sabato 19 giugno 2010

Radio Merdania

"I trans sono immondi cessi umani, aborti della natura, stranieri che sono qui a buttare malattie... Ci vorrebbe un'azione più incisiva, più aggressiva, perché i tempi sono maturi e la gente ci seguirebbe: non possiamo fare le espulsioni di massa come in Germania? ".

Benvenuti su Radio Padania Libera, l'emittente con i cui ripetitori, da vent'anni, il Carroccio irradia odio xenofobo, omofobo ed antimeridionalista in tutto il nord Italia, in Emilia, in Sardegna e, via web, nel resto del paese. Diciassette ore di diretta al giorno, sette giorni su sette, col best of della giornata mandato in replica fino all'alba, quando Sammy Varin, ex voce di Radio Italia e dispensatore di consigli per i militanti meno scaltri ("Su Facebook non aderite al gruppo 'bruciamo i rom', non date pretesti alla sinistra per attaccarci"), all'urlo di "Padania sveglia!" dà il via alle danze.

Un paio di uomini in cabina di regia per una dozzina di conduttori che si alternano, senza sosta, alla conduzione di una teoria infinita di rubriche: giardinaggio, cucina, bellezza, amici a quattro zampe, musica jazz, musica classica, cinema, sport. Ma anche uno spazio settimanale per i "Giovani padani " ("Andare coi travoni è da cani, i trans andrebbero chiamati bestie"); uno per l'"Associazionismo padano", curato da Renata Galanti, già collaboratrice di Luca Zaia al ministero delle Politiche agricole ("Ognuno si deve alimentare secondo il dna dei propri genitori: chi viene dal Meridione non deve integrarsi completamente con le abitudini alimentari del nord, altrimenti saranno inevitabili i disturbi di stomaco"); un altro dedicato alla "Cultura padana" ("Non vogliamo vedere film dove gli omosessuali si slinguano tra di loro; la depravazione morale sta raggiungendo il suo limite estremo arrivando a superare la cattiveria con la quale Hitler ha mandato milioni di ebrei a morire: crepate, voi che ci date dei moralisti e dei bacchettoni, crepate con Satana!"); un altro ancora affidato dalla diaspora dei "Padani nel mondo" ("Una delle più importanti figure sciite ha profetizzato la fine del mondo a seguito dell'ascesa al potere, in Occidente, di un nero alto di statura: Barack Obama è l'Anticristo"); e tante, tantissime telefonate di militanti e simpatizzanti ("Accoltellarli è troppo, però ai gay due calci nelle palle li darei anch'io").

Nel palinsesto non mancano ovviamente finestre consacrate agli amministratori locali, il fiore all'occhiello del radicamento territoriale leghista: intraprendenti presidenti di provincia (Ettore Pirovano, deputato e presidente della provincia di Bergamo) che annunciano di star predisponendo, nei pronto soccorso, canali preferenziali per "i nostri anziani, altrimenti i medici si dimenticano di assisterli, presi come sono dalla febbre di curare i clandestini"; frustrati consiglieri comunali che proprio non riescono a darsi pace per via di quelle associazioni e di quei sindacati che aiutano i rom "in modo esagerato, informandoli su leggi che vengono a discapito di noi cittadini, tanto che, quando andiamo a sgomberarli, loro, chissà come, sanno che se il terreno è di proprietà c'è bisogno della richiesta del proprietario"; ancor più frustrati assessori comunali (Massimiliano Orsatti, assessore al Turismo, Marketing territoriale e Identità del comune di Milano) che si spiacciono per la "recrudescenza di zingari", ma "ahimè molti di loro sono cittadini italiani, e se non commettono reati non puoi smuoverli"; e loro omologhi regionali (Massimo Zanello, assessore alla Cultura e all'Identità della Regione Lombardia) che probabilmente credono che anche la storia della cicogna abbia un fondo di verità: "Mica è necessario prendere le impronte a tutti i rom, ma solo ai loro bambini, perché che gli zingari rubino i bambini è una cosa che nelle nostre famiglie si dice da sempre, quindi qualche episodio si deve pur essere verificato. E poi se non hanno niente da nascondere che problema c'è?".

Talvolta, in eccesso di zelo, Radio Padania arriva persino a sbugiardare i suoi più alti vertici. Nei giorni in cui Roberto Maroni assicurava che con l'emendamento sui medici-spia non si aveva intenzione di tenere i migranti irregolari lontani dagli ospedali, un paio di conduttori commentavano così quello stesso emendamento: "La legge non è ancora stata approvata e già è stato abbattuto del 20% il numero delle prestazioni sanitarie: pensate le cose che si potrebbero fare per i nostri anziani e per i nostri disabili con tutti i soldi risparmiati dalle cure dei clandestini".

Anche Radio Padania, però, ha un cuore. Gennaio 2010, terremoto ad Haiti; l'Umanitaria Padana, una delle innumerevoli associazioni che fanno capo al Carroccio, si mobilita con un conto corrente.
Questo l'appello diffuso in radio "Aiutiamo la gente nel loro paese. Per evitare l'immigrazione selvaggia nel nostro".

di Daniele Sensi; L'espresso

Rassegnamoci

venerdì 18 giugno 2010

Embè?

Della motivazione con cui il tribunale di Firenze ha negato la libertà provvisoria a due comandanti delle ferocissime Truppe d’Appalto (Balducci & De Santis) mi ha colpito l’ultima riga: «Gli indagati mostrano una evidente carenza di percezione della antigiuridicità del proprio comportamento». Insomma, dopo mesi di cella, i signori della Cricca continuano a non capire cos’hanno fatto di male. Anche il caso Scajola e le recenti dichiarazioni dell’ex ministro Lunardi rivelano uno stile di vita allucinante percepito come assolutamente normale. La famosa filosofia dell’Embè. Ho ristrutturato casa a un amico, embè? L’amico ha dato un lavoro a mio figlio, embè? Mio figlio ha messo su una società con la moglie dell’amico, embè? Un embè tira l’altro e alla fine tutti confluiscono nel Grande Embè che rischia di sommergerci. Perché Balducci e De Santis non sono schegge impazzite, ma espressioni estreme di un atteggiamento diffuso: il primato delle relazioni sulle capacità, delle conoscenze sulla conoscenza. Chi entra in contatto con un ente pubblico non si chiede neanche più quali siano le procedure. La sua unica preoccupazione è: conosco qualcuno lì dentro? Il morbo ha invaso persino i recinti sacri della giustizia, dove l’avvocato più ricercato non è quello che conosce la legge, ma quello che conosce il giudice.

«L’Italia è tutta un frou frou di do ut des» scriveva lo scrittore Enzo Siciliano, assiduo frequentatore delle terrazze romane, altamente specializzate in materia. Non immaginava di avere coniato l’epigrafe delle mille cricche d’Italia.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Menzogna

Gianni De Gennaro non è un uomo qualunque, è da moltissimi anni un pezzo importante dello Stato italiano, ha alle spalle una carriera di poliziotto modello. Ma proprio per questo la sentenza che lo condanna non dovrebbe spingere nessuno a recitare le solite tragicommedie del garantismo e del giustizialismo alle quali purtroppo stiamo invece assistendo. Un servitore dello Stato, un ex capo della Polizia oggi Signore dei servizi segreti, non può apparire come un manipolatore di testimoni, non può permettersi una condanna anche se non definitiva, non può consentire che la gente pensi a lui come a un bugiardo. Ha ovviamente diritto alla presunzione di innocenza ma ha il dovere di liberare lo Stato dalla fosca ombra che lo sovrasta. Non sappiamo cosa De Gennaro deciderà, ma abbiamo fiducia nella sua coscienza, nel suo spirito di servizio, nel suo alto senso dello Stato che, mai come oggi, coincide con la sua dignità di insospettabile.

E però, più inquietante della sentenza c'è la solidarietà meccanica, ideologica, quasi fosse "di partito", del ministro dell'Interno Maroni e del ministro della Giustizia Alfano. Le loro dichiarazioni a caldo, istintive e assolutorie finiscono con l'apparire come una prova involontaria della giustezza della sentenza: come si può essere solidali con un condannato di questa portata? Che fine ha fatto quell'idea rigorosa di Stato che un tempo dai suoi servitori esigeva zelo, dedizione, efficienza e pulizia assoluta? Neppure De Gennaro è, secondo noi, solidale con se stesso come Maroni e Alfano lo sono con lui. E se fosse stato direttore del Tg1 o del Tg5 di sicuro De Gennaro avrebbe evidenziato nei titoli la notizia che invece Minzolini e Mimun hanno nascosto. Come si fa a non capire che delegittimare o malcelare una sentenza così rilevante finisce con il rafforzarla, con il fornire ulteriori argomenti alla colpevolezza?

Insomma, più grave della sentenza c'è la complicità politica con il reo, l'idea che la politica possa annullare le ragioni della giustizia. Di sicuro non è bello lo scontato crucifige ideologico dei soliti nemici di De Gennaro e della polizia, ma si tratta in fondo di pezzi di un'opposizione d'antan e tribunizia di pochissimo peso istituzionale. Ben più indecente è l'amicizia ammiccante di Maroni e di Alfano. E in tv ci ha colpito il silenzio del procuratore antimafia Piero Grasso che, seduto per caso tra Alfano e Maroni che difendevano il condannato, esibiva una impassibilità che somigliava - ci è parso - allo sconcerto trattenuto, allo scandalo dissimulato. Cosa avrebbe detto Piero Grasso se fosse stato lui il condannato, magari pure ingiustamente? Come reagisce un Servitore della Cosa Pubblica se il suo operato vulnera l'istituzione che rappresenta? Difende se stesso anche a costo di offendere lo Stato? Tratta se stesso come un uomo qualunque quando invece è un pezzo di Stato?

Ma voglio essere ancora più chiaro. A noi piacciono i capi che coprono i loro uomini, capiamo le ragioni psicologiche e anche professionali, specie di un poliziotto che ha vissuto i giorni pesanti di Genova, dove però le violenze cieche, di strada, sono purtroppo risultate alla fine meno cruente delle violenze di Stato, quelle costruite a freddo contro degli inermi. De Gennaro insomma lo capiamo senza giustificarlo. Ha le attenuanti del capo che si compromette in favore dei suoi. C'è una nobiltà nella ignobiltà che ha commesso. Ma la solidarietà dei ministri degli Interni e della Giustizia sconfessa l'operato dei giudici in maniera sconsiderata, solo perché De Gennaro è uno dei loro, uno come loro. Il messaggio che arriva agli italiani è che la corporazione, la cricca, la casta e l'amicizia rendono innocente anche un reo condannato. L'impunità è la peggiore delle sporcizie di Stato.

di Francesco Merlo; la Repubblica

giovedì 17 giugno 2010

Patriottismo pallonaro

Mondiali di calcio: in un mondo preso a calci dalla specie antropica all’apogeo dei suoi successi, una versione di Guerra Mondiale non utilizzabile come vaccino, ma iniettata mediaticamente nell’inconscio collettivo delle nazioni per consolarci dei mali di una troppa lunga pace.

