sabato 12 marzo 2011

La distruzione delle farfalle

Perfino la Torre di Tokyo non ha retto lo shock e si è piegata. La freccia di acciaio puntata verso il cielo adesso è un emblema triste della tecnologia sconfitta.
Con la Tokyo Tower si è piegata l'illusione di prevenire le catastrofi e proteggersi grazie alla ricchezza. Il mondo intero assiste sgomento alla sofferenza del paese più evoluto, più sofisticato nelle tecniche antisismiche e nella protezione civile. La Tokyo Tower, quell'antenna tv di 330 metri che manda i segnali della rete Nhk, non è solo la torre Eiffel dei giapponesi e la loro risposta all'Empire State Building. E' il simbolo di una nazione che "si piega ma non si spezza", che ha assorbito la tragedia unica nella storia umana di due olocausti nucleari. Da ieri il Giappone ha capito che non basta sapersi "piegare", la flessibilità delle nuove tecnologie di costruzione non lo ha salvato dalla tragedia. La modernità è sconfitta e molti abitanti della capitale d'istinto ieri sono fuggiti verso le piazze e i parchi antistanti il Palazzo imperiale: è l'unica zona di Tokyo dov'è proibito costruire grattacieli, e tutti gli edifici sono bassi. Per chiamare parenti e amici si sono gettati verso i vecchi telefoni a gettoni, i soli risparmiati dal grande black-out delle comunicazioni che per ore ha ammutolito i cellulari. Hanno dato l'assalto ai negozi di biciclette: il mezzo di trasporto più antico era l'unico a poterli riportare a casa, nel caos immane degli ingorghi stradali e della paralisi di treni e metro. Tutto ciò che il Giappone ha costruito di più avanzato, ieri era al collasso: come le centrali nucleari da cui dipende un terzo della sua energia elettrica. E' dovuta intervenire la US Air Force dalle basi militari americane per rifornirle d'urgenza con il "liquido refrigerante" dopo che i sistemi di raffreddamento del reattore atomico di Fukushima si erano guastati. "Emergenza nucleare", ha proclamato il governo, e un altro allarme si è aggiunto al sisma, nonostante i decenni di esercitazioni per garantire che le centrali atomiche giapponesi erano a prova di terremoto.

E' uno spettacolo a cui assiste sgomenta la superpotenza amica sull'altra sponda dell'oceano. L'America si è svegliata col terrore che lo tsunami travolgesse le Hawaii, poi la West Coast. Intere città della California sono state evacuate ma le onde gigantesche hanno fatto una vittima in mare a Crescent City, e danni in diverse zone costiere. Ma è soprattutto l'immagine del disastro giapponese seguito in diretta dagli americani col fiato sospeso, ad accentuare il senso d'impotenza. "Il Giappone ha le leggi antisismiche più rigorose del mondo - osserva il New York Times - lo stesso sisma in qualsiasi altra nazione del mondo, anche le più ricche, avrebbe già fatto decine di migliaia di morti in poche ore". Gli americani lo sanno, neppure la California ha investito tanto quanto il Giappone: nei grattacieli costruiti per "piegarsi e non spezzarsi" assorbendo l'impatto; nelle dighe costiere anti-tsunami; nei sensori digitali che collegano perfino le abitazioni individuali col più vasto sistema elettronica di allerta. Di certo avrà limitato il bilancio delle vittime, ma è pur sempre una tragedia. Quando prende la parola Barack Obama promettendo "tutti gli aiuti che il governo giapponese ci sta chiedendo", l'America sente che questa tragedia è un segno di vulnerabilità globale. E' un altro "cigno nero", uno di quegli eventi che gli statistici definiscono "a bassissima probabilità, e altissimo potenziale di danno".

Come la crisi dei mutui che precipitò il mondo nella recessione del 2008-2009. Di nuovo l'America teme che si addensi all'orizzonte una "tempesta perfetta". Il doppio shock terremoto-tsunami in Giappone è l'ultimo dei colpi all'economia globale che si sono susseguiti improvvisamente in poche settimane, oscurando un orizzonte che sembrava volgere al bello. Prima c'era stata l'onda delle rivoluzioni anti-autoritarie del mondo arabo, con il suo impatto collaterale sui prezzi petroliferi "che da solo è già una pesante tassa sulla crescita" secondo il banchiere centrale Ben Bernanke. Legato al caro-petrolio c'è il ritorno delle aspettative inflazioniste. Il più grande fondo obbligazionario mondiale, Pimco, ha venduto tutto il suo portafoglio di Buoni del Tesoro, talmente è certo che le banche centrali dovranno rialzare i tassi presto (in quel caso i vecchi Bot si deprezzano brutalmente). Poi è arrivata una sorpresa dalla Cina: le sue esportazioni sono cresciute solo del 2,4% negli ultimi dodici mesi. Si teme che la cura anti-inflazione della banca centrale cinese cominci a "mordere", ma se rallenta la locomotiva asiatica tutto il mondo ne sentirà le conseguenze. Il terzo shock simultaneo è venuto dall'agenzia di rating Moody's con il declassamento del debito sovrano della Spagna. "L'Europa torna ad essere una bomba a orologeria", è il commento di Desmond Lachman dell'American Enterprise Institute sul Washington Post.

L'ultimo shock è la calamità che mette in ginocchio il Giappone, terza economia del pianeta. Una catastrofe paradossalmente "amplificata" proprio dalla modernità e dalla ricchezza: perché il Giappone in quanto paese avanzatissimo è iper-assicurato (a differenza dell'Indonesia) e quindi i danni si ripercuotono immediatamente sui bilanci delle compagnie assicurative mondiali. Se il disastro di Kobe nel 1995 costò 100 miliardi, a 15 anni di distanza l'impatto non può che essere moltiplicato. Il "battito d'ali di farfalla dall'altra parte del pianeta che genera un uragano" non è un'immagine letteraria, è la teoria del caos che studiano i matematici. Tre, quattro farfalle in simultanea, possono piegare non solo la Torre di Tokyo ma un mondo senza pareti né compartimenti stagni, dove il contagio delle crisi viaggia alla velocità della luce.

di Federico Rampini; la Repubblica

mercoledì 9 marzo 2011

Ufficio intuizione

L’orrore è spudorato, ma la meraviglia coltiva la riservatezza. Perciò dei protagonisti di questa storia sappiamo solo che sono veneti. E che sono stati sposati. Poi lui si ammala gravemente e ha bisogno di un rene compatibile che, come capita spesso, non si trova. L’ex moglie lo rivede, coglie la situazione e senza dirgli nulla si presenta al centro trapianti di Padova. Disposta a donare un pezzo del suo corpo all’uomo con cui ha diviso un pezzo della sua vita. La commissione medica ha già dato il nulla osta, si attende a giorni quello del magistrato.

Subito interpellato dal sottoscritto, l’ufficio cinismo (ha sede in una stanza acciaccata del cuore) comunica che la donna agirebbe in preda alla sindrome di Stoccolma - l’attrazione per il proprio persecutore - oppure al senso di colpa, a seconda che nel matrimonio naufragato avesse più sofferto o più fatto soffrire. Invece l’ufficio pragmatismo (si trova nell’emisfero sinistro del cervello e salva l’essere umano dai precipizi, anche se gli impedisce di volare) insinua che l’ex moglie sarebbe mossa dal senso materno: verso l’ex marito o gli eventuali figli, per non farne degli orfani. Ma l’ufficio intuizione (emisfero destro del cervello, poco frequentato) azzarda una terza ipotesi piuttosto straordinaria: che l’amore di quella donna per quell’uomo non sia finito col matrimonio e la riconosciuta impossibilità di vivere insieme. Perché l’amore, le rare volte in cui è davvero tale, non è un’emozione e neppure solo un sentimento. E’ un’energia. E l’energia non la puoi fermare, purtroppo. Per fortuna.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

lunedì 7 marzo 2011

La giustizia del cuore

Questa storia comincia con un malato cardiaco che sta morendo in ospedale. E con un cuore nuovo a bordo di un aereo-ambulanza, fermo sulla pista in attesa di spiccare il volo. Fra il malato e il cuore ci sono 400 chilometri e un cielo pieno di neve. In sala operatoria tutto è pronto per l’espianto del cuore guasto, eppure il chirurgo frena: prima, dice, assicuriamoci che l’aereo parta davvero. Scelta giusta numero 1: la saggezza. Sulla pista nevica fitto, non ci sono le condizioni per decollare, ma il pilota e l’équipe medica sanno che è questione di vita o di morte e così decidono di mettere in gioco la loro, di vita. Scelta giusta numero 2: il coraggio.

L’aereo prova ad alzarsi, ma la tormenta lo sbatte a terra, costringendolo a piegarsi su un’ala. Tutti sani e salvi tranne il cuore, che l’urto ha reso inservibile. Nessuno recrimina, nessuno perde la testa. Viene lanciato un appello per un cuore nuovo. Scelta giusta numero 3: il carattere. La fortuna ha un debole per i forti: il cuore viene subito trovato e condotto a destinazione in tempo utile per salvare il paziente. Intanto ha smesso di nevicare e l’aereo azzoppato può decollare: dal cuore inservibile i medici riescono comunque a recuperare due valvole. Serviranno ad altri malati. Il gesto di un eroe dipende, in fondo, da un uomo solo. Mentre questa storia è meravigliosa perché allinea una serie ininterrotta di gesti giusti compiuti da un numero rilevante di persone. Che sia potuta succedere in Italia (fra Torino, Lecco e Forlì) è una di quelle notizie che fanno davvero bene al cuore.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 1 marzo 2011

Illuminazione semplificata

Per certe cose neanche Calderoli può bastare:
eccovi un segnalibro digitale.

giovedì 24 febbraio 2011

Niente paura

Basta volerla ascoltare

Esiste davvero. E’ una voce dentro di noi. Più forte dell’ignavia, della paura e persino del cinismo. Usa parole diverse, ma ripete sempre la stessa frase: fai la cosa giusta. L’ha ascoltata il signor Antonio, ex vigile vicentino che da quando è in pensione si piazza ogni giorno a gambe divaricate davanti alla scuola del suo paese per regolare lo sciame degli alunni in uscita. Una macchina-squalo non rallenta e punta un piccolo naufrago in mezzo alle strisce. Il signor Antonio non ha tempo di pensare, solo di sentire. Balza addosso al bambino e lo spinge via. Così però è lui a rimanere alla mercé dello squalo, il cui muso metallico lo catapulta verso il cielo. Il corpo del vigile in pensione ricade sull’asfalto venti metri più in là. Ecco uno di quei martiri laici che bisognerebbe onorare.

