazzette ottocentesche serpeggia fino al Bastione arabeggiante su cui sventola, battuto dal libeccio, il tricolore di Francia.

Conigli con guinzaglio

Nel trentennale del gesto politico più sanguinario della storia repubblicana, Bologna per la prima volta ricorda i suoi morti senza il governo e (quasi) senza lo Stato. La presenza onorevole e simbolica del prefetto non basterà a coprire la voragine di un'assenza oggettivamente gravissima, perché sancisce ufficialmente la mancanza di una memoria condivisa.

E dopo trent'anni, riconsegna il lutto alla comunità bolognese come fosse «cosa sua». I precedenti sono noti. La sentenza definitiva sulla strage, che ne attribuisce l'esecuzione ai terroristi neri (strage fascista, dunque, non è una forzatura ideologica) viene defalcata a «verità politica» da buona parte della destra italiana, così che anche la sola strage terroristica che abbia avuto una lettura giudiziaria pienamente conclusa viene risospinta nel limbo insopportabile delle mezze verità e dei misteri inafferrabili.

Questa lesione, più recente, è andata a sommarsi al radicato astio che una piazza così orribilmente offesa già nutriva per il potere politico del tempo, accusato di depistaggi, coperture, silenzi: in due parole, di alto tradimento. Di qui la radicata pratica dei fischi rabbiosi che accolgono ogni anno governanti anche incolpevoli, ma giudicati responsabili della continuità omertosa dello Stato, simboli di un potere inaffidabile, ipocrita e distante.

Non interessa, qui, valutare ragioni e torti di questa frattura che in trent'anni, piuttosto che ridursi, si è radicalizzata. Interessa misurarla, la frattura, in tutta la sua incurabile profondità: un lutto nazionale tra i più dolorosi e significativi viene infine giudicato non gestibile, politicamente incontrollabile, dal governo centrale, che lo rimbalza alle autorità locali (con macabro sarcasmo, si potrebbe dire che anche questo è federalismo...). Si noti che il ministro incaricato non avrebbe dovuto parlare in piazza ma in Comune, per tutelarlo dalle contestazioni e per tentare di interrompere il rituale aspro dei fischi. Tanto non è bastato al governo per decidere di essere a Bologna questo 2 agosto.

La fuga di Roma da Bologna colpisce anche perché si aggiunge a un quadro di separazione progressiva e tumultuosa dei cittadini dalla politica, e della politica dai cittadini. Paiono vite parallele, dunque mai convergenti, anche quando l'occasione riguardi tanto la società quanto le istituzioni, vedi le commemorazioni palermitane di Falcone e Borsellino che sono state quasi «privatizzate» dai cittadini per evitare contiguità indesiderate.

Probabile che anche a Bologna molte voci commentino con sollievo la latitanza del governo, «stiano pure a casa loro». Ma un Paese nel quale la politica teme il popolo (a meno di incontrarlo in festose adunate di consenzienti, o di farne comparsa per tripudi di massa) e il popolo disprezza la politica, è un paese schizofrenico, sdoppiato, e in ultima analisi paralizzato fino a che accada qualcosa che sblocchi questo impotente ringhiarsi, evitarsi, detestarsi. Se nell'agenda del governo, alla data del 2 agosto, non è segnata con l'evidenziatore la parola «Bologna», significa che il prezzo di quattro fischi non vale il dovere di rappresentare lo Stato, nemmeno nel chiuso di un Palazzo comunale. Sia viltà politica, sia pura sottovalutazione, sia il calcolato sgarbo a una città ex-rossa e oggi commissariata (e quasi felice di esserlo: altro scacco alla politica), è una prova di sconsolante debolezza.

di Michele Serra; la Repubblica