Il gioco del calcio ha questa sola legittimazione alla sua implacabile pervasività: di essere un simulacro di guerre civili nei campionati nazionali, e una finzione-video di guerre mondiali ogni quattro anni - che, ahimè! passano in fretta, troppo in fretta.

Mondiali dovunque: in tutte le case, in tutti i pianerottoli e gli ascensori, gli uffici, i mercati rionali, le scuole; impossibile non commentare le partite del giorno prima, impossibile sottrarsi ai commenti delle partite del giorno prima e alle previsioni di quelle dell’indomani. Valga, per chi voglia starne lucidamente fuori, la massima del saggio imperatore Marco Aurelio, quello della statua equestre in Campidoglio: Abstine et sustine (Astienti e sopporta).

Mi pare fosse Prezzolini, nel giornale di Gobetti, a raccomandare, squadrismo vincente, l’associarsi tra «coloro-che-non-la-bevono» (elegantemente detto alla greca àpoti). Noi non beventi, astémi e digiuni di Calcio (spesso, per età, anche decalcificati d’ossa) oggi abbiamo a disposizione i Blog, i Facebook, le poste elettroniche dove sfogare impudicamente la nostra repressa apatia di àpoti verso il mondialismo pallonista, l’occupazione da parte dei cronisti e degli specialisti commentanti di tutto il visibile, l’udibile e il leggibile - la nostra refrattarietà irriducibile ai Falli Laterali, alle Panchine Impazienti, alle mestizie delle sconfitte e alle delusioni cocenti dei Zero a Zero al dilà dell’ottantanovesimo Minuto.

Le unificazioni separano. Questa mondialità è sospetta. Più realisticamente, le partite sono scontri di nazionalismi, religioni, governi, regimi che si odiano, colluttazioni interetniche, interrazziali, interclassi sociali. Si vuole sempre vincere per qualcosa: altrimenti, perché voler vincere? Gli inni nazionali precedono ogni incontro: giustamente, l’inno pacifico non esiste. Dietro la partita ci sono gli spettatori virtuali: un intero popolo che si ricorda di essere stato foresta primordiale, di aver portato artigli e che è là per incitare a immolare simbolicamente, in undici giocatori di diverso colore di maglificio, un popolo irragionevolmente altro, i subumani dell’altro emisfero o di al di là di una catena montuosa. Ogni urlo d’incitamento è masticazione sterminatrice. Provate ad immaginare una partita Israele-Hamas: iperguerra, non guerra semplice! Ci sarà in Sudafrica Israele-Iran? Ci sarebbe da trattenere il fiato: scoppierà adesso o domani?

Nelle città italiane sono esposte molte bandiere tricolori. Quale vittoria militare celebreranno? Il centocinquantenario dell’Unità nazionale devaticanizzata? Eccone là un’altra... un’altra ancora!...E si diceva che il patriottismo è morto! Forse che i missionari della Pace Assoluta, i reparti italiani sulle ambe afghane, hanno attaccato e sbaragliato i talebanski, invece di rassegnarsi a farsi accoppare secondo regole d’ingaggio inimmaginabili in qualsiasi operazione militare dal tempo delle guerre sannitiche romane? Per niente...Tutto quell’onore di bandiere è riservato a guerre ben più veraci e tremende! A guerre contro Paraguay o Argentina, contro Svizzera, sulla linea de fuego Como-Brogeda la domenica sera, contro Spagna, contro Brasile, Irlanda, il Ghana, l’Impero del Sole... Agli ordini del Generale Lipp! Discusso, si dice, ma, in ogni caso, meglio di Cadorna, lo sconosciuto a tutti i liceali della omonima stazione della metropolitana di Milano.

di Guido Ceronetti; LA STAMPA

mercoledì 16 giugno 2010

Tupamaro

Incredibile! E' Fabio Cannavaro,
immortalato in un gesto amichevole.

Scusate il ritardo, ma...

Le lancette dell'orologio scorrono veloci. Sono le otto e dieci e siete già in ritardo. Chissà che cosa diranno i colleghi e soprattutto come la prenderà il capo quando entrando nel vostro ufficio vedrà ancora la scrivania vuota. Magari siete bloccati in mezzo al traffico oppure state cercando di trascinare i bambini all'asilo. Magari, invece, siete solo dei ritardatari cronici. E allora che cosa fare? Trovare una buona scusa da rifilare ai superiori appena arrivati al lavoro. Secondo una ricerca condotta da CareerBuilder, la crisi ha portato i datori di lavoro a maggiori verifiche sugli orari dei dipendenti. Proprio sulla base di un più stretto controllo di produttività e risorse, la puntualità è diventata una priorità. Il 44% dei dirigenti intervistati, infatti, ha dichiarato di essere più attento all'orario di ingresso e di uscita degli impiegati.

Un ritardo ogni tanto è anche concesso, ma chi ne accumula uno dietro l'altro, oltre alla "strigliata" quotidiana, mette a rischio il posto. Il 10% degli imprenditori, infatti, arriverebbe anche a licenziare i lavoratori che "cadono in errore" due o tre volte, mentre il 6% chiuderebbe il rapporto con chi ritarda in quattro o cinque occasioni. Lo studio online ha coinvolto in Italia 150 datori di lavoro di diversi settori. In totale sono state prese in esame le risposte di 625 manager provenienti anche da Francia, Germania, Svezia e Regno Unito.

Non tutti i capi, però, sono super severi. C'è infatti chi ammette una certa flessibilità. Il 60% non si preoccupa degli orari se poi i compiti richiesti vengono svolti secondo i tempi stabiliti. Ma, chi non ha la fortuna di avere un superiore "aperto", tende spesso ad inventarsi delle scuse incredibili. Tra le giustificazioni più bizzarre la rapina nelle banca di fronte a casa, la preoccupazione per l'imminente caduta di una cometa sulla terra , le peripezie del gatto rimasto incastrato nella gattaiola, il posto di blocco della polizia e la difficoltà ad adattarsi al cambiamento climatico. Alcune, però, sono davvero assurde: chi potrebbe mai credere che un cavallo è saltato sul tettuccio di un'automobile? Tra quelle più realistiche spiccano l'incendio in casa, gli impedimenti causati dalla cenere vulcanica e le difficoltà di trovare la dentiera persa chissà dove. Qualcuno, poi, prova a giustificarsi senza dare un vero motivo. Sono in molti quelli che entrano in ufficio pronunciando la magica frase: «Esco di casa sempre alla stessa ora. A volte sono in ritardo, a volte no. Non capisco!».

Ma per non farsi cacciare via bisognare correre ai ripari. «Il ritardo è una variabile in grado di influire sulla percezione della vostra professionalità e affidabilità, non solo agli occhi del vostro datore di lavoro, ma anche a quelli dei vostri collaboratori, che potrebbero decidere di chiedere dei provvedimenti», dice Corrado Tirassa, Country Manager di CareerBuilder Italia. «Organizzarsi la sera prima può contribuire a migliorare la puntualità e a rendere meno frenetica la vita dei pendolari», conclude Tirassa. Pianificare, quindi, è la parola d'ordine. Per non fare tardi bisogna predisporre tutto il necessario la sera prima e limitare le distrazioni come tv e computer. Chi proprio non ce la fa, può sempre considerare il telelavoro.

di Alice Castagneri; LA STAMPA

Suggestione

martedì 15 giugno 2010

Improduttività

Tutti quei giudici che da sedici anni tentano di sovvertire il voto popolare andrebbero licenziati per manifesta incapacità.

di Jena; LA STAMPA

Fratelli d'Italia

Ogni volta che qualche leghista maltratta l’inno mi torna alla memoria un episodio della primissima infanzia. Ero sugli spalti dello Stadio per un meeting di atletica, quando la banda attaccò una marcetta spiritosa. Gli spettatori si alzarono in piedi: anche mio padre, che subito imitai. Ma un ragazzino più grande di me rimase tranquillamente seduto. «E tu perché non ti alzi?», gli chiese mio padre. «C’ho un cicles attaccato al sedere». Non disse proprio «sedere». Ma di sicuro disse «cicles», la gomma da masticare. Mio padre, ex partigiano, serrò gli occhi a fessura: «E’ un bel problema, ma te lo risolvo io». Prese il bulletto per le ascelle e lo sollevò. «C’è gente che è morta perché tu potessi ascoltare in pace questo inno. Porta un po’ di rispetto, cretino!». Intorno a lui si levò un applauso caldo e solidale, che sferzò l’amor proprio del ragazzo più ancora del fervorino.

Non so se sarei capace di comportarmi come mio padre. Invece degli applausi, avrei paura di beccarmi una coltellata o un’accusa di molestie ai minori. Ma quel giorno compresi che facevo parte di una comunità e che chiunque l’avesse sfregiata con un comportamento irriguardoso avrebbe finito per provocare in me una reazione eguale e contraria. Così, pur essendo uno di quei tipici italiani che non vibrano per la parola Patria e baratterebbe l’elmo di Scipio con un inno solenne come la Marsigliese, grazie agli sforzi iconoclasti della Lega mi ritrovo da qualche tempo a indossare con orgoglio cravatte tricolori. E ieri sera, mentre De Rossi cantava in romanesco «che schiava de Romaaaaa…» poco è mancato che mi venissero i lucciconi.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Obbligo