La voce del cuore parla a tutti, a tutte le latitudini, a tutte le età. Dal Veneto alla Calabria, in una scuola di Catanzaro dove la preside impugna il regolamento come un batacchio e vieta a uno studente disabile di partecipare alla gita di classe. Ordina addirittura ai suoi compagni di tacergli la data del viaggio. Ma uno di loro sente la voce pulsare dentro di sé e risponde alla preside: se lui non può andare in gita, allora non ci vado nemmeno io. Uno dopo l’altro, i compagni gli fanno eco: nemmeno io, nemmeno io, nemmeno io. E adesso andiamo pure a leggere gli articoli che parlano di sangue, miserie e intrighi. Ma quella voce esiste. Basta volerla ascoltare.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Niente bunga bunga

Salta il concerto di Apicella in programma il 10 marzo agli Arcimboldi di Milano per la prevendita flop: un (1!) solo biglietto venduto. Ecco, chiederei alla magistratura di aprire un fascicolo per indagare sull'identità del misterioso acquirente, perché contemporaneamente si parlava di un tutto esaurito ad Arcore.

martedì 22 febbraio 2011

Ah, dimenticavo

Siccome del maiale non si butta via nulla, anzi, ci tengo a precisare una volta per tutte che, a parte gli articoli e le vignette facilmente rintracciabili, molte ideuzze sono attinte da phonkmeister.com.

...Ma pericolosi

...Divertenti

sabato 19 febbraio 2011

Gli ignoranti (e forse è pure un complimento)

Viva l'Italia (ma sul serio)!!!

Sventurato il Paese che ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Si potrebbe dire sventurato anche il Paese che ha bisogno di comici: c’è voluto Roberto Benigni per risvegliare l’amore per l’Italia in un popolo che sembrava guardare alla propria patria senza emozione, senza stupore e quindi senza coglierne la bellezza. In tutto il mondo ammirano la nostra storia, la nostra cultura, la nostra arte, le nostre meraviglie naturali e anche tanti aspetti del nostro carattere. Per noi tutto questo scivola via come un qualcosa di acquisito e quindi di dovuto: ci soffermiamo sui nostri difetti (e quale popolo non ne ha?), ci diciamo che se c’è qualcosa che ci contraddistingue questa è la nostra cialtronaggine.

Il vecchio vizio dell’autodiffamazione dai film di Alberto Sordi (che con la sua satira confermava però il genio italiano) è diventato carne e sangue in tanta parte di popolo.
E soprattutto, ahimè, in tanta classe dirigente. Ma in quale Paese al mondo la politica si sarebbe divisa sull’opportunità o no di festeggiare un centocinquantesimo anniversario?
Il governo ha varato solo ieri il decreto che fa del 17 marzo una festa nazionale, dopo tante esitazioni da Sor Tentenna. E non è azzardato pensare che a dare la sveglia ci sono voluti Benigni e il festival di Sanremo. L’avete sentito Benigni quando, facendo l’esegesi della prima strofa - Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta - ha sottolineato il verbo destarsi? «Destiamoci, svegliamoci», ha quasi gridato. Difficile anche pensare che in Consiglio dei ministri non abbiano tenuto conto dei dati sugli ascolti: Benigni ha avuto un picco di 19 milioni 737 mila spettatori, e quando ha finito di cantare l’inno lo share era un mostruoso 65,6 per cento.
Ci sono voluti dunque Benigni e Sanremo per dare la sveglia, ma qualcuno s’è svegliato male. La Lega s’è opposta alla festa. Anzi, chiamiamo le cose con il loro nome: quella della Lega non è un’opposizione. Un’opposizione, così come ogni idea diversa, ha sempre diritto di cittadinanza, e si può dissentire anche su una festa nazionale. Ma chiamarla «follia», quindi dare del pazzo a chi vuole celebrare la nascita dell’Italia unita, non è un’idea diversa: è un qualcosa che si qualifica da sé e che qualifica anche chi lo esprime.

Se questo è il livello di chi ci governa, un livello purtroppo in linea con quello di tanti animatori del cosiddetto dibattito culturale, non stupisce che sia un comico a poter vestire legittimamente i panni del nuovo maestro nazionale. Negli anni Benigni ci ha raccontato l’orrore delle leggi razziali, la bellezza della nostra letteratura, perfino la profondità del senso religioso (ricordate come parlava della Madonna rileggendo Dante?), infine l’eroismo con cui i nostri fratelli del passato hanno dato la vita per un’Italia libera dal giogo straniero. E’ stato insieme maestro di storia e cantore delle passioni che di generazione in generazione hanno costituito ciò di cui oggi siamo fatti.

Ha riempito un vuoto, ed è totalmente fuori strada chi vuol fare di lui un interprete di parte. Benigni è un uomo di sinistra e non lo ha mai nascosto. Ma la sua lectio magistralis non ha nulla a che spartire con la desolante faziosità che ha contagiato da tempo politici e intellettuali sempre schierati a priori, mai disposti a riconoscere la realtà se la realtà non coincide con il proprio interesse. Benigni non è uomo che divide per chi lo guarda con occhi onesti. Giovedì sera, appena terminata la performance di Benigni, il ministro La Russa - che non è certo un uomo di sinistra - è andato a dar la mano al direttore artistico del festival, Gianmarco Mazzi: e in quel gesto, fatto in un silenzio che è parso solenne, è sembrato di vedere un sincero ringraziamento per quel che Sanremo aveva regalato agli italiani.

Benigni sa far ridere e sa far piangere, e chi sa far ridere e far piangere tocca le corde più profonde dell’umano. Un altro grande dello spettacolo, Mogol, non ha avuto torto ieri in conferenza stampa ad accostarlo a Chaplin, e a dire che l’altra sera Benigni ha risvegliato un sentimento di amor patrio che non era morto, ma solo sopito.

Accanto al viva l’Italia dell’altra sera sale dal cuore anche un viva Benigni, comico e maestro. E suscita speranza vedere anche comici più giovani come Luca e Paolo. A chi rimproverava loro di aver letto un brano di Gramsci, e quindi di un uomo di parte, Luca e Paolo hanno risposto che uno degli autori che hanno suggerito quel brano è di Comunione e Liberazione, non un comunista: a dimostrazione che per chi ragiona senza pregiudizi conta più la sostanza di un testo che la persona che l’ha scritto.

I comici volano più alto di chi dovrebbe guidarci per ruolo istituzionale. Ma forse questa, più che una sventura, è un’altra testimonianza di quanto siano infinite le risorse di un Paese che qualcuno non vorrebbe celebrare.

di Michele Brambilla; LA STAMPA

giovedì 17 febbraio 2011

La giustizia efficente (sì, senza la i)

Nella primavera del 2007, a Palermo, un alunno di scuola media aveva canzonato un compagno, dandogli simpaticamente del finocchio e facendolo simpaticamente piangere davanti a tutta la classe. La vecchia professoressa di lettere si era accanita contro il mattacchione e, anziché spedirlo ai provini di «Amici», lo aveva messo dietro il banco a scrivere cento volte sul quaderno «io sono un deficiente». Lui aveva scritto cento volte «deficente» senza la i, dimostrando così di avere le carte in regola per sfondare non solo in tv ma anche in Parlamento. Poi era corso a lamentarsi da papà, che di fronte all’affronto intollerabile inferto al ramo intellettuale della famiglia aveva denunciato la prof ai carabinieri, non prima di averle urlato in faccia: «Mio figlio sarà un deficiente, ma lei è una gran c...».

C’è voluto del tempo per ottenere giustizia, però ieri alla fine l’aguzzina è stata condannata: un anno di carcere con la condizionale per abuso di mezzi di disciplina, nonostante l’accusa avesse chiesto solo 14 giorni. Che vi serva da lezione, cari insegnanti. La prossima volta che un alunno umilierà un compagno di fronte a tutti, aggiungete al coro il vostro sghignazzo e non avrete nulla da temere. A patto che l’umiliato non si impicchi in bagno, come altre volte è accaduto, perché allora vi accuseranno di non aver saputo prevenire la tragedia. E il simpatico umorista di Palermo finalmente vendicato? Lo immaginiamo ormai cresciuto, tutto suo padre, intento a scrivere cento volte sul quaderno «io sono intelligiente» e stavolta senza dimenticare la i.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Lo statista

http://www.youtube.com/watch?v=XskrKldYisA

mercoledì 16 febbraio 2011

Ops

Ci avete fatto caso, quanti idioti passeggiano per le nostre strade: troppo lenti, sbadati, gli occhi incollati allo schermo del telefonino, la testa altrove mentre ascoltano musica dagli auricolari? Attenzione però: se evocare questi comportamenti vi riaccende ricordi esasperanti e collere represse, potreste essere affetti dalla Sindrome dell'Aggressività Pedonale. Per molti decenni gli psicologi americani hanno studiato un fenomeno analogo tra gli automobilisti. Essere chiusi nell'abitacolo in mezzo a un ingorgo, può trasformare in mostri persone altrimenti normali. La "road rage", letteralmente rabbia stradale, miete vittime ogni anno e ha fatto nascere i corsi di "anger management" o controllo della collera. Ora sta accadendo lo stesso tra i pedoni.

La "rabbia da marciapiede" dilaga. Un po' è colpa dei nuovi gadget elettronici che monopolizzano la nostra attenzione anche nei momenti più inadatti. Così come i guidatori distratti dal telefonino provocano stragi, anche i pedoni sono sempre più spesso coinvolti in incidenti perché guardano altrove. Ma gli esperti del Department of City Planning di New York hanno individuato anche altre cause. Nelle metropoli sempre più multietniche convivono dei "codici culturali di buona educazione" troppo diversi tra loro: il comportamento "civile" che io pretendo dagli altri pedoni non è necessariamente quello che loro si aspettano da me. Infine pesano fattori demografici o sanitari: aumentano gli anziani, e gli obesi. Tutte categorie che camminano più lentamente. Lo stesso ufficio della pianificazione urbana di New York ha misurato su un campione di 8.978 pedoni sui marciapiedi di Manhattan le diverse velocità di crociera. Si va da un massimo di 1,35 metri al secondo per chi sta raggiungendo il luogo di lavoro (con punte di 1,40 per chi lo fa ascoltando musica: sarà il ritmo che galvanizza) fino al minimo degli anziani la cui falcata in media vale 1,11 metri al secondo. I turisti sono penultimi per lentezza, a parità con i sovrappeso.