È possibile che la FIAT non abbia davvero alcuna alternativa. O riesce ad avvicinare il costo di produzione dello stabilimento di Pomigliano a quello degli stabilimenti siti in Polonia, Serbia o Turchia, o non riuscirà più a vendere né in Italia né altrove le auto costruite in Campania. L'industria mondiale dell'auto è afflitta da un eccesso pauroso di capacità produttiva, ormai stimato intorno al 40 per cento. Di conseguenza i produttori si affrontano con furibonde battaglie sul fronte del prezzo delle vetture al cliente. A farne le spese, prima ancora dei loro bilanci, sono i fornitori (che producono oltre due terzi del valore di un'auto), le comunità locali che vedono di colpo sparire uno stabilimento su cui vivevano, e i lavoratori che provvedono all'assemblaggio finale. I costruttori che non arrivano a spremere fino all'ultimo euro da tutti questi soggetti sono fuori mercato. Va anche ammesso che davanti alla prospettiva di restare senza lavoro in una città e una regione in cui la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, ha già raggiunto livelli drammatici, la maggioranza dei lavoratori di Pomigliano - ben 15.000 se si conta l'indotto - è probabilmente orientata ad accettare le proposte FIAT in tema di organizzazione della produzione e del lavoro. La disperazione, o il suo approssimarsi, è di solito una cattiva consigliera; ma se tutto quello che l'azienda o il governo offrono è la scelta tra lavorare peggio, oppure non lavorare per niente, è quasi inevitabile che uno le dia retta. Una volta riconosciuto che forse l'azienda non ha alternative, e non ce l'hanno nemmeno i lavoratori di Pomigliano, occorre pure trovare il modo e la forza di dire anzitutto che le condizioni di lavoro che FIAT propone loro sono durissime. E, in secondo luogo, che esse sono figlie di una globalizzazione ormai senza veli, alle quali molte altre aziende italiane non mancheranno di rifarsi per imporle pure loro ai dipendenti. Allo scopo di utilizzare gli impianti per 24 ore al giorno e 6 giorni alla settimana, sabato compreso, nello stabilimento di Pomigliano rinnovato per produrre la Panda in luogo delle attuali Alfa Romeo, tutti gli addetti alla produzione e collegati (quadri e impiegati, oltre agli operai), dovranno lavorare a rotazione su tre turni giornalieri di otto ore. L'ultima mezz'ora sarà dedicata alla refezione (che vuol dire, salvo errore, non toccare cibo per almeno otto ore). Tutti avranno una settimana lavorativa di 6 giorni e una di 4. L'azienda potrà richiedere 80 ore di lavoro straordinario a testa (che fanno due settimane di lavoro in più all'anno) senza preventivo accordo sindacale, con un preavviso limitato a due o tre giorni. Le pause durante l'orario saranno ridotte di un quarto, da 40 minuti a 30. Le eventuali perdite di produzionea seguito di interruzione delle forniture (caso abbastanza frequente nell'autoindustria, i cui componenti provengono in media da 800 aziende distanti magari centinaia di chilometri) potranno essere recuperate collettivamente sia nella mezz'oraa fine turno - giusto quella della refezione - o nei giorni di riposo individuale, in deroga dal contratto nazionale dei metalmeccanici. Sarebbe interessante vedere quante settimane resisterebbero a un simile modo di lavorare coloro che scuotono con cipiglio l'indice nei confronti dei lavoratori e dei sindacati esortandoli a comportarsi responsabilmente, ossia ad accettare senza far storie le proposte FIAT. Non è tutto. Ben 19 pagine sulle 36 del documento FIAT consegnato ai sindacati a fine maggio sono dedicate alla "metrica del lavoro." Si tratta dei metodi per determinare preventivamente i movimenti che un operaio deve compiere per effettuare una certa operazione, e dei tempi in cui deve eseguirli; misurati, si noti, al centesimo di secondo. Per certi aspetti si tratta di roba vecchia: i cronotecnici e l'analisi dei tempi e dei metodi erano presenti al Lingotto fin dagli anni 20. Di nuovo c'è l'uso del computer per calcolare, verificare, controllare movimenti e tempi, ma soprattutto l'adozione a tappeto dei criteri organizzativi denominati World Class Manufacturing (Wcm, che sta per "produzione di qualità o livello mondiale"). Sono criteri che provengono dal Giappone, e sono indirizzati a due scopi principali: permettere di produrre sulla stessa linea singole vetture anche molto diverse tra loro per motorizzazione, accessori e simili, in luogo di tante auto tutte uguali, e sopprimere gli sprechi. In questo caso si tratta di fare in modo che nessuna risorsa possa venire consumata e pagata senza produrre valore. La risorsa più preziosa è il lavoro. Un'azienda deve quindi puntare ad una organizzazione del lavoro in cui, da un lato, nemmeno un secondo del tempo retribuito di un operaio possa trascorrere senza che produca qualcosa di utile; dall'altro, il contenuto lavorativo utile di ogni secondo deve essere il più elevato possibile. L'ideale nel fondo della Wcm è il robot, che non si stanca, non rallenta mai il ritmo, non si distrae neanche per un attimo. Con la metrica del lavoro si addestrano le persone affinché operino il più possibile come robot. È qui che cadono i veli della globalizzazione. Essa è consistita fin dagli inizi in una politica del lavoro su scala mondiale. Dagli anni 80 del Novecento in poi le imprese americane ed europee hanno perseguito due scopi. Il primo è stato andare a produrre nei paesi dove il costo del lavoro era più basso, la manodopera docile, i sindacati inesistenti, i diritti del lavoro di là da venire. Ornando e mascherando il tutto con gli spessi veli dell'ideologia neo-liberale. Al di sotto dei quali urge da sempre il secondo scopo: spingere verso il basso salari e condizioni di lavoro nei nostri paesi affinchÈ si allineino a quelli dei paesi emergenti. Nome in codice: competitività. La crisi economica esplosa nel 2007 ha fatto cadere i veli della globalizzazione. Politici, industriali, analisti non hanno più remore nel dire che il problema non è quello di far salire i salari e le condizioni di lavoro nei paesi emergenti: sono i nostri che debbono, s'intende per senso di responsabilità, discendere al loro livello. È nella globalizzazione ormai senza veli che va inquadrato il caso FIAT. Se in Polonia, o in qualunque altro paese in sviluppo, un operaio produce tot vetture l'anno, per forza debbono produrne altrettante Pomigliano, o Mirafiori, o Melfi. È esattamente lo stesso ragionamento che in modo del tutto esplicito fanno ormai Renault e Volkswagen, Toyota e General Motors. Se in altri paesi i lavoratori accettano condizioni di lavoro durissime perché è sempre meglio che essere disoccupati, dicono in coro i costruttori, non si vede perché ciò non debba avvenire anche nel proprio paese. Non ci sono alternative. Per il momento purtroppo è vero. Tuttavia la mancanza di alternative non è caduta dal cielo. È stata costruita dalla politica, dalle leggi, dalle grandi società, dal sistema finanziario, in parte con strumenti scientifici, in parte per ottusità o avidità. Toccherebbe alla politica e alle leggi provare a ridisegnare un mondo in cui delle alternative esistono, per le persone non meno per le imprese.

di Luciano Gallino; LA STAMPA

lunedì 14 giugno 2010

Verdi

La colpa è del portavoce, come nella più trita tradizione del peggiore politichese. Ma un leghista vigliacco che nasconde il proprio estremismo, uno Zaia pudico che si vergogna del proprio ciarpame anti-italiano, un capo lumbard che si impicca al proprio opportunismo è un inedito. È un salto nell'evoluzione della specie padana. Insomma eravamo abituati al leghista "ce l'ho duro" e qui scopriamo invece che Zaia ha duro solo il portavoce.

L'episodio, comunque sia andata, è un piccolo concentrato di miserie, ma è ricco di significati. Il governatore del Veneto Luca Zaia è andato a inaugurare una scuola elementare nella provincia di Treviso. Ebbene, i garzoni che gli stanno intorno hanno subito ordinato, ovviamente a suo nome e per suo incarico, di sostituire l'inno di Mameli con il "Va' pensiero". Ed è inutile ricordare che nessuno in Italia predica retoriche sacralità musicali e che in tutto il mondo gli inni sono solo le spezie dell'identità nazionale, tanto più per gli italiani di oggi che non sono certo malati di patriottismo e di fanfare. E d'altra parte "Va' pensiero" non è "Faccetta nera" e dunque eseguirlo o ascoltarlo non è un'offesa per nessuno dei nostri simboli nazionali, ma è anzi un godimento dello spirito.

E va bene che Zaia è il più elegante dei leghisti, non ha l'aria zotica e selvaggia che, in misure e con "stili" diversi, caratterizza Bossi, Maroni, Calderoli e Borghezio. Persino nel parlare Zaia è più sobrio, non impreca e non sbuffa, non gli si ricordano inviti a gettare la bandiera nel gabinetto né insulti grevi alle istituzioni di Roma ladrona. Delle due anime della Lega sino a ieri pensavamo che Zaia interpretasse più quella amministrativa che quella secessionista. Però nessuno Zaia, nessun leghista, neppure in versione "moderata", riuscirà a rendere anti-italiano il coro del Nabucco che fu la colonna sonora del Risorgimento. E non ha nemmeno senso confrontare le note e le parole di un inno nazionale con un qualsiasi capolavoro della lirica. L'idea che il coro del Nabucco sia diventato padano e l'inno di Mameli sia oggi degradato a romano è una volgarità da smascherare perché è sciocco prendere un grande classico della immensa tradizione italiana e contrapporlo a delle facili note che non rappresentano l'eccellenza della nostra musica, ma la nostra identità nazionale.

D'altra parte, chi dirige una scuola, un'orchestra o solo un coro ricordi che, invece di polemizzare a cose finite, si può anche disobbedire a un governatore (meglio ancora, al suo portavoce) e suonare le note previste dal programma e dal galateo istituzionale. Senza iattanza, senza volontà di sfida. Se infatti il presidente della Regione Veneto, nelle sue funzioni di governo, ordina di non suonare l'inno nazionale compie un gesto eversivo in evidente spregio del suo ruolo, si abbandona ad uno sfogo da osteria, commette un'irriverenza grave innanzitutto verso se stesso, e persino si macchia di una cattiva azione contro il proprio paese.

Il primo ad accorgersene è stato infatti lo stesso Zaia che, criticato da La Russa e dai ministri della sua stessa maggioranza, si è pentito, ha negato, si è imbrogliato e ha infine lasciato la responsabilità dell'episodio sulle spalle del portavoce, anche se tutti sanno che la funzione del portavoce è quella di non avere voce, di non parlare mai per sé, di indossare gli abiti di Zaia per far credere al mondo di essere Zaia. Insomma nessuno pensa davvero che un portavoce possa staccarsi dalla voce che lo sostanzia. E da sempre in Italia quella del portavoce intemperante è solo una povera furbata, una piccola viltà da politico ventriloquo. E tuttavia l'inno non cantato per ordine di Zaia rivela anche che proprio quell'oltraggiata marcetta di Mameli, che sino a qualche anno fa nessuno di noi ascoltava con passione, è cresciuta così tanto nel sentimento nazionale che adesso davvero funziona come segno di forza della patria. Al punto che si nega all'inno chi vuol negarsi all'Italia.

Bisogna dare atto all'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che con Mameli si imbarcò nella più ambiziosa e faticosa delle sue imprese presidenziali, di avere "lanciato" l'inno proprio contro la fermentazione del localismo tellurico dei vari Zaia, per sedare le rivolte del cortile leghista, per fare attecchire l'amore di patria nel paese dell'assenza di patria. Ebbene, la doppia cafonaggine di Zaia è la prova che Ciampi ce l'ha fatta. L'inno è diventato un inno. Altrimenti Zaia non ne avrebbe chiesto la sostituzione e soprattutto non si sarebbe vergognato di averla chiesta. Altro che "Va' pensiero"! Quello di Zaia non è un pensiero che va, ma un pensiero che scappa, un cattivo pensiero che si nasconde.

di Francesco Merlo; la Repubblica

domenica 13 giugno 2010

Segreto

Dopo la legge voluta a ogni costo dal piagnone Silvio, è facile trovare ovunque svendite di vecchie intercettazioni in audiocassette, cidì e anche vinile. Ne abbiamo comprato uno scatolone in una bancarella a Napoli, altre ce le ha regalate un radioamatore. Le pubblichiamo, alla faccia della legge-bavaglio.