Velocità così disparate creano le premesse di un conflitto permanente: chi ha fretta deve dribblare chi passeggia a zonzo, e anticipare i comportamenti più erratici per evitare lo scontro. In una metropoli intasata di folle camminanti come Manhattan, è nato perfino un club di pedoni ultra-veloci raggruppati su Facebook sotto il titolo "Segretamente Vorrei Prendere a Pugni sulla Nuca Quelli che Camminano Piano". Ma c'è poco da ridere: l'insofferenza da marciapiede sta moltiplicando episodi che gli psichiatri chiamano "patologia dell'accesso di collera intermittente". La violenza è dietro l'angolo. O comunque si rischia di aggiungere stress allo stress, se il marciapiedi diventa un luogo dove si accumulano piccoli sgrabi, sorde ostilità, rancori verso l'altro.

Il serissimo Wall Street Journal lancia l'allarme con un'inchiesta dal titolo evocativo: "Togliti di mezzo, pezzo di m...". Cita lo psicologo Jerry Deffenbacher, docente alla Colorado State University, secondo il quale "è urgente capire i fattori scatenanti della rabbia, e aiutare a padroneggiarli". Un altro psicologo, Leon James dell'università delle Hawaii, ammette di essere diventato un esperto della materia in quanto "pentito". Abitando a Honolulu, una città perennemente invasa dai turisti, James subìva una tortura simile a quella dei veneziani che debbono dribblare la marea dei turisti per non arrivare in ritardo ad ogni appuntamento. "Percepivo i marciapiedi come una mia proprietà, avanzavo come un carrarmato e peggio per chi mi bloccava il passaggio", ricorda James. Dopo aver domato il male, oggi è lui ad avere definito i quindici sintomi della Sindrome dell'Aggressività Pedonale: un elenco di piccoli gesti ostili come tagliare la strada o strisciare senza chiedere scusa, che devono far suonare un campanello d'allarme. Curarsi è essenziale "perché la collera è causa d'ipertensione e malattie cardiache". Tanti piccoli trucchi possono aiutare: per esempio "allargare lo sguardo come un grandangolare, abbracciare l'orizzonte, per studiare in anticipo e con calma le strategie di sorpasso dei più lenti". Bei tempi lontani, quando in Giappone s'insegnava addirittura a scuola come inclinare nei giorni di pioggia l'ombrello per far cadere le gocce in senso opposto ai passanti, o il galateo dei nostri nonni comandava di cedere sempre alle signore la parte interna e più sicura del marciapiedi.

di Federico Rampini; la Repubblica

Aggiornamenti... nonostante tutto

martedì 15 febbraio 2011

Sì no però dipende

Sei favorevole a che un single possa adottare un bambino, come auspicato dalla Cassazione? Risponderò con la consueta chiarezza: sì no però dipende. Sono stato cresciuto da un genitore solo, maschio per giunta, ma a partire dai nove anni: prima avevo ancora la mamma ed è nel periodo dello svezzamento, asseriscono gli psicologi, che la presenza di entrambi ha un ruolo cruciale. Se fossi nato ieri, non mi farebbe impazzire l’idea di un genitore unico, che fra l’altro non vedrei quasi mai perché sarebbe costretto a lavorare dal mattino alla sera per mantenermi (come le coppie, peraltro, in virtù del poco part-time e dei bassi stipendi). Se però l’alternativa fossero l’orfanotrofio o la strada, sarei felicissimo di finire fra le braccia di un single, alleviando la mia e la sua solitudine.

È ovvio che il mio aspirante mono-genitore dovrebbe partire dal fondo della lista d’attesa, dentro la quale si macerano da tempo immemorabile tantissime coppie. E i filtri che subordinano la mia assegnazione alle sue cure dovrebbero essere più selettivi, ben sapendo che rimarrebbe comunque una percentuale di rischio, perché neppure un congresso di assistenti sociali potrà mai misurare con certezza la sua predisposizione ad amarmi. Come sempre in materia di diritti civili, non si tratta di stabilire un obbligo, ma di togliere un divieto. Non di concedere un privilegio, ma di offrire una possibilità. In un mondo dove la scienza, più rapida e classista della legge, consente già a un single che ne abbia i mezzi economici di fabbricarsi il suo pupo su misura.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

domenica 13 febbraio 2011

Impressioni

Partyamo il 17 marzo

REPVBBLICA ITALIANA

MINISTERO DELL’INTERNO

Roma, 11 febbraio 2011

Al profilo Facebook di tutti gli Illustrissimi Sig.ri Prefetti

Oggetto: megasuperparty X festeggiare l’unità nazionale!!!!!!!!!!!

Ciao tesori!!!

In relazione al megaparty X i festeggiamenti ke prima eravamo tanti paesi diversi e poi, grazie a Gary Baldi, siamo diventati 1 paese solo ttt unito, si rikorda ke la giornata del 17 marzo i pubblici uffici le skuole sono kiusi!!!!!!!!!

(MARCEGALLIA VACCI TU A LAVORARE!!! :D :D )

Si rakkomanda xtanto di verificare ke i bidelli kiudano bene le porte! ;) ))))

X ciò ke attiene alla festa, si rikorda ke:

1) La serata inizierà con 1 Eppy Auar (o ape) a base di moiti & kapirosche c/o (ke vuol dire presso) il BAR COLLO, P.iazza Venezia, Roma (da non konfondere con il BAR OMETRO, P.iazza Roma, Venezia) alle ore 18.00. Si rakkomanda la puntualità;

2) MUSIKA MUSIKA MUSIKA!!!!!!!!!!! è obbligatoria la presenza di una banda musikale ke esegua i seguenti brani (o canzoni): “Italia Italia”, di M. Reitano; “l’Italiano”, di T. Kotugno; “Waka Waka”, di Sciakira; “Notizia è l’anagramma de mio nome”, di Tizy Ferro.Vietato suonare cose noiose, no inno, no Mameli, sì schiuma party.

3) E’ ftto divieto di introdurre al party: mignotte; cani; cocaina (soprattutto cani). E’ inoltre vietato tokkarmi tramite pakke sulla spalla X iniettarmi le sostanze della morte e/o le droghe che ti fanno dire la verità anke se tu vuoi dire le bugie (lo diko xkè lo so ke QUELLA XSONA KE TUTTI SAPETE KI E’ mi droga quando nn me me accorgo).

4) Siete ttti invitati!!!!! Spero ke ki non viene krepi kon ttte le sue troie.

Allora ci vediamo stase!! Ciao!!!!!!1!

Il Ministro dell’Interno
Dott.ssa Sara Tommasi ♥♥♥

Da saurosandroni.com

giovedì 10 febbraio 2011

In piazza contro...

Anch’io domenica scenderò in piazza contro chi disprezza il corpo e l’anima delle donne. E cioè contro i vecchi bavosi che le riducono a gingilli. Contro gli arrivisti che le utilizzano come merce di corruzione presso i potenti. Contro le ragazze che si vendono, spacciando la loro bramosia di denaro e di fama per libertà. Contro i genitori disposti ad accettare l’idea umiliante che la carne della propria carne diventi strumento di carriera. Contro chi pensa che non esista una via di mezzo fra il burqa e il bunga bunga e invece esiste: chiamiamolo burqa bunga, oppure dignità. Contro i pubblicitari che da trent’anni riempiono di seni & sederi le tv e i muri delle nostre città per promuovere prodotti (telefoni, gioielli, giornali di sinistra) che nulla c’entrano con la biancheria intima. Contro le tante signore «impegnate» che hanno accettato questo insulto senza protestare. Contro gli autori televisivi che hanno ridotto il vestito delle ballerine a un filo interdentale, imponendo al Paese un’estetica trucida e volgare. Contro gli autori televisivi che hanno fatto la stessa cosa, ma sostenendo che si trattava di una forma sottile di ironia, mentre di sottile c’era solo la gonna. Contro chiunque considera il corpo delle donne un fatto pubblico, quando invece è un bene privato da esibire soltanto a chi si vuole, e nell’intimità. Contro i giornali e i siti «seri» affollati di culi & sederi. E contro coloro che se ne lamentano, ma intanto cliccano lì.

In fondo domenica scenderò in piazza un po’ anche contro me stesso.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

venerdì 4 febbraio 2011

Babbo Bossi

Sultani imparziali

Dopo attente riflessioni, la commissione incaricata di ridurre il numero dei consiglieri regionali siciliani da 90 a 70 ha deciso di soprassedere, «ben altri» essendo i problemi dell’isola. Non che abbia minimamente influito, ma per la completezza dell’informazione gioverà aggiungere che la commissione era composta dai consiglieri regionali medesimi. Il loro senso di responsabilità è al di sopra di ogni sospetto: di recente si sono ridotti lo stipendio del 10%. E’ vero, se ne sono aggiunti un altro 10%, alla voce «aggiornamenti culturali». Ma la cultura è importante. Come i viaggi di lavoro, del resto: 490 mila euro l’anno. E però non di sola cultura e di soli viaggi vive l’uomo. Così l’Assemblea regionale ha posto fine allo scandalo del ristorante interno, dove un pasto completo costava 11 euro. Il menu è stato raddoppiato (classico ed etnico), e il conto ridotto a 9. C’è poco da ridere: anche un risparmio di 2 euro può aiutare il bilancio familiare di persone che ne percepiscono appena 19.400 al mese, lordi.

Qualche lettore si starà domandando come mai i cittadini siciliani accettino questo scandalo finanziato dalle loro tasse (per inciso anche dalle nostre) senza ribellarsi. L’indole fatalista? Forse. Ma soprattutto il clientelismo: Palermo ha oltre ventimila dipendenti comunali. Per pagare i quali, a gennaio, il sindaco ha dovuto attingere ai fondi inviati da Roma per togliere la spazzatura dalle strade. Ventimila dipendenti, in effetti, sono un po’ troppi. Andrebbero ridotti, ma niente paura: se ne occuperà la prossima commissione.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

giovedì 3 febbraio 2011

Disperazione

Dal vivo

Aiuto! Aiuto! Nessuno andrà più nei musei!, potrebbe venir voglia di dire dopo aver sentito che Google metterà in rete più di mille immagini, tanto per cominciare, dei capolavori dell’arte esposti nei grandi musei del mondo ad altissima definizione.

Viene da pensare a quando fu possibile cominciare a vedere i film a casa con il videoregistratore. Nessuno andrà più al cinema si disse. Ma non fu così. Quindi la gente continuerà ad andare nei musei? Sicuramente sì. Lo dice anzi proprio in una sua dichiarazione Nelson Mattos, capo della divisione di ricerca di Google Art Project, i capolavori in rete. Mates dice: «La prima volta in un grande museo ci sono stato quando studiavo all’estero: ricordo ancora l’emozione di gironzolare per quelle sale».

Ecco, l’emozione di quel gironzolare, anche se il computer ci prova in tutti modi, non potrà mai essere sostituita dalla tecnologia. Così come le sensazioni di trovarsi in una sala buia in mezzo a tanta altra gente a condividere l’emozione del grande schermo cinematografico non sono mai state sostituite da nessun Vhs, dvd o film scaricato dal computer. Nessun sistema acustico super digitalizzato e perfetto potrà mai sostituire l’emozione di ascoltare un’opera a teatro.

Così come, senza voler fare troppo i colti, nessuno schermo al plasma, per quanto grande sia, potrà sostituire l’emozione di essere allo stadio a tifare per la propria squadra o sulle gradinate di Wimbledon durante la finale tra Federer e Nadal. La tecnologia è fantastica e sicuramente cambia il nostro modo di guardare la realtà, ma tuttavia non riesce a mutare il modo in cui ci emozioniamo nella realtà. Perché l’emozione è anche una questione di scala. Possiamo ammirare le più belle fotografie del Grand Canyon o del Cervino, ma quando siamo lì la maestosità del paesaggio produce un’emozione irripetibile. Possiamo osservare ogni cretto, ogni pennellata, ogni piccola linea di un famoso dipinto, ma esserci fisicamente davanti è un’altra cosa. Davanti alla grandissima bellissima tela di Paolo Veronese «La cena in casa Levi» all’Accademia di Venezia, l’emozione è ben diversa che vederla sullo schermo di un computer, anche se magari lì si possono vedere dettagli che ad occhio nudo ci sfuggono.

Vale la stessa cosa anche per opere piccole come le tele di Vermeer. In questo caso l’intimità dell’opera può essere goduta solo trovandosela davanti. I dettagli non sono di solito quello che gli artisti vogliono darci. L’artista, grande o piccolo che sia, vuole comunicarci nel modo più immediato possibile una sua emozione, un suo pensiero. E’ il romanzo nel suo insieme che ci appassiona, non le sue parole prese singolarmente, anche se poi un linguista potrà analizzarle una per una. Così per un quadro. Non è la singola pennellata, ma l’insieme delle sue pennellate che lo rendono forte, emozionante, bello o brutto a seconda dei gusti e delle intenzioni dell’autore.

Google potrà farci entrare sotto il colore di un quadro anche attraverso le più piccole crepe, come quel film dove i personaggi, rimpiccioliti, viaggiavano dentro il corpo umano. Ma come loro non potevano esplorare pensieri e idee della persona dentro la quale stavano viaggiando, così anche noi non potremo mai avere attraverso l’immagine digitale quell’esperienza unica che solo «gironzolando» fra le sale di un museo potremo avere, consentendoci d’imbatterci in capolavori che pensavamo di stra-conoscere attraverso le loro riproduzioni, ma che una volta che ce li troviamo davanti in carne e ossa, come un famoso attore che incontriamo al bar, capiamo essere qualcosa, se non di completamente diverso, sicuramente di molto più profondo e unico, o forse magari ne rimarremo delusi aspettandoci invece quel qualcosa di più che la tecnologia, forse con troppo zelo, aveva svelato e che invece, nella mente dell’artista, doveva rimanere nascosto.

di Francesco Bonami; LA STAMPA

lunedì 31 gennaio 2011

L'hanno spenta

Vivere senza la tivù? Forse si può. E magari si vive pure meglio. A Offemont, nell’Est della Francia, sono convinti che spegnere lo schermo accenda la vita. E infatti da tre anni il Comune invita i suoi amministrati a dimenticare il telecomando per una settimana. Dopo il Comune denuclearizzato, arriva il Comune detelevisionato. E non vale dire che, visti cinque minuti della tivù francese, si rimpiange perfino quella italiana: l’idea è buona, la scommessa intrigante, un esperimento sociologico con gli abitanti del villaggio a fare da cavie umane.

Eroici davvero: Offemont non è Parigi, dove le serate senza tivù passano benissimo. Si tratta di un piccolo Comune della Franca Contea, 3.463 abitanti all’ultimo censimento, un villaggio dormitorio vicino a Belfort, nei pressi della Svizzera e, si suppone, altrettanto noioso. In effetti le attrazioni locali si possono riassumere in una parola sola: nessuna. C’è la solita Mairie megalomane (dalla sede comunale di ogni paesello francese si potrebbero amministrare intere regioni), la chiesa e, poco lontano, il parco naturale dei Vosgi. Parigi dista 362 chilometri in linea d’aria e molti di più come atmosfera. Una volta rimirati per bene i Vosgi, l’impressione è che non ci sia molto da fare, specie nelle notti d’inverno che qui è rigido assai. Insomma, la tivù pare proprio indispensabile.

Invece gli amministratori locali, che sono poi delle amministratrici perché la sindachessa si chiama Françoise Bouvier e l’assessora antitivù Brigitte Chevillat, sono invece convinti che gli «Offemontois», così si chiamano gli amministrati, debbano pigiare lo stop sul telecomando, togliersi le pantofole e uscire: «Tutti gli inverni, la gente si chiude in casa - spiega Chevillat -. La soluzione più facile è mettersi davanti alla televisione. Volevamo stimolare le coscienze, provare che esiste un altro mondo».

Detto fatto. Chevillat & co. hanno esposto all’ingresso del borgo un grande cartello disegnato come un piccolo schermo dove si annunciava la settimana senza tivù dal 23 al 30 gennaio. Hanno organizzato al centro polivalente una serie di attività dove c’era un po’ di tutto, dalle lezioni di cucina delle Antille al torneo di ping-pong, dal corso di tecnica circense al tè danzante, dal mercatino alla lettura delle favole. E hanno retto all’assalto dei giornalisti incuriositi da questi alieni capaci di sopravvivere senza la loro dose quotidiana di raggi catodici, in un Paese dove nel 2010 ogni francese ha passato davanti alla tivù in media 3 ore e 32 minuti al giorno, 7 di più che nel 2009 e 19 più del 2000. A Offemont, la settimana «no video» si è conclusa sabato con una cena antillese (oddio, allora forse sono meglio il Grande fratello e simili, che imperversano anche da questa parte delle Alpi), quindi ieri è stato il giorno dei bilanci. Li ha tirati il Parisien. Risultato: la popolazione ha retto, anche se la resistenza c’è stata e ha trovato il suo epicentro nel locale bar Sport dove cinque-schermi-cinque sono rimasti accesi in permanenza sulle partite di ogni possibile sport e soprattutto sulle corse dei cavalli, che in Francia imperversano su ogni canale e giornale. Però, a parte le solite mamme che ammettono di parcheggiare il pupo a lobotomizzarsi davanti allo schermo, la maggioranza dice di aver tenuto e la minoranza che non c’è l’ha fatta confessa di aver acceso con i sensi di colpa, di nascosto o per impellenti ragioni, tipo Svezia-Francia di pallamano, un’altra incomprensibile passione gallica. Per finire con una nota commovente: le due famiglie che hanno scoperto solo durante la cena comunale di essere vicine di casa. Prima, ognuno per sé e la tivù per tutti.

di Alberto Mattioli; LA STAMPA

venerdì 28 gennaio 2011

Che ci sarà di male?

Onestà

Un lanciatore di baseball della squadra di Kansas City aveva ancora un anno di contratto da 12 milioni di dollari, ma vi ha rinunciato perché stava giocando male: gli sembrava di rubare lo stipendio e si è ritirato. Il baseball stimola pensieri evoluti dai tempi di Charlie Brown. Cionondimeno immagino che in queste ore stuoli di medici si affollino al capezzale di Gil Meche per capire in quale punto esatto della nuca lo abbia colpito la pallina. Sento la voce del cinico: è un campione miliardario, sai che sacrificio! Ma il punto non è la rinuncia (e comunque 12 milioni sono un discreto bottino anche per un nababbo). E' la motivazione.

Non vi sfuggiranno gli effetti che un esempio simile potrebbe avere sugli equilibri del pianeta, in caso di propagazione del contagio. Se tutti i manager scarsi rifiutassero la liquidazione con cui vengono accompagnati alla porta dalle aziende che hanno impoverito con le loro scelte sciagurate. Se gli assunti demotivati, raccomandati e sopravvalutati (tre caratteristiche talora riscontrabili nella stessa persona) presentassero le dimissioni con queste parole: «Troverei giusto che la mia retribuzione andasse a quel precario che sgobba il triplo di me». Se insomma ogni uomo, in ogni circostanza della vita, si guardasse allo specchio con obiettività e ne traesse le conseguenze naturali, anziché sentirsi sempre un fenomeno incompreso e la vittima di qualche complotto, è evidente che il mondo cesserebbe di essere la simpatica schifezza che è. E, finalmente perfetto, si dissolverebbe nello spazio esibendo il cartello: missione compiuta.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

giovedì 13 gennaio 2011

Così va l'informazione

Et voilà

ROCK

Le riviste musicali di mezzo mondo annunciano la morte del rock. Dopo il romanzo e il cinema sarebbe deceduto anche lui per consunzione: fra le cento canzoni più vendute nella madrepatria Inghilterra, soltanto tre ospitano ancora chitarre arroventate e rollii di batteria. Per fortuna il rock, come il romanzo e il cinema, è già morto e risorto parecchie volte, e poiché di solito dà il meglio di sé quando i giovani sono arrabbiati con gli adulti, c’è da scommettere che produrrà presto nuovi capolavori.

Quando noi diciamo che qualcosa muore, in realtà sta solo cambiando il nostro modo di percepirlo. Il tempo. Che nel precedente evo tecnologico, quello dei telefoni a gettone e del duplex in casa, era composto di strisce lunghe e ininterrotte, durante le quali potevi assaporare senza distrazioni l’assolo dell’organista dei Pink Floyd in «Ummagumma» (12 minuti) o Maigret alla tv che ispezionava il luogo del delitto in una scena che non durava mai meno di un quarto d’ora. Telefonino e computer hanno frantumato le strisce del tempo: oggi sappiamo godere di più cose insieme, ma di nessuna troppo a lungo. Tutto ci distrae e subito dopo ci annoia. Una musica o una storia, per attirarci, devono essere brevi. Ma ciò che poi ce le fa dimenticare in fretta non è la brevità. È la mancanza di passione. Il rock è nato breve e passionale e quindi saprà rimodellarsi all’era moderna. Non date troppo ascolto ai becchini: il rock non morirà mai. Non fino a quando il piede di un sognatore batterà a ritmo con il suo cuore.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 11 gennaio 2011

Indubbiamente in dubbio

L'universale

Il nuovo partito dell’eterno Berlusconi potrebbe chiamarsi come una canzone di Mino Reitano: Italia. Bocciata «Magic Italy», che in effetti sembrava l’insegna di un motel, il sublime venditore di pacchi elettorali accarezza un’idea mai osata prima da nessun condottiero, neanche da Napoleone e Alessandro Magno nelle notti di pesantezza di stomaco: appropriarsi del logo della nazione. Una mossa geniale, secondo gli esperti di marketing. Una conseguenza logica, secondo lui, che di quel marchio - Italia - già possiede svariati beni immobili e non poche persone.