Telefonata in Rai
- Pronto, sono il presidente del consiglio...
- Mi dica presidente, sono la segretaria di redazione...
- Sto guardando la vostra trasmissione in diretta, è una vergogna che un servizio pubblico come il vostro trasmetta dati falsi sulla mia popolarità, voglio subito smentire, mi metta in viva voce.
- Guardi, non possiamo, c'è una scaletta da rispettare...
- Lei non ha capito, sono il presidente del consiglio, ho il diritto di intervenire in ogni trasmissione radiofonica televisiva e anche sugli sms, mi metta subito in diretta o licenzio lei e il conduttore.
- Le ripeto, non c'è nessuna legge che preveda questo.
- No? Beh faccio un decreto subito, prima della sigla di coda. Mi metta in diretta, non ho tempo, debbo smentire altre quattro trasmissioni compreso il meteo che fa il disfattista con tutte quelle nuvolette...
- Non posso decidere io. Aspetti che chiedo.
- Io non aspetto mai, ha capito ? ... pronto? pronto?
- Ecco signor presidente, ho appena parlato col conduttore del programma... Mi ha detto che la trasmissione è del pubblico, non del governo, quindi non è previsto un suo intervento... lei ha già i suoi giornali e le televisioni, ha ampia facoltà di difendersi e occupa la scena ogni giorno, lasci parlare gli altri.
- Lei fa scempio dell'informazione! Lei è una criminale infernale filo-Costituzione! Io devo parlare ogni volta che voglio, e interrompere chi voglio... io sono uno spot umano!
- Il conduttore mi dice di riferirle questo: quando lei parla in diretta ore e ore in televisione nessun spettatore può intervenire dicendo "ma che razza di balle sta dicendo, presidente". Quindi se non rompono i coglioni a lei, non vedo perché lei deve rompere i coglioni a loro.
- Ma nessun conduttore o direttore di rete mi ha mai risposto così!
- Beh sarebbe ora che lo facesse. Sarebbe sacrosanto, invece di inchinarsi e farle interrompere le trasmissioni. Arrivederci, presidente, io riattacco.
- Non le permetto, guai a lei se ...
(clic)

Telefonata al SSSS
- Pronto sono il presidente del consiglio...
- Qua è il SSSS, servizio sputtanamenti al servizio di Silvio. Dica la password.
- "Governare è un inferno".
- No, questa è quella di ieri, ripetere la password.
- Uffa che complicazioni ... dunque, la password è "mai più Costituzione".
- Esatto. Buongiorno signor presidente, in cosa possiamo servirla?
- Sono stanco, arcistufo di queste continue intrusioni nella mia privacy, nei miei affari e in quelli dei miei amici e non voglio che nulla sia più reso pubblico. La privatezza è sacra.
- Va bene, ma abbiamo appena fatto una legge apposita...
- Non mi basta. Le manderò tramite lettera a mano i nomi di alcuni giornalisti e magistrati e anche di un uomo politico sedicente mio alleato. Voglio che le loro case, auto, tabaccai, barbieri e bar preferiti siano circondati dai miei fotografi e cameramen e appaiano servizi sputtananti sui miei giornali e sulle mie televisioni, inoltre voglio che l'esercito segua i loro spostamenti e controlli i loro telefoni con le linee militari super-segrete che la legge non tocca...
- Ma... e la privacy ?
- La privacy è rispettata. Infatti nessuno saprà che sono stato io a dirle queste cose...
- Intendevo la privacy degli altri...
- La rispetto. Infatti le mando l'elenco per busta. Vedrà arrivare una signora procace in motorino, è La Russa con la parrucca, così nessuno potrà intercettare questi nomi...
-Presidente... ma che accadrà dopo?
- Oh basta, chi se ne frega ... la privacy vale solo per me, mica per gli altri, allerti tutto lo staff.. e la ritengo responsabile signor ..... Come si chiama lei?
- Col cavolo che glielo dico.
- Bene. Mi piace la sua riservatezza. Esegua.
- Sarà fatto.

Telefonata legale
- Pronto avvocato? Senta, ho trovato sul cellulare di mio marito un messaggino con scritto "sono la tua porca ci vediamo stasera al solito posto " . Voglio il divorzio.
- Mi dispiace signora, ma lei ha commesso un grave reato intercettando il messaggino di suo marito e rendendolo pubblico. Rischia una multa di trentamila euro e entro 72 ore tre magistrati decideranno se arrestarla e sequestrare i telefonini oppure entro tre ore 72 magistrati decideranno se il telefono di suo marito deve essere sostituito con un modello J phone 56, costa solo tremila euro e ha anche il servizio antintercettazione, li vendo io...
- Ma io volevo...
- Il telefono J phone, la multa e la batteria di pentole le arriveranno a casa, sappiamo dove abita. Stia più attenta, quando viola la privacy altrui.
- Va bene avvocato Previti. Adesso capisco perché mi avevano detto di non rivolgermi a lei.

Telefonata amicale
- Pronto? Sono Totò. Totò Riina. E' lei presidente?
- Dipende.
- Ma dai è uno scherzo non mi riconosci? Sono Marcellino, Marcello Dell'Utri. Dunque devo dirti che sono tutti contenti.
- Contenti chi ?
- I nostri amici. Affaristi, finanzieri, maneggioni mafiosi. Contenti. Dicono che con questa legge gli avvocati sapranno cavarli d'impiccio in mille modi nuovi ...
- Stai attento Marcello... siamo sicuri che non siamo intercettati?
- Tranquillo. Sto telefonando da un carcere...
- Va bene ma usa il codice Gasparri.
- Va bene. Uggga nugga mugga very happy.
- Gugga mugga voti molti ug.
- Mugga voti e mugga affari e mugga eskort.
- Ugga basta eskort troppe grane mugga.
- Ugga mugga nun ce beccano mai ugamuga.
- Certo ugga mugga Marcè.

Telefonata subdola
- Pronto Silvio, bel maschione?
- Chi è ? Come si permette?
- Ma come mi hai già dimenticato? Quella notte a Napoli, a Mergellina. Apicella suonava gli Iron Maiden, c'era la luna, quelli della tua scorta erano vestiti da angeli...
- Questa è una provocazione... io non sono mai stato a Napoli.
- Ma dai... non ti ricordi... mi hai pagato in rubli...
- Oddio... Tatiana?
- No sono Fini , ti ho fregato ancora (risata)
- Gianfranco sei il solito cretino. Certo, finché ti limiti a fregarmi così , va anche bene. La voti la fiducia?
- Ti ho fregato di nuovo sono Casini...
- Gianfranco, smettila...
- Altro scherzo. Sì si, la voto. Tengo famiglia.

Telefonata minacciosa
- Pronto Silvio, sono Bersani.
- Mi dica onorevole...
- Le comunico che in risposta alle sue leggi liberticide, io abbandono l'aula, prendo l'albergo fuori da Roma, abbandono il vecchio gestore telefonico e ne prendo uno nuovo e farò togliere tutti gli iscritti del Pd dalle pagine gialle. Sarà un Vietnam.
- Ma allora è vero che siete comunisti!
- Va beh , allora diciamo che sarà una Seychelles.
(clic)

Telefonata presidenziale
- Pronto sono Napolitano. Parlo col presidente del consiglio?
- Questa è la segreteria telefonica di Silvio Berlusconi imperatore d'Italia. Se volete lasciare un messaggio di congratulazioni premete uno. Se volete una legge ad personam premete due. Se volete mandare un avviso di garanzia chiamate il numero verde 899999996543222 e troverete un centralino che parla swahili. Se siete una bella gnocca premete quattro. Se volete abolire la costituzione premete cinque. Se siete comunista premete il grilletto e sparatevi. Se sei Bondi non chiamarmi pasticcino mio. Se sei Caldaroli non fare il solito rutto. Se sei Napolitano premi il nove e lascia un messaggio dopo il bip .
- Sono Napolitano , volevo dire che..
- I tre secondi a sua disposizione sono scaduti. Richiami il mese prossimo.

Telefonata strategica
- Pronto, Silvio.
- Dipende. Chi è ?
- Sono Umberto Bossi. Sono incazzato come un toro della Val Brembana. Adesso mi sfogo...
- Va bene ma attento. La legge è passata, ma potrebbe esserci ancora qualcuno in ascolto, è difficile bonificare tutto.
- Ma dai che non ci intercettano, cazzo. Ho fatto la scuola radio Elettra.
- E come fai a essere sicuro?
- Sono furbo, sto telefonando da una cabina pubblica.
- Ma guarda che ci intercettano lo stesso ..
- Non possono. Ho chiuso bene il vetro. E poi ho i baffi finti e parlo piano.
- Umberto, sei furbo, ma non basta.
- Scusa ne parlo con Trota, mio figlio. Trota, dice il capo che la cabina non basta, che ci intercettano ..... ah facciamo così ? Sei sicuro? Ah certo, geniale, geniale. Allora Silvio fai come ti dico: vai sotto la doccia, col telefonino, lo scroscio coprirà la voce, così non capiscono cosa diciamo...
- Ma no Umberto, il telefonino si bagna... e poi se lo scroscio copre la voce noi come ci parliamo?
-Aspetta che chiedo a Trota. Ah bene. Trota ha detto: urliamo!
- Scusa Umberto ma non ho tempo da perdere, metti giù.
- Cosa metto giù?
- Metti giù il telefono...
- Non posso. E' legato con un filo, penzola...
- Uffa basta! Ti ripeto, anche se ho fatto la legge-bavaglio dobbiamo essere prudenti. Cosa volevi dirmi?
- Ti volevo dire che se mi tocchi Vercelli è guerra.
- Va bene.
- Anche se mi tocchi Clusone è guerra.
- Ma non è provincia !
- Ah sì, e perché? Frosinone provincia e Clusone no? Insomma ascoltami.
- Scusa Umberto ma ho finito i gettoni del cellulare (clic).
- Silvio... Silvio... Ce li ho io i gettoni...

di Stefano Benni; la Repubblica

sabato 12 giugno 2010

Benigni dice la sua

http://www.youtube.com/watch?v=6gbCCNe30_Y

Perché no

La Legge bavaglio non è una legge che difende la privacy del cittadino, al contrario, è una legge che difende la privacy del potere. Non intesa come privacy degli uomini di potere, ma dei loro affari, anzi malaffari. Quando si discute di intercettazioni bisogna sempre affidarsi ad una premessa naturale quanto necessaria. La privacy è sacra, è uno dei pilastri del diritto e della convivenza civile.
Ma qui non siamo di fronte a una legge che difende la riservatezza delle persone, i loro dialoghi, il loro intimo comunicare. Questa legge risponde al meccanismo mediatico che conosce come funziona l'informazione e soprattutto l'informazione in Italia. Pubblicare le intercettazioni soltanto quando c'è il rinvio a giudizio genera un enorme vuoto che riguarda proprio quel segmento di informazioni che non può essere reso di dominio pubblico. Questo sembra essere il vero obiettivo: impedire alla stampa, nell'immediato, di usare quei dati che poi, a distanza di tempo, non avrebbe più senso pubblicare. In questo modo le informazioni veicolate rimarranno sempre monche, smozzicate, incomprensibili. L'obiettivo è impedire il racconto di ciò che accade, mascherando questo con l'interesse di tutelare la privacy dei cittadini.

Chiunque ha una esperienza anche minima nei meccanismi di intercettazione nel mondo della criminalità organizzata sa che vengono registrati centinaia di dettagli, storie di tradimenti, inutili al fine dell'inchiesta e nulle per la pubblicazione. Il terrore che ha il potere politico e imprenditoriale è quello di vedere pubblicati invece elementi che in poche battute permettono di dimostrare come si costruisce il meccanismo del potere. Non solo come si configura un reato. Per esempio l'inchiesta del dicembre 2007 che portò alla famosa intercettazione di Berlusconi con Saccà ha visto una quantità infinita di intercettazioni di dettagli privati, di cui in molti erano a conoscenza ma nessuna di queste è stata pubblicata oltre quelle necessarie per definire il contesto di uno scambio di favori tra politica e Rai.