Come si chiameranno i suoi adepti? Italiani, e che gli altri si arrangino. Per i leghisti del Nord e i neoborbonici del Sud cambiare nome non sarebbe un problema, semmai un onore. Restano le minoranze: quelli che votano a sinistra nonostante la sinistra, quelli che votano Terzo Polo anche se non hanno ancora capito cos’è e quelli che non votano affatto, eppure sono nati in Italia esattamente come Cicchitto e Gasparri. In che modo ribattezzarli, nel momento in cui un partito, cioè una parte, assume su di sé la rappresentanza del tutto? Berlusconi una mezza proposta ce l’avrebbe: anti-italiani.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

On the highway

Gli Stati Uniti sono una terra di grandi distanze. Migliaia di chilometri di strade che attraversano deserti, pianure, canyon e montagne. Di solito per comodità e risparmio di tempo si percorrono in aereo. Ma c'è anche chi ama scoprire i territori, e si mette al volante, magari per il mitico coast su coast sulla Route 66. Ma i tempi sono lunghi, infiniti, anche grazie (o per colpa) dei limiti di velocità irrisori, almeno dal punto di vista italiano.

Che fare durante tutto il tempo trascorso incollati al sedile? Gli americani hanno pensato anche a questo dettaglio. Per intrattenere gli irriducibili della quattro ruote si sono inventati degli spot ad hoc: attrazioni on the road che rendono interessante e insolita la sosta. Ecco quindi dieci tra le migliori Roadside Attractions, alcune già inserite nella classifica stilata dalla Lonely Planet , altre scelte tra quelle segnalate dagli stessi automobilisti su siti come Waymarking

1 La città al centro del Mondo. Felicity in California merita di sicuro una sosta. Nella cittadina situata nel Deserto di Sonora, vicino al confine con l'Arizona e la California del Sud, c'è una piramide in stile egizio, una scala che ricorda la torre di Babele, una statua che raffigura il braccio di Dio teso verso l'Uomo (quello dell'affresco di Michelangelo della Cappella Sistina) e un disco di metallo con inciso "Centro ufficiale del Mondo". La sua storia? Niente di più semplice. Jacques-Andre Istel si è fatto riconoscere il diritto di definire "Centro del Mondo" un punto preciso nella sua proprietà (cosa peraltro confermata anche dal Institut Geographique National of France) e attorno ci ha costruito una cittadina: Felicity, dal nome della moglie Felicia Lee.

2 Taglialegna giganti e buoi blu. Un taglialegna gigante e il suo bue altrettanto enorme e blu. A noi dirà ben poco (a meno che non abbiate visto la puntata dei Simpson in cui Homer si trasforma in un colosso in camicia a quadri e ascia) ma negli Stati Uniti la storia di "Paul Bunyan e Babe the Blue Ox" è molto famosa. A seconda delle versioni della leggenda al Re dei Taglialegna sarebbe attribuita la creazione del Grand Canyon e dei Grandi Laghi tra Stati Uniti e Canada (un abbeveratoio adatto alla mole di Babe). Quasi la metà degli stati americani ha una sua statua per raffigurare il leggendario Paul, qui vi proponiamo le raffigurazioni giganti di Paul e Babe nella cittadina di Bemidji nel Minnesota. Costruite nel 1937 per aprire l'annuale parata di Carnevale sono rimaste ad attrarre gli automobilisti di passaggio fino ad oggi. Il taglialegna è alto 5 metri e mezzo, mentre il suo fido compagno è lungo 7 metri (dal naso alla coda)

3 Il ranch delle Cadillac. Quest'attrazione si trova sulla mitica Route 66. E proprio per onorare gli automobilisti di passaggio un eccentrico milionario di Amarillo (Texas) nel 1974 ha deciso di "piantare" a fari in giù 10 Cadillac, creando così una singolare attrazione: il Cadillac Ranch, appunto. Adesso i visitatori lasciano un segno della loro sosta firmando le auto o dipingendole con la vernice.

4 Palla di spago da guinness. Perché fermarsi a Darwin, una cittadina del Minnesota a quasi 100 chilometri da Minneapolis? Forse averla come meta di viaggio è un po' eccessivo, ma se vi trovate sulla US 12, l'autostrada del nord che collega Detroit con l'Oceano Pacifico, potrete concedervi una sosta per ammirare la più grande palla di spago del mondo costruita da una sola persona. Vista la grande concorrenza internazionale, è possibile che quella di Darwin non sia più la più grande, ma di sicuro è stata la prima, quindi vale la pena onorarla.

5 Teste presidenziali. Nel centro di Houston (Texas) precisamente in Summer Street c'è una sorta di Monte Rushmore, più piccolo ma più popolato. Nel parcheggio dello studio di David Adicker, un artista e scultore, è possibile ammirare i busti giganti dei presidenti degli Stati Uniti realizzati per essere esposti nei musei. L'area è aperta seguendo gli orari lavorativi dello studio, ma anche se i cancelli sono chiusi alcuni "testoni" di Bush e compagni sono visibili dalla strada

6 Il castello di corallo. Quando si è innamorati si dice di essere disposti a tutto pur di conquistare o far felice la persona amata. In questo caso non parliamo di centinaia di rose rosse o gigantesche scatole di cioccolatini, a Homestead in Florida (50 chilometri da Miami) siamo piuttosto di fronte ad un gesto in stile Taj Mahal. Come l'imperatore Shah Jahan fece costruire nel Seicento un palazzo-mausoleo in memoria della consorte, Ed Leedskalnin un immigrato lettone ha costruito un Castello di Corallo per il suo perduto amore. Da notare il verbo "ha costruito", perché in questo caso è stato proprio l'amante a scolpire pezzo dopo pezzo i due milioni di tonnellate di pietra corallina necessaria per realizzare il suo luogo incantano.

7 Lucy l'elefante. Nel 1881 a Margate (New Jersey), pochi chilometri a sud di Atlantic City, per attirare i potenziali acquirenti di terreni nella zona, è stato costruito uno strano collettore: un enorme e grigio pachiderma di legno alto quasi venti metri, noto come Lucy the Margate Elephant. Da allora è stato riconvertito in hotel, casa privata e in ristorante, ma adesso per evitare che si danneggi (è stato inserito nel Registro Nazionale dei luoghi storici), è diventato un luogo di visite guidate.

8 Museo degli Ufo. Secondo Fox Mulder "la verità è la fuori", invece a leggere lo slogan del Museo Internazionale degli Ufo di Roswell nel New Mexico, "la verità è qui". Questa cittadina è divenuta famosa nel 1947 dopo un misterioso schianto a cui l'esercito degli Stati Uniti ha riservato una particolare attenzione. La suggestione ha fatto il resto, trasformando l'incidente in un atterraggio alieno. E il museo contiene la cronostoria dell'evento, foto di avvistamenti e altre prove a supporto della tesi. Se vi capita di passare da quelle parti la prima settimana di luglio non perdetevi il Roswell Ufo Festival e ... ricordatevi il costume da vulcaniano.

9 Il giardino dell'Eden di pietra. Adamo ed Eva vi accolgono sorridenti sul cancello del Giardino dell'Eden, che per la cronaca non si trova in Mesopotamia ma a Lucas in Kansas. Questo insolito parco è l'opera di Samuel Dinsmoor, un insegnante in pensione che nel 1907 cominciò a installare enormi sculture in cemento e pietra calcarea seguendo la sua personalissima filosofia. Il giardino in questione è visibile dalla strada, ma se avete tempo potete entrare pagando un biglietto e vedere, oltre alle 150 statue che raccontano la storia del mondo a partire dalla sua creazione, le spoglie di Samuel in una bara con il coperchio di vetro.

10 AAA Bagagli smarriti cercasi. Nel centro di Scottsboro, una cittadina nel nord dell'Alabama non distante dal confine con la Georgia e il Tennessee, sulla Highway 279, si trova un centro commerciale molto particolare. Gli articoli in vendita non provengono infatti da una fabbrica, ma dagli aeroporti nazionali. L'Unclaimed Baggage Center è il luogo dove finisco tutti I bagagli perduti: se entro 90 giorni non vengono reclamati, le maggiori compagnie aeree del paese li spediscono proprio qui. Un luogo da sogno dove poter acquistare a prezzi vantaggiosi computer portatili, lettori mp3, fotocamere, maglioni e borse firmate.

di Lara Gusatto; la Repubblica

venerdì 24 dicembre 2010

(Im)parzialmente parlando

Se abbiamo capito bene: il capogruppo della Lega alla Camera chiede un dibattito sulla imparzialità del presidente della Camera che, ad avviso dei leghisti, non è più imparziale. Il presidente della Camera risponde che è inammissibile un dibattito sulla sua imparzialità proprio perché, ritenendosi egli un arbitro imparziale, non accetta che si possa discutere della sua imparzialità, unico tema sul quale non è sicuro di garantire la necessaria imparzialità. Quindi è sempre imparziale tranne se si discute della sua imparzialità. Invece, se si discute della sua imparzialità, allora rischia davvero di non essere imparziale. Almeno parzialmente.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Abbasso Wikileaks

Musica, maestro!

Senza titolo

Un artigiano veneto di quarant’anni, oppresso dai debiti, irrompe in una tabaccheria di Forte Marghera agitando la pistola. «Dammi i soldi!», intima al proprietario. Ma prima che l’altro possa aprire la cassa, il rapinatore scuote la testa: «Cosa sto facendo?». Esce dal negozio, monta in bicicletta e va a costituirsi al commissariato. Dove giustamente lo arrestano, perché così prevede la legge. Io, stupidamente, lo avrei un po’ abbracciato. È che è raro trovare dei galantuomini, ma ancor più raro è trovare degli uomini: gente disposta a non prendere le distanze dai propri errori, persino quando, come in questo caso, sono stati soltanto abbozzati.

Più o meno alla stessa ora, in una scuola di Torino va in scena il classico spettacolo di Natale alla presenza delle famiglie. Ogni bambino sale sul palco ed esprime un desiderio per l’anno nuovo. Il primo dice: «Vorrei essere più bravo coi nonni». Il secondo: «Vorrei un certo videogioco». Il terzo: «Vorrei ci fosse ancora il lavoro per mamma e papà».

Nella sala scende il gelo, la realtà è una pasta abrasiva e certe cose non si confessano neanche in tv. Un amico presente alla scena commenta: è un mondo al contrario, quello in cui sono i figli a desiderare un posto per i genitori, ma forse l’unica speranza che resta, a questo mondo, è proprio un bambino che al futuro non chiede un giocattolo ma un lavoro per mamma e papà.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 21 dicembre 2010

Il mestolo di Natale

Come biglietto di auguri natalizi, una lettrice ha spedito agli amici questa storiella edificante. Un sant’uomo chiede a Dio di poter visitare l’inferno e il paradiso, possibilmente nell’ordine (preferisce il lieto fine). Dio lo conduce davanti a due porte chiuse e spalanca la prima. Al centro della stanza spicca una tavola rotonda e al centro della tavola un pentolone da cui emana un profumo delizioso. Ma le persone sedute intorno alla tavola sono ridotte a scheletri. Ciascuna di esse ha un mestolo attaccato al braccio, lo tuffa nel recipiente per raccogliere il cibo e però poi non riesce a portarlo alla bocca perché il manico del mestolo è più lungo del braccio. Che supplizio atroce, pensa il sant’uomo, compatendo gli affamati. «Hai appena visto l’inferno», dice Dio e spalanca la seconda porta, quella del paradiso. C’è una tavola rotonda al centro della stanza anche lì. Al centro della tavola un pentolone da cui emana lo stesso profumo. E le persone sedute intorno alla tavola hanno un mestolo attaccato al braccio che nessuna di esse riuscirà mai ad avvicinare alla bocca. Eppure sono ben pasciute. «Non capisco», sbotta il sant’uomo. «È semplice» - risponde Dio -. «All’inferno gli uomini muoiono di fame perché non pensano che a se stessi. In paradiso, invece, stanno tutti in salute perché ognuno mangia dal mestolo degli altri».

Questo apologo mi ha talmente toccato il cuore che avrei voglia di dare una mestolata a Gasparri.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

domenica 19 dicembre 2010

Perché prevenire è meglio che curare

L'Onorevole Maurizio Gasparri invoca gli "arresti preventivi", ovviamente tra le file dell'estrema sinitra.
La Polizia quindi si vede costretta ad assoldare indovini e cartomanti. Viene solo da chiedersi come mai Gasparri non sia stato "preventivamente" rinchiuso in un manicomio, magari insieme a Hitler.

Goodbye Captain

Donald Van Vliet, alias Captain Beefheart, è morto ieri in California. Van Vliet era malato da tempo di sclerosi multipla. Con lui scompare uno dei grandi visionari del rock degli anni Sessanta e Settanta, compagno di strada di Frank Zappa, artista creativo e inimitabile, figura di riferimento per molti musicisti dei decenni successivi.

Per molto tempo Captain Beefheart è stato quasi un alter ego di Zappa, incarnando il lato più oscuro, istintivo e iconoclasta della controcultura freak. La sua stessa vicenda artistica e personale è strettamente legata negli anni Sessanta a quella del "genio" di Baltimora. Anch'egli cresce ai limiti del deserto di Mojave, manifestando sin dalla più giovane età una spiccata vocazione artistica, non solo musicale ma anche come pittore e scultore. Giovanissimo si trasferisce a Cucamonga dove Zappa aveva appena approntato il suo studio di registrazione e i due vengono così in contatto. Suonano insieme negli anni della gavetta, ma poi si separano per divergenze soprattutto caratteriali.

Van Vliet forma quindi la Magic Band e fa suo il vezzo dadaista di attribuire a ogni membro del gruppo un personaggio, un'identità, con un nome a esso collegato. Il leader è, così, Captain Beefheart, il chitarrista Jeff Cotton si trasforma in Antennae Jimmy Seemens e il batterista John French diventa Drumbo. La magic Band esegue un rhythm'n'blues musicalmente sporco e scalcinato su cui svetta la voce graffiante, allucinata e inquietante di Captain Beefheart, dotato di una estensione vocale di ben sette ottave e mezza. E' però il momento del beat di importazione britannica e il gruppo non riesce a trovare un discografico disposto a puntare su un sound talmente istintivo e viscerale da vedere nel torrido e malato blues del Delta di inizio secolo il proprio, più credibile, progenitore.

La Magic Band registra quell'anno due dischi che vedranno la luce solo alcuni anni dopo. Mirror Man, pubblicato nel '71, è registrato dal vivo e contiene quattro brani che vanno ben oltre il formato dei tre minuti richiesto dalle radio nel '65. Quattro lunghe allucinazioni sonore dove si mescolano in modo sporco ma affascinante blues, rhythm'n'blues, improvvisazioni free jazz, mentre la voce del leader, attraverso una continua emissione di urla, grugniti e rantoli, enuncia testi idioti. Si tratta di musica destinata all'emarginazione, così come resta ai margini, per scelta, la cultura freak e il suo rifiuto bohemien della civiltà dei consumi. Captain Beefheart non è dotato della consapevolezza intellettuale di Zappa, ma Mirror Man è sicuramente un affresco impressionista da brividi di ciò che era il messaggio freak.

Safe as Milk, che vede la luce nel '67, è il primo disco di studio della Magic Band e presenta connotati piuttosto diversi. I brani sono dodici e la loro durata viene riportata ai canonici tre minuti. Se il lavoro di studio lima certe vette di pura libertà espressiva e sperimentale di Mirror Man, la base è sempre quel blues scorticante caratterizzato da steel guitar sgangherate ma efficacissime, una batteria libera da vincoli e la solita voce "posseduta". Captain Beefheart carica ogni brano di un corredo di gag e umorismo parodistico che lo accomuna a Zappa.

Ma se Zappa è diventato nel frattempo una star, Captain Beefheart e il suo seguito di psicopatici vivono nel più completo isolamento artistico, sabotati persino dai loro discografici, i quali manipolano i master della band per coprire gli effetti più sconci e orripilanti. Ed è proprio Zappa che decide di offrire al vecchio compagno di strada l'occasione per incidere un disco nella più totale libertà artistica, senza limiti di tempo e di budget. Beefheart amplia così la band, inserisce una sezione di fiati e si cimenta egli stesso al clarinetto basso. Ne scaturisce nel '69 Trout Mask Replica, vera e propria antologia del caos. Doppio album, ventotto brani di breve durata nei quali si scatenano tutte le componenti caratteristiche dei dischi precedenti. Dal punto di vista strettamente musicale si tratta di anarchia pura, improvvisazioni disordinate e devastanti cui fanno da contraltare dei blues privi di accompagnamento in cui Beefheart dà tutto se stesso, sfoggiando il suo allucinante repertorio di urla e versi bestiali. Sono presenti tra un brano e l'altro i caratteristici siparietti chiacchierati, cui partecipa lo stesso Zappa, ma in Trout Mask Replica l'umorismo viene soppiantato da un delirio al limite della psicosi. E' la chiara, definitiva, forse disperata manifestazione di odio verso la inquadrata, ordinata, gerarchizzata società del benessere industriale che ha reso prigionieri anche i giovani.

La vicenda di Captain Beefheart continuerà sino alla metà degli anni Ottanta, tra improvvisi ammorbidimenti, legati al tentativo di diventare una star anche in termini di vendite, e susseguenti rigurgiti della sua potenza devastatrice. Quindi il ritiro dalle scene e la rinascita come pittore. La sua figura resta comunque fissata nella storia della Los Angeles dei freak come il complemento, in termini di follia, dell'opera di Frank Zappa, e come romantico e straordinario esempio di come si potesse coniugare in maniera assolutamente originale arte, libertà e rock.

di Ernesto Assante; la Repubblica

Chi ci capisce è bravo

Le cose che non capisco. Non capisco come Paolo Bonolis, quello di «Ciao Darwin» e di «Chi ha incastrato Peter Pan?», possa andare in un'università a dire che certa tv ha contribuito a corrompere il nostro Paese. Lui dov'era? Ma, ancora di più, non capisco come il pubblico degli studenti - un incontro promosso da Sinistra universitaria alla Statale di Milano - scenda in piazza a protestare contro la Gelmini e, intanto, si beva gli alibi di Bonolis.

Non capisco come il nostro Paese possa avere un futuro, dopo aver assistito alle performance radiofoniche dell'onorevole Domenico Scilipoti («Un giorno da pecora») e a quelle televisive del ministro Ignazio La Russa e dell'onorevole Antonio Di Pietro («Annozero»). Uno dice: ma è spettacolo! Sì, ma poi basta un po' di neve per spezzare la penisola in due. È spettacolo anche quello.

Non capisco come Gad Lerner, dopo averci propinato noiosissime trasmissioni sul corpo delle donne e contro il velinismo di «Striscia», possa prendersela con Caterina Soffici (una brava giornalista culturale) per aver scritto: «Sono entrata in un negozio perché avevo bisogno di una chiavetta. Dietro al commesso ho visto Belén sdraiata che mi ammiccava e ho deciso di uscire e comprare la chiavetta dalla concorrenza».

Non capisco come Gerry Scotti, dopo aver accettato (immagino non per beneficenza) di condurre tre o quattro programmi, di dirigere una radio, di fare il testimonial per più ditte, possa lamentarsi di essere sfruttato da Mediaset. Ha persino confessato di essere ricorso alle vie legali per mettere un freno a questa sovraesposizione. Naturalmente la confessione è avvenuta durante la presentazione alla stampa di un suo nuovo programma, «Paperissima».

Non capisco come Benedetta Parodi («Cotto e mangiato») possa aver scritto un libro. Non mi sorprende però che sia il primo nelle classifiche dei libri più venduti. Di cosa ci lamentiamo, in Italia?

di Aldo Grasso; CORRIERE DELLA SERA

sabato 18 dicembre 2010

Non è un regalo ma una conquista

Finirà questa discesa nel vuoto, questa disgregazione del paese Italia, civile e fisica? In quest'autunno di pioggia senza fine gli italiani guardano in televisione il loro "bel paese ch'Appennin parte, e 'l mar circonda et l'Alpe" disfarsi in frane e smottamenti, lo "sfascio pendulo" che si consuma, che vien giù con le sue case e le sue chiese millenarie, i superstiti che indicano ai cronisti la linea bianca della frana e raccontano storie di parenti, di amici scomparsi sotto il fiume di fango.
Finirà questo imbarbarimento della politica ridotta ai giochi e alla volgarità di un sultano che l'ha sostituita, coperta con la sua ossessiva fame di potere, di ricchezza e di protagonismo?
Finirà, finirà anche questa volta: chi ha conosciuto la caduta del fascismo e il ritorno alla democrazia e gli anni dei miracoli economici e politici sa che finirà, che si troveranno sempre i mille di Garibaldi o della guerra partigiana, le minoranze capaci di riunire il Paese o di combattere gli invasori, capaci di rovesciare gli opportunismi millenari, di chiedere al signore della storia di dargli tempo, dopo l'8 settembre del '43, di pagare il ritorno alla libertà, non di averlo in regalo.