La stessa maggioranza che approva un decreto che tronca la libertà di informazione in nome della difesa della privacy decide attraverso la Vigilanza Rai di pubblicare nei titoli di coda il compenso degli ospiti e dei conduttori. Sembra un gesto cristallino. E' il contrario. E non solo perché in una economia di mercato il compenso è determinato dal mercato e non da un calcolo etico. In questo modo i concorrenti della Rai sapranno quanto la Rai paga, quindi il meccanismo avvantaggerà le tv non di Stato. Mediaset potrà conoscere i compensi e regolarsi di conseguenza. Ma la straordinaria notizia che viene a controbilanciare quella assai tragica dell'approvazione della legge sulle intercettazioni è che il lettore, lo spettatore, quando comprende cosa sta accadendo diviene cittadino, ossia pretende di essere informato. Migliaia di persone sono indignate e impegnate a mostrare il loro dissenso, la volontà e la speranza di poter impedire che questa legge mutili per sempre il rapporto che c'è tra i giornali e i suoi lettori: la voglia di capire, conoscere, farsi un'opinione. Non vogliamo essere privati di ciò. Mandare messaggi ai giornali, mostrarsi imbavagliati, non sono gesti facili, scontati. Non sono gesti che permettono di sentirsi impegnati. Sono la premessa dell'impegno. L'intento d'azione è spesso l'azione stessa. Il dichiararsi non solo contrari in nome della possibilità di critica ma preoccupati che quello che sta accadendo distrugga uno strumento fondamentale per conoscere i fatti. La legge che imbavaglia, viene contrastata da migliaia di voci. Voci che dimostrano che non tutto è concluso, non tutto è determinabile dal palinsesto che viene dato agli italiani quotidianamente. Ogni persona che in questo momento prende parte a questa battaglia civile, sta permettendo di salvare il racconto del paese, di dare possibilità al giornalismo - e non agli sciacalli del ricatto - di resistere. In una parola sta difendendo la democrazia.

di Roberto Saviano; la Repubblica

Aprite quella porta

Giù la maschera. Quello che vuole, che pretende la maggioranza al potere è l'impunità totale, il silenzio sui suoi furti e malversazioni. Ai tempi di tangentopoli la maggioranza al potere si accontentava di far passare i suoi furti per legittima pubblica amministrazione. Ricordate la tesi del craxiano Biffi Gentili? Se i politici sono chiamati ad amministrare grandi città, grandi problemi con competenze da tecnocrati perché non devono essere pagati come tali? E se non lo sono perché si vuole impedire che si autofinanzino? Oggi la maggioranza al potere non ha più bisogno di questi sofismi. Rivendica il diritto di rubare attraverso la politica come un normale, dovuto diritto di preda. Al tempo di tangentopoli i socialisti craxiani ma anche quelli di altri partiti avevano nascosto i furti per mezzo della politica nei conti "protetti" cioè segreti in Svizzera a Singapore a Hong Kong. E avendo messo il bottino al sicuro si erano tolti anche il gusto di prendere per i fondelli i loro concittadini con la tesi assurda che l'autofinanziamento dei partiti non era solo una necessità ma un dovere di chi si faceva carico di amministrare lo Stato e la democrazia.

Oggi nella Italia berlusconiana il furto attraverso la politica è scoperto, normale. Appena si può si ruba e viene il sospetto che sia avvenuta una mutazione antropologica, che la maggioranza al potere sia convinta che l'uso della politica per rubare sia non solo normale ma lodevole e che le istituzioni abbiano il dovere di proteggerlo. L'Italia un tempo paese dei misteri, delle società segrete, delle congiure massoniche sotto l'egida del cavaliere di Arcore sta diventando una democrazia autoritaria dichiarata e compatta a difesa dei suoi vizi e dei suoi furti. Perché opporsi al bavaglio che viene imposto all'informazione? Non aveva ragione Mussolini ad abolire la cronaca nera e a coprire gli scandali del regime? Esiste un modo più efficace di lavare i panni sporchi in gran segreto senza che le gazzette li mettano in piazza? L'imprenditore Anemone che si rifiuta di rispondere ai magistrati che indagano sui suoi affari non è la pecora nera, l'eccezione ma la norma della società berlusconiana del fare tutto ciò che comoda ai padroni, senza pagare dazio.

La conferma della mutazione antropologica viene dal fatto che i politici presi con la mano nella marmellata mostrano più stupore che vergogna. La loro corruzione era normalissima, candida, da buon padre ladro di famiglia. A uno era bastato pagare una garconnière al centro di Roma, un altro aveva lasciato mano libera agli impresari edili dopo il terremoto in cambio di una revisione in casa sua dei servizi igienici, diciamo del funzionamento del cesso e del bagno. Ad altri ancora la possibilità di avere a spese dello Stato qualche mignotta, insomma la grande crisi della politica italiana, il grande rischio di una democrazia autoritaria, di una dittatura mascherata, morbida starebbe nella banalità del male, nei piccoli vizi nelle piccole tentazioni della cosiddetta classe dirigente.

Un'Italia senza misteri con un capo del governo schietto, schiettissimo. Che vuole? Che pretende? Il minimo di un uomo del fare più che del pensare: di non avere controlli, di non avere intralci e se gli viene in testa di allevare un cavallo nessuno si permetta di obbligarlo a tirar su una mucca. Che cosa ha scoperto il Cavaliere? Quello che avevano scoperto prima di lui tutti gli uomini autoritari del fare, che i controlli sono fastidiosi e a volte insopportabili. In una parola: che la democrazia è più complicata e faticosa della dittatura.

di Giorgio Bocca; la Repubblica

venerdì 11 giugno 2010

Regime

Ora cala il sipario. Il nostro lavoro si farà più incerto e faticoso e gli avvocati diventeranno compagni di banco di direttori e editori. Nonostante dibattiti, correzioni e appelli di ogni tipo, la legge che detta nuove regole per le intercettazioni e l’informazione viaggia spedita verso i suoi obiettivi.

Abbiamo più volte scritto e riconosciuto che in Italia ci sono stati problemi di rispetto delle vite private di persone coinvolte in indagini, ma ciò non può cambiare il giudizio totalmente negativo che abbiamo della nuova legge.

Il dovere di informare i lettori e il mestiere di giornalisti saranno resi più difficili perché le possibilità di raccontare le inchieste si ridurranno notevolmente, potremo darvi resoconti minimi e parziali, dovremo destreggiarci a fare brevi riassunti e mai citare dettagli o particolari determinanti. Tutto in una grande incertezza, che spingerà gli editori a sollecitare continui pareri legali per evitare le maximulte.

E’ forte l’amarezza per un gesto che non ha nulla a che fare con la privacy e la civiltà giuridica, ma ci parla solo della volontà urgente della politica di calare il sipario sulle inchieste e di mettersi al riparo dagli scandali, per garantirsi un tranquillo futuro di impunità e mani libere.

di Mario Calabresi; LA STAMPA

11 giugno 2010

No, no e poi no!

Una prima pagina bianca, per testimoniare ai lettori e al Paese che ieri è intervenuta per legge una violenza nel circuito democratico attraverso il quale i giornali informano e i cittadini si rendono consapevoli, dunque giudicano e controllano. Una violenza consumata dal governo, che con il voto di fiducia per evitare sorprese ha approvato al Senato la legge sulle intercettazioni telefoniche, che è in realtà una legge sulla libertà: la libertà di cercare le prove dei reati secondo le procedure di tutti i Paesi civili - nel dovere dello Stato di garantire la legalità e di rendere giustizia - e la libertà dei cittadini di accedere alle informazioni necessarie per conoscere e per sapere, dunque per giudicare.

La violenza di maggioranza è qui: nel voler limitare fino all'ostruzionismo irragionevole l'attività della magistratura nel contrasto al crimine, restringendo la possibilità di usare le intercettazioni per la ricerca delle prove dei reati. E nel voler impedire che i cittadini vengano informati del contenuto delle intercettazioni, impedendo ai giornali la libera valutazione delle notizie, nell'interesse dei lettori. Tutto questo, mentre infuria lo scandalo della Protezione Civile, nato con le risate intercettate ai costruttori legati al "sistema" di governo, felici per le scosse di terremoto che squassavano L'Aquila.

Le piccole modifiche che sono state fatte alla legge (si voleva addirittura tenere il Paese al buio sulle inchieste per quattro anni) non cambiano affatto il carattere illiberale di una norma di salvaguardia della casta di governo, terrorizzata dal rischio che i magistrati indaghino, i giornali raccontino, i cittadini prendano coscienza. Anzi. La proroga dei termini per gli ascolti, di poche ore in poche ore, è proceduralmente più ridicola che macchinosa. E le multe altissime agli editori non sono sanzioni ma inviti espliciti ad espropriare la libertà delle redazioni dei giornali nel decidere ciò che si deve pubblicare.

Ciò che resta, finché potrà durare, è l'atto d'imperio del governo su un diritto fondamentale dei cittadini - quello di sapere - cui è collegato il dovere dei giornalisti di informare. Se questa legge passerà alla Camera, il governo deciderà attraverso di essa la quantità e la qualità delle notizie "sensibili" che potranno essere stampate dai giornali, e quindi conosciute dai lettori. Attenzione: la legge-bavaglio decide per noi, e decide secondo la volontà del governo ciò che noi dobbiamo sapere, ciò che noi possiamo scrivere.
Con ogni evidenza, tutto questo non è accettabile: non dai giornalisti soltanto, ma dai cittadini, dal sistema democratico. Ecco perché la prima pagina di "Repubblica" è bianca, per testimoniare ciò che sta accadendo. E per dire che non deve accadere, e non accadrà.

di Ezio Mauro; la Repubblica

giovedì 10 giugno 2010

L'insofferente

Per dirottare la rabbia dei clienti su un capro espiatorio in carne e ossa, i Grandi Magazzini dei romanzi di Pennac avevano ingaggiato Monsieur Malaussène: sua era sempre la colpa dei guasti, degli imprevisti, dei disservizi. Le aziende vere lo hanno imitato, inventandosi i call center: sfogatoi della nostra impotenza a ottocento euro al mese. Anche Berlusconi era in cerca di un Malaussène, di un call center contro il quale scaricare la sua rabbia. E l’ha trovato. Conoscendo i suoi gusti, non poteva che essere una femmina. Madame Costituzione. Dopo la scomparsa dei genitori, Catto e Comunista, la signora si è data un solo scopo nella vita: mettere i bastoni fra le ruote al rivoluzionario di Arcore, che anche ieri si è definito «un imprenditore provvisoriamente prestato alla politica»: da sedici anni, perché in Italia nulla è più definitivo del provvisorio.

Lui vuole fare il capufficio della libertà? E lei gli ricorda che il presidente del Consiglio è un ministro come gli altri. Lui vuole ridurre - per il nostro bene - i poteri di giudici e giornalisti? E lei, pedante: non si può, non si può. Lasciami almeno sgravare le imprese da «lacci e lacciuoli», la implora. Niente, non gli concede nemmeno quello: Madame è una radical-chic d’altri tempi, una specie di Camilla Cederna in formato cartaceo. Nel corso della sua esistenza eroica Berlusconi ha combattuto e vinto contro tanti nemici, ma si trattava di esseri umani. Cosa può fare, persino un semidivino come lui, contro questa Piovra immateriale che si nutre di regole fatte della stessa sostanza degli incubi?

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Ma anche no

Analogie

È nota la definizione della democrazia come sistema pieno di difetti ma di cui non si è ancora trovato nulla di meglio. Da questa ragionevole assunzione discende, per la maggior parte della gente, la convinzione errata che la democrazia (il migliore o il meno peggio dei sistemi di governo) sia quello per cui la maggioranza ha sempre ragione. Nulla di più falso. La democrazia è il sistema per cui, visto che è difficile definire in termini qualitativi chi abbia più ragione degli altri, si ricorre a un sistema bassamente quantitativo, ma oggettivamente controllabile: in democrazia governa chi prende più consensi. E se qualcuno ritiene che la maggioranza abbia torto, peggio per lui: se ha accettato i principi democratici deve accettare che governi una maggioranza che si sbaglia.

Una delle funzioni delle opposizioni è quella di dimostrare alla maggioranza che si era sbagliata. E se non ce la fa? Allora abbiamo, oltre a una cattiva maggioranza, anche una cattiva opposizione. Quante volte la maggioranza può sbagliarsi? Per millenni la maggioranza degli uomini ha creduto che il sole girasse intorno alla terra (e, considerando le vaste aree poco alfabetizzate del mondo, e il fatto che sondaggi fatti nei paesi più avanzati hanno dimostrato che moltissimi occidentali ancora credono che il sole giri) ecco un bel caso in cui la maggioranza non solo si è sbagliata ma si sbaglia ancora. Le maggioranze si sono sbagliate a ritenere Beethoven inascoltabile o Picasso inguardabile, la maggioranza a Gerusalemme si è sbagliata a preferire Barabba a Gesù, la maggioranza degli americani sbaglia a credere che due uova con pancetta tutte le mattine e una bella bistecca a pasto siano garanzie di buona salute, la maggioranza si sbagliava a preferire gli orsi a Terenzio e (forse) si sbaglia ancora a preferire "La pupa e il secchione" a Sofocle. Per secoli la maggioranza della gente ha ritenuto che esistessero le streghe e che fosse giusto bruciarle, nel Seicento la maggioranza dei milanesi credeva che la peste fosse provocata dagli untori, l'enorme maggioranza degli occidentali, compreso Voltaire, riteneva legittima e naturale la schiavitù, la maggioranza degli europei credeva che fosse nobile e sacrosanto colonizzare l'Africa.

In politica Hitler non è andato al potere per un colpo di Stato ma è stato eletto dalla maggioranza, Mussolini ha instaurato la dittatura dopo l'assassinio di Matteotti ma prima godeva di una maggioranza parlamentare, anche se disprezzava quell'aula «sorda e grigia». Sarebbe ingiusto giocare di paradossi e dire dunque che la maggioranza è quella che sbaglia sempre, ma è certo che non sempre ha ragione. In politica l'appello alla volontà popolare ha soltanto valore legale ("Ho diritto a governare perché ho ricevuto più voti") ma non permette che da questo dato quantitativo si traggano conseguenze teoriche ed etiche ("Ho la maggioranza dei consensi e dunque sono il migliore").

In certe aree della Sicilia e della Campania i mafiosi e i camorristi hanno la maggioranza dei consensi ma sarebbe difficile concluderne che siano pertanto i migliori rappresentati di quelle nobilissime popolazioni. Recentemente leggevo un giornalista governativo (ma non era il solo ad usare quell'argomento) che, nell'ironizzare sul caso Santoro (bersaglio ormai felicemente bipartisan), diceva che costui aveva la curiosa persuasione che la maggioranza degli italiani si fosse piegata di buon grado a essere sodomizzata da Berlusconi. Ora non credo che Berlusconi abbia mai sodomizzato qualcuno, ma è certo che una consistente quantità di italiani consente con lui senza accorgersi che il loro beniamino sta lentamente erodendo le loro libertà. Erodere le libertà di un paese significa di solito mettere in atto un colpo di Stato e instaurare violentemente una dittatura. Se questo avviene, gli elettori se ne accorgono e, se pure non hanno la forza di zione di colpo di Stato che è con lui cambiata. Al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato. All'idea di una trasformazione delle strutture dello Stato attraverso l'azione violenta il genio di Berlusconi è stato ed è quello di attuarle con estrema lentezza, passettino per passettino, in modo estremamente lubrificato.

Pensate alla inutile violenza con cui il fascismo, per fare tacere la voce scomoda di Matteotti, ha dovuto farlo ammazzare. Cose da medioevo. Non sarebbe bastato pagargli una buona uscita megagalattica (e tra l'altro non con i soldi del governo ma con quelli dei cittadini che pagano il canone)? Mussolini era davvero uomo rozzissimo. Quando una trasformazione delle istituzioni del Paese avviene passo per passo, e cioè per dosi omeopatiche, è difficile dire che ciascuna, presa di per sé, prefiguri una dittatura - e infatti quando qualche cassandra lo fa viene sbertucciata. Il fatto è che per un nuovo populismo mediatico la stessa dittatura è un sistema antiquato che non serve a nulla. Si possono modificare le strutture dello Stato a proprio piacere e secondo il proprio interesse senza instaurare alcuna dittatura.

Si può dire che il lodo Alfano prefiguri una tirannia? Sciocchezze. E calmierare le intercettazioni attenta davvero alla libertà d'informazione? Ma suvvia, se qualcuno ha delitto lo sapranno tutti a giudizio avvenuto, e l'evitare di parlare in anticipo di delitti solo presunti rispetta se mai la privatezza di ciascuno di noi. Vi piacerebbe che andasse sui giornali la vostra conversazione con l'amante, così che lo venisse a sapere la vostra signora? No, certo. E se il prezzo da pagare è che non venga intercettata la conversazione di un potente corrotto o di un mafioso in servizio permanente effettivo, ebbene, la nostra privatezza avrà bene un prezzo. Vi pare nazifascismo ridurre i fondi per la scuola pubblica? Ma dobbiamo risparmiare tutti, e bisogna pur dare l'esempio a cominciare dalle spese collettive. E se questo consegna il paese alle scuole private? Non sarà la fine del mondo, ce ne sono delle buonissime. È stalinismo rendere inguardabili i telegiornali delle reti pubbliche? No, se mai le vecchie dittature facevano di tutto per rendere la radio affettuosissima. Ma se questo va a favore delle reti private? Beh, vi risulta che Stalin abbia mai favorito le televisioni private?

Ecco, la funzione dei colpi di Stato striscianti è che le modificazioni costituzionali non vengono quasi percepite, o sono avvertite come irrilevanti. E quando la loro somma avrà prodotto non la seconda ma la terza Repubblica, sarà troppo tardi. Non perché non si potrebbe tornare indietro, ma perché la maggioranza avrà assorbito i cambiamenti come naturali e si sarà, per così dire, mitridatizzata. Un nuovo Malaparte potrebbe scrivere un trattato superbo su questa nuova tecnica dello struscio di Stato. Anche perché di fronte a essa ogni protesta e ogni denuncia perde valore provocatorio e sembra che chi si lamenta dia corpo alle ombre.

Pessimismo globale, dunque? No, fiducia nell'azione benigna del tempo e della sua erosione continua. Una trasformazione delle istituzioni che procede a piccoli passi può non avere tempo per compiersi del tutto, a metà strada possono avvenire smandrappamenti, stanchezze, cadute di tensione, incidenti di percorso. È un poco come la barzelletta sulla differenza tra inferno tedesco e inferno italiano. In entrambi bagno nella benzina bollente al mattino, sedia elettrica a mezzogiorno, squartamento a sera. Salvo che nell'inferno italiano un giorno la benzina non arriva, un altro la centrale elettrica è in sciopero, un altro ancora il boia si è dato malato… Tagliare la testa al re o occupare il Palazzo d'Inverno è cosa che si fa in cinque minuti. Avvelenare qualcuno con piccole dosi d'arsenico nella minestra prende molto tempo, e nel frattempo chissà, vedrà chi vivrà. Per il momento, resistere, resistere, resistere.

di Umberto Eco; L'espresso

martedì 8 giugno 2010

Il giallo

Lo scorso 19 maggio Stuart Cable ha compiuto 40 anni e una settimana fa, rispondendo ad un sms di auguri dell’amico Kelly Jones, gli disse che non avrebbe mai creduto di arrivare a festeggiare quel traguardo. Una frase che suona oggi come un triste presagio, visto che alle 5,30 di lunedì mattina l’ex batterista degli Stereophonics è stato trovato morto nella sua abitazione di Llwydcoed, vicino Aberdare, nel Galles del Sud. Secondo la ricostruzione della polizia riferita dal Sun, il musicista sarebbe morto soffocato dal suo stesso vomito, dopo un weekend di baldoria con gli amici, iniziato al pub locale e terminato poi nella sua casa, insonorizzata per non arrecare disturbo ai vicini quando suonava la batteria o dava delle feste. Ironia della sorte, sabato prossimo Cable si sarebbe dovuto esibire al «Download Festival» di Donington Park con il nuovo gruppo, i Killing for Company (che l’anno scorso fecero d’appoggio agli Who), mentre 36 ore prima del decesso la sua vecchia band aveva trionfato in concerto a Cardiff, davanti a 30mila fan.

«La scorsa settimana gli mandai un messaggio di auguri – ha raccontato Jones al Daily Mail - al quale lui rispose "non avrei mai pensato di arrivare ai 40 anni". Lo trovai abbastanza strano e così replicai "vivrai fino a cent’anni, amico mio" e mi misi d’accordo per passare da lui a farmi un pinta e fargli gli auguri di persona. Ecco perché adesso sono in totale stato di choc». Il cantante e Cable fondarono gli Stereophonics nel 1992. Dopo un inizio difficile, arrivò la svolta con la firma del contratto per l’etichetta V2 di Sir Richard Branson e, con quella, il successo grazie a canzoni come Have a Nice Day, Local Boy in The Photograph, Just Looking e The Bartender and the Thief. Ma proprio quando il gruppo era all’apice della popolarità, Cable comincio a dare chiari segni di cedimento e iniziò a drogarsi per reggere la pressione, trasformandosi ben presto in uno «zombie cocainomane», come si è definito lui stesso nella biografia Demons and Cocktails, uscita lo scorso mese.

Una discesa agli inferi che culminò nel settembre del 2003, quando Jones e l’altro membro della band, il bassista Richard Jones (nessuna parentela fra i due), decisero di cacciarlo, esasperati dalle continue scenate di Cable, che aveva anche cominciato a tradire la moglie Nicola con la stella della tv, Lisa Rogers. «Eravamo tornati a parlarci da cinque anni – ha continuato il cantante degli Stereophonics – ed eravamo ancora grandi amici, tanto che è stato lo stesso Stuart ad augurarmi buona fortuna per il concerto di Cardiff». Dopo la cacciata dalla band, Cable continuò a drogarsi per qualche tempo, ma alla fine decise di darsi una ripulita, perché aveva capito che tale andazzo lo avrebbe portato alla tomba e di trasferirsi perciò nel suo paese d’origine dove, oltre a fondare il nuovo gruppo, iniziò una carriera radiofonica come conduttore dello show Cable Rock per la BBC Wales. «Stuart ha girato il mondo con la band e mi sono sempre preoccupata – ha detto mamma Mabel al Mirror – e adesso che si era finalmente sistemato, succede una cosa del genere». «Ci hanno detto che è morto soffocato dal suo stesso vomito – ha detto un amico al tabloid – ma Stuart era un vero "animal party" e se n’è andato come avrebbe voluto». Cable lascia la fidanzata Rachel e il figlio di 9 anni Cian, avuto dalla ex moglie.

di Simona Marchetti; CORRIERE DELLA SERA

Rialzati Italia!

Tergiversiamo

Aspetta e spera

Davvero strampalate le motivazioni con cui la commissaria Ue alla Giustizia, Viviane Reding, ha imposto all’Italia di equiparare entro il 2012 l’età pensionabile di uomini e donne. «C’è una sentenza della Corte Europea e in democrazia le sentenze si rispettano» ha almanaccato. Già qui ci sarebbe parecchio da eccepire (le sentenze sono uno stato d’animo: rispettabile, certo, ma non necessariamente da rispettare), se non fosse che preferiamo lasciare il dovere di replica a chi di queste cose se ne intende: Previti o Ghedini. Ma l’algida signora raggiunge il colmo della tracotanza quando si spinge ad affermare che le direttive sull’equiparazione dell’età pensionabile risalgono al 1990 e l’Italia non può fare l’offesa o la sorpresa, «dato che ha avuto vent’anni di tempo per mettersi in regola».

E con ciò? Abbiamo i nostri ritmi. E pratichiamo come nessun altro la sofisticata arte del rinvio. Perché fare oggi quel che si può fare domani e che potrebbe non essere più necessario dopodomani? Perché dire di colpo la verità, come ha appena fatto il premier inglese («Il nostro stile di vita cambierà»), se si può continuare a mentire tranquillamente alla giornata? Perché ottemperare subito a un obbligo, rinunciando alla possibilità sempre auspicabile di una proroga o, meglio ancora, di un condono? Par di conoscerla, questa Reding. Il genere di persona che paga i bolli prima che scadano, chiede gli scontrini ai negozianti e vive nell’ossessione delle regole. Verrebbe proprio voglia di mandarla in pensione. E ce la manderemo, prima o poi. Fra una ventina d’anni.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Il cecchino

Se c'è uno straniero all'Italia è il leghista Calderoli e non certo l'interista Moratti. I ministri leghisti non vanno alla festa della Repubblica, ma il ministro Calderoli pretende dall'Inter quell'italianità che non rispetta. Il figlio di Bossi proclama che non tiferà per l'Italia ai mondiali, ma il rinnegato è Moratti che schiera una formazione internazionale (Inter) perché vuole vincere, perché vuole che sia italiana la squadra più forte d'Europa. Le squadre di calcio onorano la bandiera proprio perché sono industrie multinazionali, come il cinema, come l'editoria, come le grandi compagnie aeree - Air France per citarne una per tutte - che pure hanno marchi patriottici. Con lo stesso criterio le banche e le società di assicurazioni dovrebbero fallire pur di non accettare partecipazioni straniere e salvaguardare così l'integrità italiana del loro Dna capitalistico. Per non parlare degli istituti di ricerca: a nessuno viene in mente che il mitico Mit di Boston non sia americano perché è pieno di studiosi pachistani, indiani, europei, cinesi e anche italiani. Come si vede l'ultima sparata di Calderoli non è meno ridicola di tutte le sue altre sparate. Sbaglieremmo però a sottovalutarla e basti pensare al porcellum, la legge elettorale che rimane in vigore nonostante il perfetto nome datogli dal suo autore. Il puntoè che mandano avanti Calderoli ogni volta che si sentono persi, quando c'è da fare demagogia caricaturale, quando il dramma diventa irreversibile e non si può fare altro che ridere. Dopo le magliette sull'Islam, i comizi contro i culattoni, le ingiurie ai vescovi parassiti, l'incitamento a far pipì sulle moschee..., adesso tocca ai calciatori strapagati, a Moratti il petroliere e agli stranieri che giocano nell'Inter. Il governo impone sacrifici agli statali che sonoi più deboli, non hanno mercatoe molti di loro sono già proletarizzati come gli insegnanti, ma la colpa non è del presidente del Consiglio o del ministro del Tesoro i quali, come ha scritto ieri Eugenio Scalfari ricordando Giorgio Amendola, «fabbricano castelli con la sabbia asciutta». La colpa ce l'hanno i calciatori. Sono loro i responsabili della crisi economica, tanto più se sono stranieri, come Milito o Sneijder o Julio Cesar che giocano nella squadra «non italiana» del petroliere Moratti, aiutato dallo Stato nonostante sia un traditore della Padania. Insomma, per spostare l'attenzione sulla pesantezza della manovra, per farne dimenticare le iniquità, Calderoli apre un dibattito populista e demagogico che purtroppo in Italia ha ancora un ascolto perché accende l'invidia sociale e risveglia, come un residuo ideologico, la vecchia idea che il danaro sia roba da farabutti, materia vile da trattare di nascosto. Certo, Calderoli esclude Berlusconi dalla categoria dei ricchi perversi, è l'alleato affidabile dell'uomo più potente e più danaroso del Paese che usa lo Stato per favorire le aziende di famiglia, ma addita il reprobo assistito e profittatore nel petroliere Moratti, sostenuto dal "Cip 6", un provvedimento economico che fu abolito da Prodi e ripristinato da Berlusconi, un incentivo non solo per gli inceneritori ma anche per le raffinerie che sono la forza del gruppo Moratti. Ebbene, se davvero il "Cip 6" è iniquo, il governo abbia il coraggio e il buonsenso di abolirlo. Ma che cosa c'entrano gli stipendi dei calciatori? E che cosa c'entra la loro etnia? Purtroppo Calderoli sa che gli italiani sono sensibili alla demagogia degli stipendi. E la usa per ricavarne profitti politici. In apparenza spregiudicati, molti italiani ancora pensano che far soldi imbruttisca e sporchi. Dunque pagare molto un campione sarebbe una maniera di corromperlo asservendolo. Perciò Calderoli lancia l'idea del calciatore francescano, angelo d'Italia, che si autoriduce l'ingaggio «devolvendolo- ha proposto-a titolo onorifico», eroe della povertà nazionale che, come si diceva una volta, dona l'oro alla patria. E invece è vero il contrario. I campioni sono investimenti economici obbligati da un mercato, ovviamente internazionale, dove più cresce la bravura più cresce il compenso. Perché il brasiliano Maicon, che ha la nostalgia nel sangue, dovrebbe giocare nelle nebbie padane, piuttosto che nel Real Madrid, se non per danaro? Solo qualche voltai calciatori diventano conflitto di interesse come è stato nel caso del Milan utilizzato da Berlusconi alla vecchia maniera di Lauro. Don Achille "o comandante" - chi non lo ricorda? - comprò a fini elettorali, per la cifra a quel tempo record di 105 milioni, un centravanti svedese di nome Jeppson che fu poi soprannominato «il Banco di Napoli». Un tempo erano i cattivi maestri del comunismo a sostenere che il calcio, come la religione, era l'oppio dei popoli, ora sono Calderoli e Berlusconi che usano il pallone per narcotizzare gli italiani: Berlusconi servendosene, quando ancora riusciva a vincere tutto, a fini di popolarità e di consenso politici, e Calderoli per mascherare le malefatte del governo. Oggi che non vince più, Berlusconi si traveste da moralizzatore e in nome - pensate! - dell'etica dell'impresa serra i cordoni della borsa. E Calderoli lancia una "fatwa padana": non prendetevela con noi che vi congeliamo i vostri poveri stipendi ma insorgete contro i plutocrati del calcio che coprono d'oro i loro campioni (di razza impura). Due parole infine sugli stipendi della Rai che non solo Calderoli vuole tagliare. Qui il mercato c'entra poco. La Rai è un servizio pubblico gestito dai partiti e purtroppo le retribuzioni di dirigenti, funzionari, conduttori e direttori rientrano fra i costi della politica. Si tratta sostanzialmente di sottosegretari all'informazione, il cui valore non è mai misurato dal mercato. Essere bravo non è decisivo. Quel che conta è l'appartenenza che spesso è servilismo politico. Anzi la bravura è un handicap. Nessuna logica di mercato giustifica Minzolini alla direzione del Tg1. E nessuna logica di mercato giustifica il licenziamento di Mentana da Canale 5. Rimane vero che impoverire la Rai significa agevolare ulteriormente Mediaset. Ma, come si vede, siamo nel cuore del pasticcio italiano che non è governato dalle stesse logiche competitive che regolano il calcio in Italia come altrove. Nel calcio siamo cittadini del mondo. Alla Rai siamo Strapaese, esagitati tifosi di curva, sempliciotti e feroci come il leghista Calderoli.

di Francesco Merlo; la Repubblica

mercoledì 2 giugno 2010

Politicamente scorretto

Buon 2 giugno (II)

Cosa ci dici?

Buon 2 giugno

Nel giorno della parata militare lungo i Fori, oso sperare che nessuno sottovaluterà l’importanza dell’acquisto di 131 cacciabombardieri F-35, 121 caccia Eurofighter e 100 elicotteri NH90 da parte delle nostre Forze Armate. Con una certa malizia i Verdi fanno notare che lo scontrino complessivo di una spesa degna del set di «Apocalypse now» ammonta a 29 miliardi di euro, 5 in più della manovra (a proposito di apocalissi).

Ma tutti sappiamo che, oggi come oggi, senza un cacciabombardiere non si va da nessuna parte. Quindi lungi da noi l’idea populista di rinunciare al rombo dei motori guerrieri per tutelare lo stipendio di un impiegato pubblico o la sopravvivenza di un ente culturale. Però, forse, almeno un accenno a questa eventualità poteva essere fatto da chi ci governa. Anche solo come gesto di trasparenza e di cortesia: cari italiani, vi chiediamo di stringere la cinghia, però sappiate che i vostri sacrifici non saranno vani, perché dei cacciabombardieri così belli non li ha nessuno. Per non parlare degli elicotteri.

L’emozione sarebbe stata talmente forte che i dipendenti dello Stato avrebbero donato, se non l’oro (di cui al momento sono sprovvisti), i loro straordinari alla Patria, pur di consentirle di sfrecciare invitta e gloriosa nei cieli. E i poliziotti avrebbero sbandierato con orgoglio la mancanza di soldi per il carburante delle auto di servizio, con la tranquilla consapevolezza di chi sa che per combattere la mafia, stroncare la corruzione e proteggere i cittadini, nulla è più efficace di uno stormo di cacciabombardieri.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 1 giugno 2010

No!

Così torniamo al fascismo. I protagonisti del reading contro la legge-bavaglio sulle intercettazioni non hanno dubbi: uccide la coscienza dell'opinione pubblica e con essa la democrazia. Partite ieri in uno stracolmo teatro Quirino di Roma, le "Letture per la libertà di stampa" organizzate da un centinaio di editori insieme a librai e scrittori andranno avanti tutta la settimana in tutta Italia. "La legge sulle intercettazioni non tocca solo giornali e giornalisti, ma anche le Case editrici che pubblicano libri d'inchiesta, anch'essi potenziali destinatari del ddl", ha detto l'editore Giuseppe Laterza, tra gli organizzatori insieme a Marco Cassini (Minimum Fax) e Stefano Mauri (Mauri-Spagnol).

Ad aprire le letture dei brani è stato Andrea Camilleri, che ha proposto l'appello agli studenti che il rettore dell'università di Padova, Concetto Marchesi, pronunciò il primo dicembre 1943 lasciando l'ateneo per non sottomettersi al fascismo. Un discorso (vibrante la lettura dello scrittore siciliano) che si chiude così: "Liberate l'Italia dalla schiavitù dell'inganno". Passaggio che per Camilleri definisce perfettamente "lo sporco e il luridume dell'attacco alla libertà che oggi si ripropone sotto altre forme". Difendiamo l'informazione - ha proseguito il padre di Montalbano - anche se con la legge-bavaglio non ci sarà proprio più nulla di cui scrivere perché i magistrati non potranno più lavorare "lasciando i mafiosi e la cricca liberi di fregarci nel silenzio". Quindi Camilleri si è congedato dal pubblico con un laconico "buona fortuna". E di grande attualità anche il discorso di Pericle agli Ateniesi, che Paolo Rossi non riuscì a leggere in tv e ieri proposto da Rosetta Loy.

Sul palco anche Stefano Rodotà, secondo il quale "quando si blocca la conoscenza dei fatti si impedisce di deliberare e mettendo a repentaglio la vita democratica: è proprio dei regimi totalitari obbligare i propri cittadini a leggere su siti stranieri le notizie del proprio Paese". Quindi è intervenuto il politologo Giovanni Sartori, che ha definito "vergognosa" la legge-bavaglio: "È l'ultima risorsa per creare una falsa, disinformata e stupida opinione pubblica che non sa nulla del mondo e sa quasi solo cose false dell'Italia". E Marco Travaglio è stato tra coloro che hanno evocato l'inosservanza della legge. Come Massimo Carlotto, per il quale "non resta che la disobbedienza civile". Chi non c'era, come Dacia Maraini, ha affidato ad altri le proprie riflessioni. La serata è stata chiusa da Gianrico Carofiglio, magistrato, scrittore e senatore del Pd: "Il bavaglio che citava Camilleri era lo stesso programma della loggia P2. Non a caso vi erano iscritti anche esponenti del governo".

di Alberto D'Argenio; la Repubblica

lunedì 31 maggio 2010

Clint

Niente è più lontano da Clint Eastwood delle celebrazioni magniloquenti e delle lodi barocche dei cinefili che da sempre lo idolatrano. Per questo è facile immaginare che oggi, nel giorno dell’ottantesimo compleanno, davanti agli auguri di parenti, amici, fan, l’ottimo attore divenuto grande regista reagirà sfoderando uno dei suoi celebri, brevi sorrisi. Poche parole, economia di gesti e una straordinaria mimica facciale capace di comunicare al pubblico che il peggio sta per arrivare solo accentuando il solco di una ruga oppure raffreddando la luce degli occhi. Anche adesso, anche quando preferisce restare dietro la macchina da presa come nell’ultimo Invictus, Clint Eastwood è rimasto uomo di idee limpide e pensieri veloci. Lo sguardo sul mondo, che ai tempi degli spaghetti western e dell’ispettore Callaghan oscillava tra disgusto e commiserazione, è rimasto intransigente, ma ha acquistato il dono della pietà: «Di questi tempi essere ottimisti è dura, il mondo in cui viviamo è alla deriva. Per restare ottimista devi pensare che questo stato di cose finirà, nonostante tutto ti suggerisca il contrario».

Figlio della Grande Depressione, cresciuto senza fissa dimora perché la ricerca di lavoro spingeva il padre a cambiare continuamente città, Eastwood non ha mai avuto il fuoco sacro e, prima di scoprire il palcoscenico grazie a una professoressa dell’High School che lo fece esordire in una recita scolastica, aveva usato la corporatura imponente per primeggiare sui campi di basket: «Volevo diventare atleta, recitare non m’interessava affatto, nella commedia che mettemmo su per la scuola sbagliammo molte battute. Giurai che era la fine della mia carriera d’attore». Dopo la scuola venne il tempo dei mille mestieri, taglialegna, guardia forestale, operaio in un’acciaieria. Poi il fronte, durante la guerra in Corea, evitato grazie all’abilità di nuotatore. Invece di andare a sparare, il soldato Clint fu impegnato nella gestione di una piscina dell’esercito. La vera vita, quella che continua ancora adesso, inizia nel 1959, con Rawhide, western a episodi, in onda sulla Cbs, sulle avventure di un gruppo di cow-boys. Nel ‘64, durante una pausa della serie, arriva dall’Italia la sceneggiatura di Per un pugno di dollari: «Sergio Leone - sintetizzava Clint - mi ha messo un sigaro in bocca».

Il primo a stupirsi di quel grande successo europeo è lui stesso, e, quattro anni dopo, ormai lanciatissimo nelle parti di duro con l’anima, Eastwood capisce l’importanza dell’autonomia e crea la «Malpaso production», base per il futuro lavoro di regista e di produttore. Soprattutto modo per rimanere libero, facendo crescere, di pari passo con la carriera artistica, la coscienza politica di un conservatore con idee democratiche, di un ex-sostenitore di Richard Nixon e Arnold Schwarzenegger che s’interroga su temi come l’eutanasia e l’integrazione razziale, di un uomo che, a 80 anni, non ha mai perso la voglia di riflettere e stupirsi: «Tutti con l’età miglioriamo perché abbiamo raccolto un gran numero di esperienze professionali e di vita. Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo, e, finché mi capiterà tra le mani materiale interessante, andrò avanti». È accaduto con Gran Torino dove Clint, agli occhi dei fan che lo pedinano dagli esordi, è apparso come una specie di Dirty Harry in pensione. Laconico, irascibile, introverso, eppure pronto al massimo sacrificio: «Bisogna riconoscere che siamo un Paese di immigrati e che dobbiamo trovare una soluzione logica e sensibile ai problemi posti da questa realtà. Non si può fare finta di niente».

Con Invictus il miracolo si è ripetuto, anche se non c’è stata la pioggia di Oscar che aveva bagnato Million dollar baby e prima ancora, nel 1992, l’anti-western Gli spietati: «C’è una frase di Nelson Mandela in cui mi riconosco fortemente. Il passato è passato. Dobbiamo sempre guardare al futuro, a quelli che ci stanno intorno, al nostro Paese». Nei suoi progetti ora c’è il thriller sovrannaturale Hereafter e Hoover, biopic sul capo dell’Fbi. Continuare, sullo schermo e fuori, è l’augurio migliore per un uomo che sa bene quant’è bello fare quello che piace: «Oggi accetto più sfide che in passato, soprattutto mi considero fortunato, mi occuperò ancora di ciò che amo, finché non arriverà qualcuno che mi dirà di farmi da parte».

di Fulvia Caprara; LA STAMPA

domenica 30 maggio 2010

Ipocrisia

A tutti gli italiani chiamati a stringere la cinghia, Pier Carmelo Russo fa "ciao ciao": come dimostra il sito livesicilia.it, è andato in pensione da dirigente della Regione Sicilia con 6.462 euro netti al mese. A 47 anni. Grazie a una leggina isolana: doveva badare al papà infermo. Cosa che non gli ha impedito giorni dopo d’assumere il gravoso incarico di assessore all’Energia.

Mille chilometri più a Nord, i sindaci trentini, fallito il tentativo di avere la pensione, si apprestano ad avere un aumento in busta paga del 7% e i loro colleghi altoatesini non hanno alle viste alcun taglio: quello di Appiano prende 9.400 euro, cioè più di Letizia Moratti a Milano, quello di Lana 7.000, più di Rosa Russo Iervolino a Napoli. Quanto alla giunta comunale di Gorizia, ha appena tentato di autoridursi le indennità ed è stata bloccata dalla Regione: non potete farlo. Cosa c’entra con la manovra da 24 miliardi? C’entra. Come ha spiegato lo stesso Giulio Tremonti raccontando della necessità di non dare denaro, di questi tempi, a enti come il Comitato per il centenario del fumetto italiano e ad altri 231 dai profili talora improbabili, «i grandi numeri si fanno anche con i piccoli numeri». E non c’è dubbio che parallelamente ai tagli dolorosi presentati ieri, tagli che hanno guadagnato l’apprezzamento al governo delle autorità europee ma anche l’immediata rivolta delle sinistre, di una parte del sindacato, dei magistrati e altri ancora, ci son pezzi di questo Paese riottosi all’ipotesi di condividere i sacrifici.

A partire dal mondo della politica e da quello che ruota intorno. Prova ne sia che la svolta più radicale, il dimezzamento dei rimborsi da un euro a 50 centesimi per ogni elettore, pare essere stato ridimensionato: forse si sforbicerà il 20%, forse il 10. Così come pare essere stato accantonato un altro segnale importante, e cioè il ripristino dei controlli della ragioneria dello Stato sui conti di Palazzo Chigi e della Protezione civile. E le misure sulle stock-options dei banchieri. Il punto è che provvedimenti coraggiosi, ustionanti e in buona parte condivisibili (vedi la lotta dichiarata all’evasione) come quelli varati, che chiedono agli italiani, dopo anni di rassicurazioni ottimistiche, di farsi carico d’una situazione pesante, richiedono la massima trasparenza. La storia ci dice che il nostro è un Paese che nei momenti più difficili sa dare il meglio. Ma deve crederci. E per crederci ha bisogno di essere rassicurato su un punto: che pagheranno davvero tutti. Nel modo più giusto.

E questa limpidezza non deve essere neppure sfiorata dal sospetto che, dietro le migliori intenzioni, si nascondano tentazioni inconfessate. E che tutta la parte «etica», inserita per dimostrare ai cittadini più colpiti che questa volta non ci sono figli e figliastri, venga goccia a goccia svuotata. Perché forse esagera il Consiglio nazionale degli architetti nel diffidare delle smentite sulla sanatoria fino a denunciare «sconcerto per il nuovo condono che incentiva l’abusivismo edilizio». Ma sarebbe insopportabile se all’ultimo secondo, in piena estate, un attimo prima di un voto di fiducia finale in Parlamento, per iniziativa di qualche misteriosa «manina», spuntasse fuori di nuovo il solito condono.

di Gian Antonio Stella; CORRIERE DELLA SERA