Una cosa va detta: nessuno, neanche il più pessimista, pensava che saremmo finiti così in basso, che il sultano brianzolo sarebbe arrivato al pubblico dileggio della democrazia, all'esortazione a "non leggere giornali", a garantire i segreti dei potenti. C'è chi ha detto del sultano: la sua eccellenza politica consiste in questo: ha fatto degli italiani suoi complici, che riconoscono nei suoi difetti i loro difetti, la loro furbizia, il loro gallismo, i loro piaceri plebei, la loro voglia di harem, il loro squadrismo. L'ha fatto perché è fatto così o per calcolo sottile, perché conosce se stesso e il suo prossimo, perché sa che il male è più divertente del bene. Di certo le ultime sortite contro l'informazione, contro la giustizia, contro lo Stato, contro la democrazia erano mirate all'eterno qualunquismo italico, e così l'esibizionismo dei suoi piaceri volgari a misura piccolo borghese, le feste che piacciono al generone, coca e puttane, ville nei Caraibi, in Sardegna e sul lago Maggiore. E su tutto l'attivismo incessante, il "faso tuto mi", anche l'amor del prossimo, la protezione delle minorenni ladruncole.
Finirà, anche stavolta finirà.

Non lo dico per una vana patriottica speranza, ma perché so che può accadere, che è già accaduto, nel settembre del '43 quando i mille che diedero il via alla guerra partigiana salirono in montagna. Il pensiero affliggente e paradossale di quella minoranza era: non sarà troppo tardi? Gli alleati angloamericani padroni del mare e del cielo non sbarcheranno in Liguria come sono sbarcati in Sicilia? Quanti giorni ci rimarranno per meritarci sul campo il ritorno alla democrazia e alla libertà? Sì, a dirlo può sembrare retorico, ma la guerra che continuava, la lenta risalita dei liberatori dalla Sicilia alla Pianura padana furono per la Resistenza un sollievo: inspiegabilmente la strategia dei vincitori ci concedeva il tempo per il nostro esame di riparazione, avremmo avuto il tempo di formare un esercito di popolo, il Corpo volontari della libertà come fu chiamato.
Anche allora gli attendisti, i prudenti, quelli di buon senso pensavano che fosse meglio aspettare che la tempesta passasse da sola, "chinati giunco che il maltempo se ne andrà". Ma avevano ragione i mille, la libertà la si conquista, non la si riceve in regalo.

di Giorgio Bocca; L'ESPRESSO

Simpatia

Non c'è nemmeno un Andy Warhol alla vaccinara, una versione provinciale dell'arte-provocazione, dello scandalo creativo. C'è soltanto l'insipienza estetica del sindaco di Roma coniugata con la furbizia imprenditoriale di un allegro neocostruttore d'auto. Il risultato è l'esibizione - gratis - dentro l'Ara Pacis, di due modelli di una stessa utilitaria.

Il lancio commerciale della Dany, una piccola automobile che, per quello che si vede, somiglia a tutte le altre utilitarie del mondo. Ma se è vero che questa automobile stona dentro il museo, non stona certo come accadde ai baffi sul viso della Gioconda, senso forte dei tempi moderni, né ha la forza dei monumenti impacchettati dal bulgaro Christo, non è l'ossimoro visivo, non è la contaminazione dei generi, ma è solo una delle mille volgarità - piccola questa volta, anche se significativa - commesse di questi tempi contro la cultura italiana.

Gli avessero almeno chiesto dei soldi a Stefano Maccagnani, che adesso non sa spiegare perché hanno concesso a lui quello che hanno negato a tanti altri, Maserati compresa: "È vero, mi hanno fatto un favore, forse per premiare un prodotto tutto italiano, che sarà costruito interamente a Roma". E se invece Maccagnani, che prima produceva materiale militare per la Difesa e aveva fatto parte della cordata messa assieme da Berlusconi per salvare Alitalia e, nel giorno della fiducia, ha pure scritto un'appassionata lettera al presidente del consiglio, se invece Maccagnani dicevamo, fosse solo un raccomandato, come tutti quelli che sono stati assunti nelle municipalizzate romane? "No. Al massimo sono più simpatico degli altri".

Certo, se gli avessero imposto almeno un ticket per l'uso privato del museo, ora staremmo a discutere se è giusto o sbagliato affittare i monumenti a fini commerciali, se è lecito noleggiare il Pantheon per una "convention", far sfilare l'alta moda all'Altare della Patria, promuovere un profumo davanti alla Primavera del Botticelli, vendere lingerie alle mademoiselles d'Avignon. I monumenti non sono certo sacri, e restituirli alla vita guadagnando qualche soldo forse potrebbe non essere male.

E invece la gratuita esposizione pubblicitaria della versione elettrica e della versione a benzina di questa Dany è stata voluta dal Comune "per amore della cultura". E si capisce subito che quest'auto dentro l'Ara Pacis fa il verso a invenzioni, slogan, immagini della grande arte, alle peripezie dei pennelli di Boccioni, di Picasso e di Magritte. Ma è un orecchiare appunto. Perché qui non c'è neppure la raffinatezza maliziosa della pubblicità, della cartellonistica e degli spot che chiedono solidarietà, ammiccano, seducono e sempre impongono un rapporto di grande complicità. C'è soltanto un'auto dove non dovrebbe stare col risultato di imbruttire sia l'auto sia il museo. E si ritrova come costante la cecità o, se preferite, l'insensibilità estetica di una generale amministrazione dei beni culturali ed artistici alla quale non importa nulla né di Pompei né dell'Ara Pacis.

È vero che l'Altare alla pace romana ha già subito ogni genere di insulto, da quel gabinetto che fu abbandonato all'ingresso del museo nel 2009 sino al disprezzo del sindaco Alemanno il quale appena eletto dichiarò di voler distruggere la teca di Richard Meier. "Ho scelto l'Ara Pacis perché e un luogo ameno" mi dice invece Maccagnani che forse non sa cosa significa "ameno", ma ha l'aria furba di chi pensa di passare alla cassa sfregiando un capolavoro o montando il destriero del Gattamelata.

Di sicuro questa autopromozione è stata approvata della sovra-intendenza di Roma e benedetta del sotto-segretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta: "Mi ha fatto l'onore di venire". Ed è forse tutto qui l'evento: un "sotto" che si crede "sopra", un favore promozionale spacciato per sapienza estetica, roba da chiamare la polizia del buon gusto, se esistesse.

Considerando che nella Roma di Alemanno i raccomandati "simpatici" sono battaglioni è possibile che questo nuovo buon gusto prenda piede nei luoghi e nei simboli d'arte e si faccia moda, con la complicità appunto tra il sotto e il sopra, tra la sotto-Italia e la sovra-Italia, tra il sotto-segretario e la sovra-intendenza.

di Francesco Merlo; la Repubblica

Opposizione

L’astutissima intervista in cui Bersani liquida le primarie e annuncia di volersi alleare con Fini e Casini anziché far fronte comune con Vendola e Di Pietro ha finalmente ricompattato il popolo dei democratici. Lo si evince da una passeggiata nel sito del Pd.

«Sono un ex iscritto e tra poco sarò un ex elettore» (Francesco). «Ma Fini è di destra! Come è possibile anche solo pensare a un’alleanza con lui?» (Michele). «Stasera restituisco la tessera» (Francesca). «Così non andiamo da nessuna parte, anzi sì: al suicidio» (Chiara). «Mi domando cosa avete nel cervello. Ma davvero le partorite voi queste cavolate? Andatevi a nascondere e non fatevi più rivedere!» (Gianni). «Cacchio, ma si può?» (Gian Piero). «Se succede, lascio il partito in un secondo» (Gianluca). «Bersani fa bene, sono d’accordo con lui» (Fassina, ma forse è la sorella dell’ex segretario). «Cioè, fatemi capire: dovrei scegliere alle prossime elezioni fra Fini e Berlusconi?» (Alessandro). «Dopo la fatica che abbiamo fatto a liberarci di Binetti e Rutelli, paffete che ci ritroviamo a subire i loro veti!» (Monica). «State ancora una volta riuscendo a rivitalizzare Berlusconi. Sono allibito» (Stefano). «Ero un ventenne che aveva trovato una piccola speranza. Ora lei me l’ha spenta di nuovo. Grazie, segretario» (Riccardo). «D’ora in poi come inizierà i suoi comizi? Cari democratici, cari compagni, cari camerati?» (Concita). «Grazie a tutti quelli che stanno commentando l’intervista» (Pier Luigi Bersani). «Segretario, tu ci ringrazi, ma i commenti li leggi o guardi solo le figure?» (Monica).

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

giovedì 9 dicembre 2010

Quanto sono belli i passerotti

Quanto invidio mia moglie, che riesce ad assentarsi dal telegiornale per guardare una coppia di passerotti appollaiati sulla ringhiera del balcone. Io, noto masochista, pure nel dì di festa non stacco gli occhi dal racconto della crisi, dove gli ex missini scorrono a frotte: La Russa, Gasparri, Ronchi, Urso, Matteoli, Bocchino, non se ne vedevano tanti, e tutti insieme, dalla giornata dell’oro alla Patria del 1935. Dopo la cacciata da Berlusconia, Bocchino ha chiesto asilo politico a un cameraman: lunedì litigava con La Russa a «Porta a Porta», martedì si accapigliava con Rotondi a «Ballarò» e ieri faceva jogging solitario in un boschetto di microfoni.

Fosse solo Bocchino. Poi ci sono tutti gli altri. I soliti ignoti, il cui voto non ha mai contato un tubo e ora invece può far cadere governi e sbilanciare bilanci allargando lo spread con la Germania, come ripetono minacciosi gli economisti. Così restiamo appesi, noi e lo spread, agli umori dell’onorevole Scilipoti, dipietrista apparentato con Rossella O’Hara, che «oggi la mia posizione resta quella di ieri, ma domani vedremo» e annuncia una conferenza stampa con Cesario che potrebbe partorire ribaltoni a breve, mentre Calearo aggiorna il tassametro della fiducia (da 350 mila euro in su) e Razzi ammette che le proposte sono allettanti, specie per chi ha un mutuo da pagare come lui. Confidavo nella nota rigidità dei sudtirolesi, ma il tg dice che stanno trattando l’astensione in cambio della segnaletica bilingue e allora spengo la tv con un’espressione intraducibile e mi metto a guardare i passerotti anch’io.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 7 dicembre 2010

Il colore

Ogni persona, di origine italiana o straniera, dev'essere sempre giudicata singolarmente, per quello che è. È la più ovvia delle frasi.

L'ha pronunciata ieri il cardinale arcivescovo di Milano. Ci sono momenti in cui non ripetere le parole più ovvie diventa una viltà. Sia risparmiato alla nostra generazione il ritorno di quei momenti, se già non ci siamo.
Scrivo mentre le notizie sull'indagine per la scomparsa della piccola Yara si fanno incerte, e vengono in dubbio i sospetti sul giovane arrestato. E si riaccende una speranza per lei, che è la cosa più importante. Se i sospetti su un presunto colpevole sono stati precipitosamente trattati come certezze, anche della sorte peggiore di Yara si potrà dubitare.

Ci sarà tempo per riflettere. Ma qualcosa è già successo e se ne può misurare la tristezza. È successo ancora una volta che a un evento terribile - la paura di un evento terribile, e la convinzione che si fosse consumato - siamo stati tentati di reagire, prima che nelle manifestazioni esteriori nei nostri stessi sentimenti intimi, trasferendo il dolore per la vittima, la compassione con i suoi e la ripugnanza per i suoi carnefici, nell'ansia per le conseguenze civili e perfino politiche dell'imputazione di uno straniero. Un simile trasferimento è anche un modo di attutire e sfogare la commozione, ma è soprattutto la misura di un guasto che ci va rosicchiando dentro. Dentro quelli fra noi che corrono a gridare minacce di furia cieca o calcolata, e anche dentro chi ne è spaventato e si affanna ad arginarne i danni. Così ci si trova subito a ripetere pensieri di desolata ovvietà, che ad Avetrana e in mille altri inferni la brutalità è indigena e domestica, che l'infamia umana non ha colore.

Ci sono state però dall'inizio, in questa storia angosciosa, cose diverse e degne di ammirazione e di considerazione. Prima di tutto l'atteggiamento di una famiglia, che ha rigettato ogni sfogo vendicativo, e tanto più quelli esibiti per conto terzi; e si è limpidamente sottratta allo spettacolo della propria sofferenza. Dunque questo può avvenire, e i media possono prenderne atto. È successo anche che il sindaco (leghista, ma è appena un dettaglio) di una comunità colpita abbia dato un chiaro sostegno a questo atteggiamento della famiglia, e abbia messo al bando i propositi razzisti, xenofobi e linciatori. Chi ha avuto una gran fretta di pronunciare parole orrende di odio violenza e - non ultima - imbecillità, non ha potuto farlo in nome delle vittime o di una comunità. Solo in conto della propria violenza, odio e, non ultima, imbecillità.

Adesso aspettiamo. Restituendo ai sentimenti e ai pensieri dell'attesa il loro ordine naturale. Cominciando dalla trepidazione per una creatura cui il mondo dovrebbe essere solo promettente, e dalla simpatia per i suoi. E poi pensando al prezzo che paga un paese indotto a chiedersi di colpo, di fronte a un sequestro, uno stupro, un assassinio, una sciagura stradale, se il sequestratore, il violentatore, l'assassino, il guidatore sciagurato, sia italiano o no, e a compiacersi che lo sia o pregare che non lo sia. È una questione morale, psicologica, civile, ed è per eccellenza una questione politica. Una questione banalmente culturale, anche. Perché a distanza di un paio di generazioni dall'avvento della questione migratoria forse bisognerebbe contare di più sulla capacità di tradurre affidabilmente dall'arabo la preghiera: "Allah mi protegga" o "Allah mi perdoni".

di Adriano Sofri; la Repubblica

sabato 4 dicembre 2010

Il profeta

...Altro che Wikileaks.

Wiki wiki (II)

C'è chi lo dice con gli articoli,
c'è chi lo dice con le vignette.

Wiki wiki

Diciamo la verità: per ora è stata più eccitante la Waka Waka del Wiki Wiki. I rapporti degli ambasciatori americani, rivelati in un’atmosfera thriller dal sito Wikileaks, sembrano una scopiazzatura di Dagospia e forse lo sono. Berlusconi è un donnaiolo vanitoso che fa affari con il macho Putin. Sul serio? E io che quei due me li ero sempre immaginati dentro la biblioteca di un monastero, immersi nella lettura dei «Fratelli Karamazov». Sarkozy: uomo permaloso e dispotico. Strano, con quell’aria umile e remissiva, tipicamente francese. La Merkel, poi: ostinata, prudente, poco creativa. Tutto il contrario dell’immagine dei tedeschi, genia di improvvisatori estroversi. Aspettiamo qualche indiscrezione sul presidente svizzero che va matto per il cioccolato fondente e gli orologi a cucù. Ah, ma ce n’è anche per Gheddafi: uccide le rughe col botulino e si fa scortare da un’infermiera bionda. Un’informazione top secret (se si escludono quelle due o trecento copertine sull’argomento) che cambierà la storia. Come quell’altra, secondo cui i diplomatici fanno le spie. Da alcune migliaia di anni, verrebbe da dire. Almeno giustificano lo stipendio, perché per fare il «copia e incolla» degli articoli di giornale bastava una segretaria.

Sicuramente domani usciranno prove di torture, golpe, alieni seppelliti nel deserto con le antenne di fuori. Ma per adesso la vera vittima di Wikileaks è il mito della carriera diplomatica. Con gli ambasciatori, per secoli burattinai del potere, ridotti a messaggeri dell’ovvio.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 30 novembre 2010

Un pentito

Fine

"Se dovessi essere costretto a una vita che non è vita, la farei finita anch'io". Mario Monicelli me lo disse anni fa, a casa sua nel rione Monti. Erano i giorni del caso Welby. Sembrava più una presa di posizione intellettuale di un grande laico che non una confessione personale. A novant'anni era ancora bellissimo, elegante, ironico, sempre dentro qualche battaglia. L'altro giorno era ancora in piazza a protestare contro i tagli alla cultura. Questa notte ha deciso lui dove mettere la parola fine. Con Monicelli se ne va un genio e un maestro del cinema, anche se entrambe le definizioni l'avrebbero fatto sorridere.

"Appartengo ancora a una generazione dove si diventava registi di cinema soltanto perché non si era capaci di scrivere un bel romanzo. Potendo scegliere, avrei continuato a cercare d'imitare Dostoevskji". Si è ucciso come il padre Tomaso, giornalista di gran talento. Da giornalista aveva cominciato anche Mino e diceva di non aver mai smesso. Sempre curioso, polemico, informatissimo, divoratore di notizie grandi e piccole.

Nessuno come Monicelli ha indagato tanto e descritto meglio gli italiani dal dopoguerra a oggi. E' stato il nostro Balzac, l'autore di una gigantesca commedia umana degli italiani, attraverso decine di film, spesso capolavori. Titoli e storie che conoscono tutti, entrati nel linguaggio comune per descrivere l'oroscopo dei caratteri nazionali. L'elenco mette i brividi, dagli inizi col Totò di "Guardie e Ladri" a "I soliti ignoti", da "La grande guerra" a "I Compagni", e poi "L'Armata Brancaleone", "Amici miei", "I nuovi mostri", "Il marchese del Grillo", "Speriamo che sia femmina". Senza contare i film definiti minori dalla critica, come "Risate di gioia" o "Romanzo popolare", che da soli valgono più di alcune decine di presunti capolavori da festival.

Monicelli ha inventato la commedia all'italiana nel '58 con "I soliti ignoti" e ne ha dichiarato la fine vent'anni dopo con "Il borghese piccolo piccolo". In mezzo ha fabbricata l'unica epica di cui disponiamo, tragicomica, amorale, ma grande. Da parte sua, era quanto di più lontano dai suoi personaggi si potesse immaginare. Anti retorico, moralista, sempre a schiena dritta, con un profondo credo nei suoi valori laici, socialisti, libertari, antropologicamente antifascista. E' paradossale che un anti italiano tanto fieramente minoritario abbia ottenuto un tale immenso successo. Frutto, secondo Monicelli, anche di un significativo fraintendimento. "Ho quasi sempre descritto personaggi mostruosi. All'estero si stupiscono che gli italiani li trovino tanto simpatici".

Non credeva nella religione. Diceva che gli sarebbe piaciuto credere negli dei greci perché erano tanti, cialtroni ma allegri, mentre "il dio della Bibbia è in assoluto uno dei personaggi più cupi della letteratura mondiale". Sul set dell'ultimo film, "Le rose del deserto", girato a novant'anni, in condizioni ambientali eroiche anche per un trentenne, confessò di non avere paura della morte, ma del giorno in cui avrebbe smesso di lavorare. Come sempre, era la verità.

di Curzio Maltese; la Repubblica

sabato 27 novembre 2010

Facciamola finita

Scusate, ma manca il contraddittorio. 

Il complotto che non c'è

Non ce n'eravamo accorti, ma è in atto un complotto mondiale contro l'Italia. Lo abbiamo scoperto ieri da una nota ufficiale del Consiglio dei ministri. E pensare che era lì, sotto gli occhi di tutti. Come abbiamo potuto ignorarlo? Le immagini dei rifiuti di Napoli sulle prime pagine dei giornali americani: un complotto (forse un fotomontaggio). Come il crollo del tetto di Pompei trasmesso nei tg cinesi, che hanno deliberatamente ignorato la vera notizia: che gli altri muri erano rimasti in piedi. Tutto si tiene, è talmente evidente: i rifiuti, Pompei, l'inchiesta per corruzione che ha investito Finmeccanica. E, aggiungiamo noi, la neve prevista per domani: una manovra meschina dei meteorologi, anche se il governo per ora non vi ha fatto cenno. In compenso ha citato i documenti riservati che il sito Wikileaks si accinge a pubblicare in Rete.

Riguarderebbero gli Stati Uniti e decine di altri Paesi, fra cui il nostro. Eppure solo qui si grida al complotto. Perché tutti ce l'hanno con noi. Obama, Putin, la Merkel, il comitato centrale del partito comunista cinese al completo. Si alzano la mattina e pensano soltanto a come danneggiare quel colosso di efficienza che dalle sponde del Mediterraneo minaccia di invaderli. Abbassando un po' la voce per non essere intercettati dal nemico, ci permettiamo di suggerire ai nostri governanti qualche contromossa spiazzante. Togliere la spazzatura dalle strade di Napoli: d'incanto nessun giornale americano ne parlerà più. Fare di Pompei la Disneyland dell'archeologia, così i cinesi ci manderanno i turisti invece che i cronisti. E ogni tanto aprire le finestre nei palazzi della grande industria di Stato, affinché anche i concorrenti che vi penetrano animati dalle peggiori intenzioni non riescano a trovarvi troppa puzza di bruciato.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA