lunedì 2 maggio 2011

Non le solite mozzarelle

Ho appreso da "Il fatto Quotidiano" del 13 aprile che lo "International Herald Tribune" aveva pubblicato una mia lettera molto polemica sulla guerra in Libia. Però si trattava dell'ennesima trovata di un signor X (non lo nomino perché immagino che faccia tutto quel che fa per farsi pubblicità) il quale si è specializzato in falsi, aveva in passato inviato ai giornali italiani pretese interviste con Gore Vidal, John LeCarré, Philip Roth e via dicendo, aveva messo on line un mio dialogo (ovviamente fasullo) con Abraham Yehoshua, e aveva creato un mio falso profilo Facebook - che aveva subito raccolto numerose offerte di amicizia, come pare accada tra i dissennati praticanti di questo sport quasi onanistico. Dagli amici ci guardi Iddio.

Pare anche che il signor X abbia inviato la falsa lettera allo "Herald Tribune" usando un mio presunto indirizzo di email aperto da lui stesso con grande facilità, ma nel contempo avesse accluso il suo (vero) numero di cellulare, che evidentemente nessuno aveva controllato. Solo nei giorni seguenti il giornale americano (colto da un sospetto) mi ha chiesto se la lettera fosse uno "hoax" (o bufala), ho risposto che lo era, e il giornale ha spontaneamente pubblicato una contrita smentita.

Su Internet trovo un lancio Adnkronos del 18 aprile che annuncia la scomparsa di Carlo Capponi, il bidello dell'Isola dei Famosi (?), e precisa: "Della sua esperienza all'Università di Bologna raccontava con fierezza: "Ho lavorato anche per Umberto Eco, gli giravo le pagine mentre firmava autografi"". Non ricordo di aver mai conosciuto il signor Capponi ma, se pure fosse avvenuto, difficilmente avrebbe potuto girarmi le pagine mentre firmavo autografi perché non sono mai stato così cafone da firmare autografi all'università, salvo che sui libretti di esame. Sempre in data 18 aprile, una rivista on line dal titolo allettante, "La perfetta letizia, Rivista giornalistica cattolica d'informazione e attualità", recensisce "Quisquilie e pinzillacchere" di Vincenzo Reda, "giunto alla sua seconda pubblicazione, introdotta dalla prefazione di Umberto Eco". Come è facile intuire non ho mai prefato questo libro (né conosco il Reda) ma la cosa non mi stupisce perché una volta un signore ha pubblicato come prefazione alla sua opera una mia lettera, neppure esageratamente cordiale, in cui declinavo la richiesta di una prefazione.

Sempre l'Adnkronos in data 15 aprile riferisce che, dopo il terremoto che ha investito l'Abruzzo, riapre al pubblico la torre di Rocca Calascio, "usata anche come set di "Il nome della Rosa"". Vedo anche la foto di questa bellissima fortificazione, che tuttavia non è stata usata per l'abbazia del film, ricostruita interamente a Fiano Romano. Ma viaggiando per Internet ho trovato molti monasteri che sono stati riconosciuti dai turisti come luogo della mia abbazia, e quindi le abbazie de "Il nome della Rosa" sono ormai come i chiodi della Croce.

Immagino che molti miei colleghi scrittori possano citare episodi analoghi. Ormai Internet è divenuto territorio anarchico dove si può dire di tutto senza poter essere smentiti. Però, se è difficile stabilire se una notizia su Internet sia vera, è più prudente supporre che sia falsa. A proposito di falso e autentico, il signor X dice che distribuisce i suoi falsi per dimostrare che non c'è più confine tra verità e menzogna. Ma si è visto che le sue bufale vengono subito scoperte. In un mio recente romanzo ho raccontato la storia di un falsario e di numerosi documenti mendaci prodotti dai servizi segreti di mezza Europa, e qualche recensore ha osservato (forse ossessionato dalla battaglia in atto contro il cosiddetto relativismo) che dove tutto è falso si perde ogni criterio di verità. Non ho mai letto un'affermazione così filosoficamente stupida. Per sostenere che qualcosa è falso bisogna ritenere (anche in termini di senso e linguaggio comune) che esista da qualche parte qualcosa di autentico. Sospettare che qualcosa sia falso significa avere una qualche nozione di verità. Ma forse questa è una posizione troppo sottile per i nemici del relativismo.

di Umberto Eco; l'Espresso

sabato 30 aprile 2011

Buon (concerto del) Primo Maggio

La musica, si sa, non fa la rivoluzione: e almeno per ora non l'ha mai fatta. Però, sembra esserci più politica dentro le canzoni della nuova musica italiana dell'impegno senza ideologia e della protesta senza retorica o prosopopea, piuttosto che nei discorsi parlamentari o nelle dichiarazioni giornalistiche degli attempati leader della sinistra incanutita, reciprocamente gelosi e impegnati a combattersi in una guerra intestina il cui vincitore è sempre lo stesso: il Cavalier Berlusconi. Molto più di loro, almeno per le giovani generazioni, sono i Subsonica, Daniele Silvestri, Jovanotti, Caparezza - il quale per esempio ha inventato la categoria del "qualcunismo" ovvero il neo-qualunquismo di quelli che a tutti i costi vogliono essere o diventare qualcuno - a spargere idee che costruiscono un senso comune, a dire cose semplici e che riescono ad essere percepite più del bla bla da talk show o dei discosi autoreferenziali da ceto politico. Domani, al concerto del Primo Maggio, sul palco saliranno molti di questi campioni della neo-sinistra possibile che neppure più sinistra andrebbe chiamata ma Giuseppe o Mafalda o XXY o ognuno la chiami come vuole: basta che sia capace di essere e di esserci. «Libera l'Italia subito dal prodotto interno lurido», cantano i Subsonica. E Daniele Silvestri, nel suo nuovo disco che parla di precari e di altre tristezze: «Se grandezza c'è in questo Paese, non si riesce più a vedere». Ma se appizzi l'orecchio, qualche piccolo brivido di speranza lo percepisci. O forse è soltanto un'illusione melodica, o un elettronico abbaglio.

di Mario Ajello; Il Messaggero

Fukushima mon amour

Superorfano

Esiste qualcosa di più americano della Coca-Cola, della Cadillac e del cheeseburger messi insieme? Sì, certo, Superman; il quale però, nell’episodio intitolato "The Incident", appena pubblicato sul numero 900 dell’albo Action Comics - laddove aveva fatto la sua comparsa nel lontano 1938 - «si dimette» da statunitense, rinunciando alla cittadinanza. Roba da far strabuzzare gli occhi, anche perché alla Casa Bianca siede il democratico e multilateralista Obama che invece, stanco delle polemiche al riguardo, ha mostrato proprio in questi giorni il suo certificato di nascita sul suolo Usa, a Honolulu.

La ragione dell’impensabile scatto d’ira del supereroe, uno dei simboli per eccellenza dell’orgoglio a stelle e strisce, è lo shampoo che gli viene fatto dal governo dopo la sua partecipazione a una manifestazione di protesta (non violenta) a Teheran, contro il regime degli ayatollah. Ma come si permettono con chi ha sempre servito giustizia e verità (e che, al più, teme la kryptonite, e non certo una casta di politicanti)?

I supereroi sono un pilastro della cultura popolare statunitense, e possono essere più muscolari e repubblicani oppure più nevrotici e liberal, ma la loro fedeltà alla nazione non è mai venuta a mancare. American Heroes, innanzitutto, come per l’appunto il loro portabandiera, figlio, come dissero i suoi creatori Jerry Siegel e Joe Shuster, della filosofia quintessenzialmente statunitense di Ralph Waldo Emerson e della sua fiducia nelle capacità illimitate dell’individuo (compendiata nella vicenda dello spaurito Clark Kent che, infatti, evolve in formidabile superuomo).

Ecco perché il rifiuto della nazionalità statunitense da parte di Superman suona come un’autentica rivoluzione (o un oltraggio, come dimostrano le reazioni di alcuni intellettuali neocon sui giornali). Nella stagione delle rivolte in Medio Oriente, insomma, la Realpolitik del Dipartimento di Stato ha giocato un brutto scherzo agli interessi Usa, perdendo alla causa la sua arma segreta più potente. Ma i tempi mutano, e dal cosmopolitismo, anch’esso molto All American Boys, del presidente Wilson, Superman sembra così passare al globalismo dei diritti umani e all’interventismo umanitario, «non più cittadino» di un’America orfana del suo ruolo, oscillante tra l’apertura da pari a pari al resto del pianeta globalizzato e i rigurgiti nazionalistici dei Tea party.

di Massimiliano Panarari; LA STAMPA

giovedì 28 aprile 2011

Rifocilliamoci

UFFICIO RECLAMI
Sempre più persone si rivolgono ai testimonial della pubblicità per problemi personali attinenti alla ditta reclamizzata. Esempi: 1. Comitato di genitori chiama Totti perché interceda sulla Vodafone per non far mettere ripetitori vicino a una scuola; 2. Costruttori di divani italiani che chiedono alla Ferilli di non farli fare ai cinesi; 3. Io che chiedo alla Gialappa's se possono dire a quelli di Intesa S. Paolo di rimborsarmi i bond Parmalat. Loro non possono fare niente! L'unico è Giovanni Rana che essendo padrone e testimonial allo stesso tempo è in palese conflitto d'interessi.
STERPAGLIE
Siamo tutti contro la caccia alle balene. E' che se non ci fossero i cacciatori di balene quelli di Greenpeace dovrebbero andare a timbrare il cartellino alla Digestivo Antonetto (io anche; che non potrei scherzare gli attivisti di Greenpeace). Una cosa è certa: se dovessi esser senza lavoro, piuttosto che niente mi imbarcherei su una baleniera. (che poi è tutta una finta; le balene sono estinte dal 1508).

di Maurizio Milani; da "Chi ha ciulato la Corrente del Golfo?"

Ad ognuno le sue croci

Stimato Cliente PlayStation Network/Qriocity:Abbiamo scoperto che tra il 17 e il 19 Aprile 2011, alcune informazioni relative agli account di utenti di servizi PlayStation Network e Qriocity sono state compromesse in relazione a intrusioni illegali e non autorizzate nel nostro sistema. Di conseguenza a quanto riscontrato finora, abbiamo:

1) Temporaneamente disattivato i servizi PlayStation Network e Qriocity;
2) Ingaggiato una competente agenzia esterna per la sicurezza, per condurre una completa ed estesa indagine su quanto accaduto;
3) Tempestivamente preso misure per migliorare la sicurezza e rafforzare l'infrastruttura del nostro network, ricostruendo l'intero sistema per fornire una maggiore protezione dei vostri dati personali.

Apprezziamo la vostra pazienza e buona volontà mentre lavoriamo intensivamente per risolvere questi problemi.

Mentre indaghiamo sui dettagli di questo incidente, riteniamo che un soggetto non autorizzato abbia ottenuto le seguenti informazioni da voi fornite in precedenza: nome, indirizzo (città, stato/provincia, codice postale), nazione, indirizzo email, data di nascita, password, login e online ID di PSN/portatile. Inoltre è possibile che i dati del vostro profilo siano stati rilevati, inclusi la cronologia degli acquisti e l'indirizzo di addebito (città, stato/provincia, codice postale). Se avete autorizzato un sub-account per un vostro familiare, vi informiamo che gli stessi dati relativi possono essere stati rilevati. Nonostante non ci sia prova che i dati della vostra carta di credito siano stati presi in questa circostanza, non possiamo escludere tale possibilita'. Se avete fornito i dati della vostra carta di credito tramite PlayStation Network o Qriocity, per sicurezza vi informiamo che il numero della vostra carta di credito (escluso il codice di sicurezza) e la data di scadenza possono essere stati rilevati.

Per la vostra sicurezza, vi invitiamo a essere particolarmente vigili nei confronti di truffe via email, telefono, e posta cartacea che chiedano informazioni personali o dati sensibili. Sony non vi contatterà in nessun modo, incluso via email, chiedendovi il numero di carta di credito, numero di previdenza sociale, o altri simili dati o informazioni che siano personalmente identificabili con voi. Se vi vengono richieste tali informazioni, potete avere la certezza che non si tratta di Sony. Inoltre, se usate gli stessi nome utente e password per il vostro account dei servizi PlayStation Network o Qriocity e per altri servizi o account a essi non collegati, vi invitiamo fortemente a modificarli. Quando i servizi PlayStation Network e Qriocity saranno nuovamente operativi del tutto, vi raccomandiamo inoltre ad accedervi per modificare le vostre password.

Per proteggervi contro possibili furti di dati personali o danni finanziari, vi incoraggiamo a rimanere vigili per controllare lo stato dei vostri account e monitorare i movimenti del vostro credito.

Vi ringraziamo della vostra pazienza mentre completiamo le indagini su questo incidente, e ci dispiace per ogni inconveniente causato. I nostri team stanno lavorando senza sosta a questo proposito, e ogni servizio tornerà disponibile il più presto possibile. Sony tratta la protezione delle informazioni molto seriamente e continuerà a lavorare per garantire che ulteriori misure vengano prese al fine di proteggere informazioni relative all'identificazione personale. Fornire servizi di intrattenimento di qualità e nella sicurezza dei nostri clienti è la nostra massima priorità. Siete pregati di contattarci presso it.playstation.com/psnoutage in caso abbiate ulteriori domande.

Cordialmente, Sony Network Entertainment and Sony Computer Entertainment Teams

Beati i Marziani

La Lega Nord ha annunciato che si opporrà, anche con il voto parlamentare, all’eventualità annunciata dal premier che l’Italia partecipi ai bombardamenti della Libia. Ai leghisti già non andava a genio di prestare alla Nato le basi militari senza prima discutere dell’emergenza immigrati. Però adesso dovrebbero mettersi una mano sul cuore, perché Silvio Berlusconi ha acconsentito ai bombardamenti dopo le insistite per quanto amichevoli pressioni di Barak Obama. E come si fa a dire di no a un Nobel per la Pace?
di Mattia Feltri; LA STAMPA

365 25 aprile

Viva il governo del fare

Dopo l'accisa per la cultura e l'aumento dell'Ipt previsto nella norma sul federalismo fiscale ecco arrivare un'altra mazzata per gli automobilisti. Il ministero dello Sviluppo economico, infatti, ha emanato un decreto che innalza la soglia di errore ammessa per i misuratori di erogazione delle pompe di benzina. In parole povere, con questo provvedimento viene aumentato il limite entro il quale i distributori possono erogare una quantità inferiore di benzina o gasolio senza incorrere nel reato di truffa.

Aumento del 50%. E non si tratta certo di un incremento di poco conto. Il decreto numero 32 infatti, ha elevato del 50% il limite di errore, portandolo dal 5 al 7,5 per mille. Per capire la reale portata della legge basta pensare che se finora su 20 litri erogati la tolleranza era di 0,1 litri (che a un prezzo stabilito di 1,55 euro al litro corrispondono a 15,5 centesimi di differenza), adesso con questa nuova legge la tolleranza è di 0,15 litri pari a 23,23 centesimi. Se si moltiplica questo incremento per la quantità di carburante erogata da un impianto nell'arco di un anno (un milione per i piccoli distributori e fino a sei-sette per i più grandi) si può intuire facilmente come in gioco ci siano milioni di euro.

Affidabilità dei controlli. Il Ctcu, Centro tutela consumatori e utenti lancia l'allarme evidenziando anche altri aspetti del provvedimento. "Il nuovo decreto lascia invariati i limiti di tolleranza degli strumenti di misurazione dell'erogazione alla pompa per l'accertamento iniziale di conformità e per le verifiche periodiche. Invece, per i controlli metrologici casuali - continua l'associazione - cioè quelli senza preavviso effettuati in fase di sorveglianza, gli errori massimi tollerati sono stati aumentati in maniera inaccettabile, cosa che non accade nel resto d'Europa". Infine, i controlli che oggi sono di competenza degli uffici metrici delle Camere di commercio potranno essere affidati a laboratori privati, "con le conseguenti potenziali riserve sull'affidabilità del servizio di verifica".

Tolleranza cautelativa. Il ministero ha replicato alle critiche spiegando in una nota che la "maggiore tolleranza nei controlli casuali non è vessatoria, ma cautelativa. Non significa affatto che lo strumento può restare con quell'errore, ma solo che quell'errore non determina sanzioni immediate, a condizione che venga corretto nei termini prescritti dagli incaricati dei controlli. Si tiene quindi conto del fatto che gli strumenti non restano nelle condizioni iniziali di precisione nel corso del loro uso, anche se devono essere ricondotti prima possibile al funzionamento ottimale". La cosa certa è che in tempi di crisi e di caro carburante, questo provvedimento appare quanto meno inopportuno. Voi che cosa ne pensate?

di Roberto Barone; Quattroruote

venerdì 22 aprile 2011

Viva la nonna

Rovistando in un baule di famiglia, ho ritrovato la scatola di latta che la nonna romagnola utilizzava nel dopoguerra come sua personalissima Banca d’Italia. Ogni volta che il marito portava a casa lo stipendio da tranviere, lei lo requisiva per diritto di vino (nel senso che altrimenti il nonno sarebbe andato a berselo tutto) e lo divideva in mucchietti che poi sistemava nella scatola. C’era il mucchietto dell’affitto e delle bollette, quello della spesa, quello degli sfizi (dove per sfizio si intendeva un cono al cioccolato) e infine, più importante di tutti, il mucchietto dei risparmi. La nonna fissava l’obiettivo finale - il frigorifero, il televisore - e poi curava la crescita del mucchietto mese dopo mese, come se fosse una piantina innaffiata dalle sue preghiere. Per nessuna ragione al mondo era possibile intaccare il tesoro della scatola: i maschi di casa avrebbero dovuto passare sul suo corpo, che era piuttosto muscoloso.

Quando il mucchietto aveva raggiunto le dimensioni desiderate, la nonna indossava il vestito elegante e si recava al negozio per l’acquisto. Chi la vide in uno di quei giorni, assicura che neanche una sceicca in missione da Tiffany avrebbe potuto rivaleggiare in fierezza col suo sguardo. Una volta un commesso le suggerì di comprare qualcosa a rate. Lei lo guardò storto: «Ma se mi date quel che voglio prima che io lo paghi, dopo mi passerà la voglia di averlo e anche di pagarlo!». Aveva solo la quinta elementare, ma certe volte mi capita di pensare che, con lei a Wall Street, adesso passeremmo tutti una Pasqua più serena.
di Massimo Gramellini; LA STAMPA

mercoledì 13 aprile 2011

Lo chiamavano complesso d'inferiorità

D'altronde è costretto a convivere con la Lega che ce l'ha duro.

Opere pie (bis)

"Ieri Berlusconi ha regalato un casinò a Emilio Fede per farlo smettere col gioco d'azzardo".
(Dario Vergassola, Parla con me, Raitre)

Opere pie

E così Berlusconi pagò Ruby perché non si prostituisse.

giovedì 7 aprile 2011

Gentile responsabile...

Il programma dei Responsabili è copiato di sana pianta dal manifesto degli intellettuali fascisti del 1925. Incredibile. Non tanto per il riferimento ai fascisti, ma agli intellettuali. Uno non fatica a immaginarsi la scena: Scilipoti alla scrivania con la matita in bocca e gli occhi al soffitto. Responsabilità nazionale è… è… è… Ah, saperlo. All’improvviso, la luce: perché non inserire una parola-chiave su Internet, come uno studente in cerca di ispirazione? «Manifesto», per esempio. Orrore! Sullo schermo è comparso il barbone di Marx. Un momento… più in basso affiora il filosofo Gentile col manifesto degli intellettuali fascisti da lui ispirato. Leggiamo un po’… «Il fascismo è il movimento recente e antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della nazione». Scilipoti ha un sussulto: parla di me! Chi è più recente e antico della nostra simpatica combriccola di voltagabbana? Chi più intimamente connesso alla storia della nazione? Il leader recente e antico pigia il tasto «copia e incolla» e il più è fatto. Giusto un paio di ritocchi. «Responsabilità Nazionale» al posto di «Fascismo», che come soggetto è un po’ datato. Anche «intimamente» va sostituito perché fa venire in mente il bunga bunga. Meglio «internamente»: orribile e casto.

Tra una scopiazzata e un’incollata si approda al gran finale. Gentile aveva scritto: «La patria è concezione austera della vita». Scilipoti lo personalizza con la sua griffe inimitabile: «Responsabilità è concezione austera della vita». Ci piace sperare che a quel punto gli sia almeno venuto da ridere.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

sabato 26 marzo 2011

(Farsi) i porci comodi

Tutto è bene

Come il Pangloss di Voltaire che tesseva l’elogio del terremoto di Lisbona coi parenti delle vittime, Roberto De Mattei ha spiegato dai microfoni di Radio Maria che lo tsunami giapponese «è stata un’esigenza della giustizia di Dio» e che «per i bimbi innocenti morti nella catastrofe accanto ai colpevoli» (ma colpevoli di che?) si è trattato di «un battesimo di sofferenza con cui Dio ha inteso purificare le loro anime». Ora, Pangloss era un paradosso letterario. Ma De Mattei esiste davvero ed è pure il vicepresidente del Cnr, tempio e motore della ricerca scientifica.

Inutile replicare alle sue farneticazioni, offensive per qualsiasi credente dotato di un cervello e soprattutto di un cuore. Chissà se avrebbe il coraggio di ripeterle in faccia ai frati che si videro cascare addosso la basilica di Assisi: immagino che, per De Mattei, il Dio dei terremoti avesse deciso di castigare anche loro. Ma in quale Paese l’autore di simili affermazioni può restare ai vertici della ricerca finanziata dal denaro pubblico, senza che si muova il governo o almeno la Croce Rossa? Forse solo nel migliore dei mondi possibili vagheggiato da Pangloss. E in Italia, naturalmente. Dove due anni fa il vicepresidente del Cnr organizzò, a spese del Cnr, un convegno contro Darwin, che è come se il vicepresidente dell’Inter organizzasse un convegno contro Mourinho. Possibile che quest’uomo non avverta l’incompatibilità paradossale fra la sua carica e le sue idee? Non resta che invocare l’intervento divino: un terremoto «ad personam» che gli sfili la poltrona da sotto il sedere.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Si tira a campa'

Esportazioni eccezionali

mercoledì 23 marzo 2011

Appluasi

L'Italia è un paese immerso nello show da parecchi anni, ma la scena che si è vista ieri al tribunale di Milano era ancora inedita: la claque in un aula di giustizia. Era già capitato, in passato, di udire strepiti e invettive levarsi dal ridotto pubblico che assiste ai processi: ma in genere si trattava di parenti degli imputati o delle vittime, scossi da qualche sentenza.

Altre manifestazioni, alcune molto civili altre meno, si erano dipanate attorno ai palazzi di Giustizia, che sono diventati, loro malgrado, un palcoscenico non secondario del lungo sfacelo di una classe dirigente. Ma quella di Milano è stata una piccola premiere: tifosi organizzati, con volti e linguaggio da studio televisivo del pomeriggio, hanno pensato che il processo fosse un ottima occasione per dare corpo, sia pure in miniatura, al loro amore per "Silvio".

Le parole e i concetti espressi davanti all'occhio crudele delle telecamere non facevano pensare a un'adunata politica: per lo meno non in senso classico. Piuttosto, replicavano il giubilo emotivo dei fan di un cantante o di un attore, quei crocchi di teen-ager o di massaie che cingono d'assedio l'Ariston quando c'è il Festival, o i mega-store dove si firmano gli autografi. La star non c'era ("ci fosse stato Lui saremmo stati il doppio", ha dichiarato una delle creature presenti), ma c'erano i suoi avvocati, portati in trionfo come body guard che vegliano sulla Sua incolumità.

Naturalmente, anche una folla di giuristi e costituzionalisti schiamazzanti, benché più autorevole e ferrata in materia, sarebbe stata cortesemente allontanata dalle forza dell'ordine. Ma l'idea di totale incongruenza politico-giuridica che eruttava dalle parole e dal comportamento dei Silvio-boys (and girls) rimanda direttamente allo sfascio strutturale del discorso pubblico di questo Paese, affidato alle viscere, ai moti affettuosi e/o ringhiosi, alle affermazioni più rudimentali ("io sto con lui qualunque cosa abbia fatto", "lasciatelo lavorare", "smettetela di prendervela con lui").

Chiunque, e in qualunque veste, abbia assistito a un processo importante, ne conosce la grave, quasi inquietante solennità. Poiché si parla di colpa e di innocenza, e si decidono destini umani, si suole ascoltare e tacere, e a volte tremare o impietosirsi. Si sente, si capisce che nessun pregiudizio può mettere in secondo piano, nella drammaturgia processuale, il giudizio. E questo può piacere o non piacere (più spesso: non piacere), ma appartiene alle convenzioni di una comunità civile. Tanto è vero che nei film e telefilm di genere, quando l'arringa è pronunciata o la sentenza emessa, il giudice, severo e autorevole, invita a sgomberare l'aula al primo mormorio irriverente. E perfino nei vari para-processi televisivi nei quali magistrati in pensione dirimono le liti tra figuranti, nessuno si è ancora sognato di introdurre un pubblico vociante.

Benché ingozzati di televisione fino a stordirsene, i berluscones affluiti ieri a Palazzo di Giustizia non hanno messo a profitto queste solide tradizioni. Fiocco azzurro sul petto, volevano dare voce al loro ardore contro le toghe rosse e le astruse congiure (ah, quei difficili articoli di legge, ah quei faldoni più opprimenti di un libro) ai danni del loro "Silvio", che ha ragione in quanto Silvio, e in quanto Silvio è al di sopra di ogni banale impiccio giuridico.

Ora si spera che animosi di opposto sentire non vogliano costituire una claque colpevolista. Ai processi, se non si è avvocati o giudici o imputati, si ascolta e si tace. Simbolicamente, fare sgomberare l'aula processuale serve anche a ricordare che non tutto, nella vita, è applausi e fischi. Per quanto stupefacente, è una notizia che in qualche maniera, o prima o dopo, riuscirà ad arrivare anche alle orecchie dei settori meno avveduti dell'audience nazionale.

di Michele Serra; la Repubblica

martedì 22 marzo 2011

Chi ci capisce è bravo

Certe mattine mi sveglio con la sensazione che l’Occidente sia in mano a una banda di megalomani intontiti. Oggi è una di quelle mattine. Intanto vorrei conoscere il cervellone del Pentagono che ha inventato il nome della guerra libica: Odissea all’alba (o Alba dell’odissea, non è chiaro neanche questo). Sarà lo stesso che ha partorito i manifesti dell’Oltre(tomba) di Bersani? Come tasso iettatorio siamo lì, essendo «odissea» sinonimo di peregrinazione infinita. Poi non si è ancora capito chi comanda. Sarkò pensa di essere Napoleone, e non si trova un francese disposto a chiamare l’ambulanza. Silviò ha da pensare agli scilipoti suoi e non vorrebbe bombardare nessuno (al limite la Boccassini), per cui fa sapere che i nostri aerei volano sulla Libia ma non sparano. Cosa facciano non si sa, ma la fanno senza entusiasmo, spiega La Russa, ardito in crisi depressiva. E comunque mai per ordine della Francia, specifica Frattini, piuttosto dell’America. Già, ma quale America? Quella cingolata di Hillary Clinton che vuole ridurre Gheddafi a un soufflé? O quella burrosa di Obama, che prima scimmiotta la prosa guerrafondaia di Bush (gli ha copiato l’intero discorso dell’attacco all’Iraq) e poi fa dire al suo ministro della Difesa che nei prossimi giorni bombarderà un po’ meno?

Sì, tale è la confusione sotto il cielo del Mediterraneo che avrei voglia di tornare a dormire. Se non fosse che negli incubi la Cina si pappa pure l’Africa del Nord. Forse, amico Occidente, è il caso di mettere la sveglia.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Aut aut all'italiana

giovedì 17 marzo 2011

150 volte cerea

Come tanti torinesi in questa giornata di festa, passeggio sotto i portici imbandierati del centro levandomi il cappello ogni volta che qualcuno mi saluta: «Cerea». Cerea. Anzi... buongiorno!». Oggi si parla italiano. Perché oggi sulla Gazzetta Ufficiale del Regno è nata l’Italia e, comunque la pensiate, è una gran cosa. Una cosa fatta da noi. Già, noi. Una minoranza di entusiasti. Ma sono le minoranze di entusiasti a fare la storia, per poi imporla ai pigri e agli scettici come epica collettiva. Davanti a Palazzo Carignano bivacca un gruppo di patrioti lombardi che cantano Mameli a squarciagola. Soltanto uno rimane in silenzio: «Perché tu non canti, Trota?» lo apostrofa un bergamasco. «Perché son federalista». «E alura? Gli americani sono più federalisti di te. Però quando parte l’inno nazionale si mettono la mano sul cuore! Te capì?».

Uno stormo di tonache svolazza sul selciato, lanciando anatemi contro il misfatto appena compiuto da quella banda di massoni: unire l’Italia contro la volontà del Santo Padre! Svoltano l’angolo, ma uno dei pretini torna indietro, lanciando occhiate furtive. Quando è sicuro che i confratelli non lo vedono, estrae dalla tonaca un fazzolettone tricolore e lo sventola in direzione dei ragazzi lombardi. Poi lo rimette in tasca, si fa il segno della croce e fugge via. Fosse un profeta direbbe: «Fra un secolo e mezzo persino il Papa la penserà come me». Invece è solo un povero diavolo innamorato dell’Italia, nonostante tutto. Come tanti italiani in questa benedetta domenica 17 marzo 1861.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

sabato 12 marzo 2011

Ognuno al suo posto

Epocale per epocale

La distruzione delle farfalle

Perfino la Torre di Tokyo non ha retto lo shock e si è piegata. La freccia di acciaio puntata verso il cielo adesso è un emblema triste della tecnologia sconfitta.
Con la Tokyo Tower si è piegata l'illusione di prevenire le catastrofi e proteggersi grazie alla ricchezza. Il mondo intero assiste sgomento alla sofferenza del paese più evoluto, più sofisticato nelle tecniche antisismiche e nella protezione civile. La Tokyo Tower, quell'antenna tv di 330 metri che manda i segnali della rete Nhk, non è solo la torre Eiffel dei giapponesi e la loro risposta all'Empire State Building. E' il simbolo di una nazione che "si piega ma non si spezza", che ha assorbito la tragedia unica nella storia umana di due olocausti nucleari. Da ieri il Giappone ha capito che non basta sapersi "piegare", la flessibilità delle nuove tecnologie di costruzione non lo ha salvato dalla tragedia. La modernità è sconfitta e molti abitanti della capitale d'istinto ieri sono fuggiti verso le piazze e i parchi antistanti il Palazzo imperiale: è l'unica zona di Tokyo dov'è proibito costruire grattacieli, e tutti gli edifici sono bassi. Per chiamare parenti e amici si sono gettati verso i vecchi telefoni a gettoni, i soli risparmiati dal grande black-out delle comunicazioni che per ore ha ammutolito i cellulari. Hanno dato l'assalto ai negozi di biciclette: il mezzo di trasporto più antico era l'unico a poterli riportare a casa, nel caos immane degli ingorghi stradali e della paralisi di treni e metro. Tutto ciò che il Giappone ha costruito di più avanzato, ieri era al collasso: come le centrali nucleari da cui dipende un terzo della sua energia elettrica. E' dovuta intervenire la US Air Force dalle basi militari americane per rifornirle d'urgenza con il "liquido refrigerante" dopo che i sistemi di raffreddamento del reattore atomico di Fukushima si erano guastati. "Emergenza nucleare", ha proclamato il governo, e un altro allarme si è aggiunto al sisma, nonostante i decenni di esercitazioni per garantire che le centrali atomiche giapponesi erano a prova di terremoto.

E' uno spettacolo a cui assiste sgomenta la superpotenza amica sull'altra sponda dell'oceano. L'America si è svegliata col terrore che lo tsunami travolgesse le Hawaii, poi la West Coast. Intere città della California sono state evacuate ma le onde gigantesche hanno fatto una vittima in mare a Crescent City, e danni in diverse zone costiere. Ma è soprattutto l'immagine del disastro giapponese seguito in diretta dagli americani col fiato sospeso, ad accentuare il senso d'impotenza. "Il Giappone ha le leggi antisismiche più rigorose del mondo - osserva il New York Times - lo stesso sisma in qualsiasi altra nazione del mondo, anche le più ricche, avrebbe già fatto decine di migliaia di morti in poche ore". Gli americani lo sanno, neppure la California ha investito tanto quanto il Giappone: nei grattacieli costruiti per "piegarsi e non spezzarsi" assorbendo l'impatto; nelle dighe costiere anti-tsunami; nei sensori digitali che collegano perfino le abitazioni individuali col più vasto sistema elettronica di allerta. Di certo avrà limitato il bilancio delle vittime, ma è pur sempre una tragedia. Quando prende la parola Barack Obama promettendo "tutti gli aiuti che il governo giapponese ci sta chiedendo", l'America sente che questa tragedia è un segno di vulnerabilità globale. E' un altro "cigno nero", uno di quegli eventi che gli statistici definiscono "a bassissima probabilità, e altissimo potenziale di danno".

Come la crisi dei mutui che precipitò il mondo nella recessione del 2008-2009. Di nuovo l'America teme che si addensi all'orizzonte una "tempesta perfetta". Il doppio shock terremoto-tsunami in Giappone è l'ultimo dei colpi all'economia globale che si sono susseguiti improvvisamente in poche settimane, oscurando un orizzonte che sembrava volgere al bello. Prima c'era stata l'onda delle rivoluzioni anti-autoritarie del mondo arabo, con il suo impatto collaterale sui prezzi petroliferi "che da solo è già una pesante tassa sulla crescita" secondo il banchiere centrale Ben Bernanke. Legato al caro-petrolio c'è il ritorno delle aspettative inflazioniste. Il più grande fondo obbligazionario mondiale, Pimco, ha venduto tutto il suo portafoglio di Buoni del Tesoro, talmente è certo che le banche centrali dovranno rialzare i tassi presto (in quel caso i vecchi Bot si deprezzano brutalmente). Poi è arrivata una sorpresa dalla Cina: le sue esportazioni sono cresciute solo del 2,4% negli ultimi dodici mesi. Si teme che la cura anti-inflazione della banca centrale cinese cominci a "mordere", ma se rallenta la locomotiva asiatica tutto il mondo ne sentirà le conseguenze. Il terzo shock simultaneo è venuto dall'agenzia di rating Moody's con il declassamento del debito sovrano della Spagna. "L'Europa torna ad essere una bomba a orologeria", è il commento di Desmond Lachman dell'American Enterprise Institute sul Washington Post.

L'ultimo shock è la calamità che mette in ginocchio il Giappone, terza economia del pianeta. Una catastrofe paradossalmente "amplificata" proprio dalla modernità e dalla ricchezza: perché il Giappone in quanto paese avanzatissimo è iper-assicurato (a differenza dell'Indonesia) e quindi i danni si ripercuotono immediatamente sui bilanci delle compagnie assicurative mondiali. Se il disastro di Kobe nel 1995 costò 100 miliardi, a 15 anni di distanza l'impatto non può che essere moltiplicato. Il "battito d'ali di farfalla dall'altra parte del pianeta che genera un uragano" non è un'immagine letteraria, è la teoria del caos che studiano i matematici. Tre, quattro farfalle in simultanea, possono piegare non solo la Torre di Tokyo ma un mondo senza pareti né compartimenti stagni, dove il contagio delle crisi viaggia alla velocità della luce.

di Federico Rampini; la Repubblica

mercoledì 9 marzo 2011

Ufficio intuizione

L’orrore è spudorato, ma la meraviglia coltiva la riservatezza. Perciò dei protagonisti di questa storia sappiamo solo che sono veneti. E che sono stati sposati. Poi lui si ammala gravemente e ha bisogno di un rene compatibile che, come capita spesso, non si trova. L’ex moglie lo rivede, coglie la situazione e senza dirgli nulla si presenta al centro trapianti di Padova. Disposta a donare un pezzo del suo corpo all’uomo con cui ha diviso un pezzo della sua vita. La commissione medica ha già dato il nulla osta, si attende a giorni quello del magistrato.

Subito interpellato dal sottoscritto, l’ufficio cinismo (ha sede in una stanza acciaccata del cuore) comunica che la donna agirebbe in preda alla sindrome di Stoccolma - l’attrazione per il proprio persecutore - oppure al senso di colpa, a seconda che nel matrimonio naufragato avesse più sofferto o più fatto soffrire. Invece l’ufficio pragmatismo (si trova nell’emisfero sinistro del cervello e salva l’essere umano dai precipizi, anche se gli impedisce di volare) insinua che l’ex moglie sarebbe mossa dal senso materno: verso l’ex marito o gli eventuali figli, per non farne degli orfani. Ma l’ufficio intuizione (emisfero destro del cervello, poco frequentato) azzarda una terza ipotesi piuttosto straordinaria: che l’amore di quella donna per quell’uomo non sia finito col matrimonio e la riconosciuta impossibilità di vivere insieme. Perché l’amore, le rare volte in cui è davvero tale, non è un’emozione e neppure solo un sentimento. E’ un’energia. E l’energia non la puoi fermare, purtroppo. Per fortuna.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

lunedì 7 marzo 2011

La giustizia del cuore

Questa storia comincia con un malato cardiaco che sta morendo in ospedale. E con un cuore nuovo a bordo di un aereo-ambulanza, fermo sulla pista in attesa di spiccare il volo. Fra il malato e il cuore ci sono 400 chilometri e un cielo pieno di neve. In sala operatoria tutto è pronto per l’espianto del cuore guasto, eppure il chirurgo frena: prima, dice, assicuriamoci che l’aereo parta davvero. Scelta giusta numero 1: la saggezza. Sulla pista nevica fitto, non ci sono le condizioni per decollare, ma il pilota e l’équipe medica sanno che è questione di vita o di morte e così decidono di mettere in gioco la loro, di vita. Scelta giusta numero 2: il coraggio.

L’aereo prova ad alzarsi, ma la tormenta lo sbatte a terra, costringendolo a piegarsi su un’ala. Tutti sani e salvi tranne il cuore, che l’urto ha reso inservibile. Nessuno recrimina, nessuno perde la testa. Viene lanciato un appello per un cuore nuovo. Scelta giusta numero 3: il carattere. La fortuna ha un debole per i forti: il cuore viene subito trovato e condotto a destinazione in tempo utile per salvare il paziente. Intanto ha smesso di nevicare e l’aereo azzoppato può decollare: dal cuore inservibile i medici riescono comunque a recuperare due valvole. Serviranno ad altri malati. Il gesto di un eroe dipende, in fondo, da un uomo solo. Mentre questa storia è meravigliosa perché allinea una serie ininterrotta di gesti giusti compiuti da un numero rilevante di persone. Che sia potuta succedere in Italia (fra Torino, Lecco e Forlì) è una di quelle notizie che fanno davvero bene al cuore.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 1 marzo 2011

Illuminazione semplificata

Per certe cose neanche Calderoli può bastare:
eccovi un segnalibro digitale.

giovedì 24 febbraio 2011

Niente paura

Basta volerla ascoltare

Esiste davvero. E’ una voce dentro di noi. Più forte dell’ignavia, della paura e persino del cinismo. Usa parole diverse, ma ripete sempre la stessa frase: fai la cosa giusta. L’ha ascoltata il signor Antonio, ex vigile vicentino che da quando è in pensione si piazza ogni giorno a gambe divaricate davanti alla scuola del suo paese per regolare lo sciame degli alunni in uscita. Una macchina-squalo non rallenta e punta un piccolo naufrago in mezzo alle strisce. Il signor Antonio non ha tempo di pensare, solo di sentire. Balza addosso al bambino e lo spinge via. Così però è lui a rimanere alla mercé dello squalo, il cui muso metallico lo catapulta verso il cielo. Il corpo del vigile in pensione ricade sull’asfalto venti metri più in là. Ecco uno di quei martiri laici che bisognerebbe onorare.

La voce del cuore parla a tutti, a tutte le latitudini, a tutte le età. Dal Veneto alla Calabria, in una scuola di Catanzaro dove la preside impugna il regolamento come un batacchio e vieta a uno studente disabile di partecipare alla gita di classe. Ordina addirittura ai suoi compagni di tacergli la data del viaggio. Ma uno di loro sente la voce pulsare dentro di sé e risponde alla preside: se lui non può andare in gita, allora non ci vado nemmeno io. Uno dopo l’altro, i compagni gli fanno eco: nemmeno io, nemmeno io, nemmeno io. E adesso andiamo pure a leggere gli articoli che parlano di sangue, miserie e intrighi. Ma quella voce esiste. Basta volerla ascoltare.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Niente bunga bunga

Salta il concerto di Apicella in programma il 10 marzo agli Arcimboldi di Milano per la prevendita flop: un (1!) solo biglietto venduto. Ecco, chiederei alla magistratura di aprire un fascicolo per indagare sull'identità del misterioso acquirente, perché contemporaneamente si parlava di un tutto esaurito ad Arcore.

martedì 22 febbraio 2011

Ah, dimenticavo

Siccome del maiale non si butta via nulla, anzi, ci tengo a precisare una volta per tutte che, a parte gli articoli e le vignette facilmente rintracciabili, molte ideuzze sono attinte da phonkmeister.com.

...Ma pericolosi

...Divertenti

sabato 19 febbraio 2011

Gli ignoranti (e forse è pure un complimento)

Viva l'Italia (ma sul serio)!!!

Sventurato il Paese che ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Si potrebbe dire sventurato anche il Paese che ha bisogno di comici: c’è voluto Roberto Benigni per risvegliare l’amore per l’Italia in un popolo che sembrava guardare alla propria patria senza emozione, senza stupore e quindi senza coglierne la bellezza. In tutto il mondo ammirano la nostra storia, la nostra cultura, la nostra arte, le nostre meraviglie naturali e anche tanti aspetti del nostro carattere. Per noi tutto questo scivola via come un qualcosa di acquisito e quindi di dovuto: ci soffermiamo sui nostri difetti (e quale popolo non ne ha?), ci diciamo che se c’è qualcosa che ci contraddistingue questa è la nostra cialtronaggine.

Il vecchio vizio dell’autodiffamazione dai film di Alberto Sordi (che con la sua satira confermava però il genio italiano) è diventato carne e sangue in tanta parte di popolo.
E soprattutto, ahimè, in tanta classe dirigente. Ma in quale Paese al mondo la politica si sarebbe divisa sull’opportunità o no di festeggiare un centocinquantesimo anniversario?
Il governo ha varato solo ieri il decreto che fa del 17 marzo una festa nazionale, dopo tante esitazioni da Sor Tentenna. E non è azzardato pensare che a dare la sveglia ci sono voluti Benigni e il festival di Sanremo. L’avete sentito Benigni quando, facendo l’esegesi della prima strofa - Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta - ha sottolineato il verbo destarsi? «Destiamoci, svegliamoci», ha quasi gridato. Difficile anche pensare che in Consiglio dei ministri non abbiano tenuto conto dei dati sugli ascolti: Benigni ha avuto un picco di 19 milioni 737 mila spettatori, e quando ha finito di cantare l’inno lo share era un mostruoso 65,6 per cento.
Ci sono voluti dunque Benigni e Sanremo per dare la sveglia, ma qualcuno s’è svegliato male. La Lega s’è opposta alla festa. Anzi, chiamiamo le cose con il loro nome: quella della Lega non è un’opposizione. Un’opposizione, così come ogni idea diversa, ha sempre diritto di cittadinanza, e si può dissentire anche su una festa nazionale. Ma chiamarla «follia», quindi dare del pazzo a chi vuole celebrare la nascita dell’Italia unita, non è un’idea diversa: è un qualcosa che si qualifica da sé e che qualifica anche chi lo esprime.

Se questo è il livello di chi ci governa, un livello purtroppo in linea con quello di tanti animatori del cosiddetto dibattito culturale, non stupisce che sia un comico a poter vestire legittimamente i panni del nuovo maestro nazionale. Negli anni Benigni ci ha raccontato l’orrore delle leggi razziali, la bellezza della nostra letteratura, perfino la profondità del senso religioso (ricordate come parlava della Madonna rileggendo Dante?), infine l’eroismo con cui i nostri fratelli del passato hanno dato la vita per un’Italia libera dal giogo straniero. E’ stato insieme maestro di storia e cantore delle passioni che di generazione in generazione hanno costituito ciò di cui oggi siamo fatti.

Ha riempito un vuoto, ed è totalmente fuori strada chi vuol fare di lui un interprete di parte. Benigni è un uomo di sinistra e non lo ha mai nascosto. Ma la sua lectio magistralis non ha nulla a che spartire con la desolante faziosità che ha contagiato da tempo politici e intellettuali sempre schierati a priori, mai disposti a riconoscere la realtà se la realtà non coincide con il proprio interesse. Benigni non è uomo che divide per chi lo guarda con occhi onesti. Giovedì sera, appena terminata la performance di Benigni, il ministro La Russa - che non è certo un uomo di sinistra - è andato a dar la mano al direttore artistico del festival, Gianmarco Mazzi: e in quel gesto, fatto in un silenzio che è parso solenne, è sembrato di vedere un sincero ringraziamento per quel che Sanremo aveva regalato agli italiani.

Benigni sa far ridere e sa far piangere, e chi sa far ridere e far piangere tocca le corde più profonde dell’umano. Un altro grande dello spettacolo, Mogol, non ha avuto torto ieri in conferenza stampa ad accostarlo a Chaplin, e a dire che l’altra sera Benigni ha risvegliato un sentimento di amor patrio che non era morto, ma solo sopito.

Accanto al viva l’Italia dell’altra sera sale dal cuore anche un viva Benigni, comico e maestro. E suscita speranza vedere anche comici più giovani come Luca e Paolo. A chi rimproverava loro di aver letto un brano di Gramsci, e quindi di un uomo di parte, Luca e Paolo hanno risposto che uno degli autori che hanno suggerito quel brano è di Comunione e Liberazione, non un comunista: a dimostrazione che per chi ragiona senza pregiudizi conta più la sostanza di un testo che la persona che l’ha scritto.

I comici volano più alto di chi dovrebbe guidarci per ruolo istituzionale. Ma forse questa, più che una sventura, è un’altra testimonianza di quanto siano infinite le risorse di un Paese che qualcuno non vorrebbe celebrare.

di Michele Brambilla; LA STAMPA

giovedì 17 febbraio 2011

La giustizia efficente (sì, senza la i)

Nella primavera del 2007, a Palermo, un alunno di scuola media aveva canzonato un compagno, dandogli simpaticamente del finocchio e facendolo simpaticamente piangere davanti a tutta la classe. La vecchia professoressa di lettere si era accanita contro il mattacchione e, anziché spedirlo ai provini di «Amici», lo aveva messo dietro il banco a scrivere cento volte sul quaderno «io sono un deficiente». Lui aveva scritto cento volte «deficente» senza la i, dimostrando così di avere le carte in regola per sfondare non solo in tv ma anche in Parlamento. Poi era corso a lamentarsi da papà, che di fronte all’affronto intollerabile inferto al ramo intellettuale della famiglia aveva denunciato la prof ai carabinieri, non prima di averle urlato in faccia: «Mio figlio sarà un deficiente, ma lei è una gran c...».

C’è voluto del tempo per ottenere giustizia, però ieri alla fine l’aguzzina è stata condannata: un anno di carcere con la condizionale per abuso di mezzi di disciplina, nonostante l’accusa avesse chiesto solo 14 giorni. Che vi serva da lezione, cari insegnanti. La prossima volta che un alunno umilierà un compagno di fronte a tutti, aggiungete al coro il vostro sghignazzo e non avrete nulla da temere. A patto che l’umiliato non si impicchi in bagno, come altre volte è accaduto, perché allora vi accuseranno di non aver saputo prevenire la tragedia. E il simpatico umorista di Palermo finalmente vendicato? Lo immaginiamo ormai cresciuto, tutto suo padre, intento a scrivere cento volte sul quaderno «io sono intelligiente» e stavolta senza dimenticare la i.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Lo statista

http://www.youtube.com/watch?v=XskrKldYisA

mercoledì 16 febbraio 2011

Ops

Ci avete fatto caso, quanti idioti passeggiano per le nostre strade: troppo lenti, sbadati, gli occhi incollati allo schermo del telefonino, la testa altrove mentre ascoltano musica dagli auricolari? Attenzione però: se evocare questi comportamenti vi riaccende ricordi esasperanti e collere represse, potreste essere affetti dalla Sindrome dell'Aggressività Pedonale. Per molti decenni gli psicologi americani hanno studiato un fenomeno analogo tra gli automobilisti. Essere chiusi nell'abitacolo in mezzo a un ingorgo, può trasformare in mostri persone altrimenti normali. La "road rage", letteralmente rabbia stradale, miete vittime ogni anno e ha fatto nascere i corsi di "anger management" o controllo della collera. Ora sta accadendo lo stesso tra i pedoni.

La "rabbia da marciapiede" dilaga. Un po' è colpa dei nuovi gadget elettronici che monopolizzano la nostra attenzione anche nei momenti più inadatti. Così come i guidatori distratti dal telefonino provocano stragi, anche i pedoni sono sempre più spesso coinvolti in incidenti perché guardano altrove. Ma gli esperti del Department of City Planning di New York hanno individuato anche altre cause. Nelle metropoli sempre più multietniche convivono dei "codici culturali di buona educazione" troppo diversi tra loro: il comportamento "civile" che io pretendo dagli altri pedoni non è necessariamente quello che loro si aspettano da me. Infine pesano fattori demografici o sanitari: aumentano gli anziani, e gli obesi. Tutte categorie che camminano più lentamente. Lo stesso ufficio della pianificazione urbana di New York ha misurato su un campione di 8.978 pedoni sui marciapiedi di Manhattan le diverse velocità di crociera. Si va da un massimo di 1,35 metri al secondo per chi sta raggiungendo il luogo di lavoro (con punte di 1,40 per chi lo fa ascoltando musica: sarà il ritmo che galvanizza) fino al minimo degli anziani la cui falcata in media vale 1,11 metri al secondo. I turisti sono penultimi per lentezza, a parità con i sovrappeso.

Velocità così disparate creano le premesse di un conflitto permanente: chi ha fretta deve dribblare chi passeggia a zonzo, e anticipare i comportamenti più erratici per evitare lo scontro. In una metropoli intasata di folle camminanti come Manhattan, è nato perfino un club di pedoni ultra-veloci raggruppati su Facebook sotto il titolo "Segretamente Vorrei Prendere a Pugni sulla Nuca Quelli che Camminano Piano". Ma c'è poco da ridere: l'insofferenza da marciapiede sta moltiplicando episodi che gli psichiatri chiamano "patologia dell'accesso di collera intermittente". La violenza è dietro l'angolo. O comunque si rischia di aggiungere stress allo stress, se il marciapiedi diventa un luogo dove si accumulano piccoli sgrabi, sorde ostilità, rancori verso l'altro.

Il serissimo Wall Street Journal lancia l'allarme con un'inchiesta dal titolo evocativo: "Togliti di mezzo, pezzo di m...". Cita lo psicologo Jerry Deffenbacher, docente alla Colorado State University, secondo il quale "è urgente capire i fattori scatenanti della rabbia, e aiutare a padroneggiarli". Un altro psicologo, Leon James dell'università delle Hawaii, ammette di essere diventato un esperto della materia in quanto "pentito". Abitando a Honolulu, una città perennemente invasa dai turisti, James subìva una tortura simile a quella dei veneziani che debbono dribblare la marea dei turisti per non arrivare in ritardo ad ogni appuntamento. "Percepivo i marciapiedi come una mia proprietà, avanzavo come un carrarmato e peggio per chi mi bloccava il passaggio", ricorda James. Dopo aver domato il male, oggi è lui ad avere definito i quindici sintomi della Sindrome dell'Aggressività Pedonale: un elenco di piccoli gesti ostili come tagliare la strada o strisciare senza chiedere scusa, che devono far suonare un campanello d'allarme. Curarsi è essenziale "perché la collera è causa d'ipertensione e malattie cardiache". Tanti piccoli trucchi possono aiutare: per esempio "allargare lo sguardo come un grandangolare, abbracciare l'orizzonte, per studiare in anticipo e con calma le strategie di sorpasso dei più lenti". Bei tempi lontani, quando in Giappone s'insegnava addirittura a scuola come inclinare nei giorni di pioggia l'ombrello per far cadere le gocce in senso opposto ai passanti, o il galateo dei nostri nonni comandava di cedere sempre alle signore la parte interna e più sicura del marciapiedi.

di Federico Rampini; la Repubblica

Aggiornamenti... nonostante tutto

martedì 15 febbraio 2011

Sì no però dipende

Sei favorevole a che un single possa adottare un bambino, come auspicato dalla Cassazione? Risponderò con la consueta chiarezza: sì no però dipende. Sono stato cresciuto da un genitore solo, maschio per giunta, ma a partire dai nove anni: prima avevo ancora la mamma ed è nel periodo dello svezzamento, asseriscono gli psicologi, che la presenza di entrambi ha un ruolo cruciale. Se fossi nato ieri, non mi farebbe impazzire l’idea di un genitore unico, che fra l’altro non vedrei quasi mai perché sarebbe costretto a lavorare dal mattino alla sera per mantenermi (come le coppie, peraltro, in virtù del poco part-time e dei bassi stipendi). Se però l’alternativa fossero l’orfanotrofio o la strada, sarei felicissimo di finire fra le braccia di un single, alleviando la mia e la sua solitudine.

È ovvio che il mio aspirante mono-genitore dovrebbe partire dal fondo della lista d’attesa, dentro la quale si macerano da tempo immemorabile tantissime coppie. E i filtri che subordinano la mia assegnazione alle sue cure dovrebbero essere più selettivi, ben sapendo che rimarrebbe comunque una percentuale di rischio, perché neppure un congresso di assistenti sociali potrà mai misurare con certezza la sua predisposizione ad amarmi. Come sempre in materia di diritti civili, non si tratta di stabilire un obbligo, ma di togliere un divieto. Non di concedere un privilegio, ma di offrire una possibilità. In un mondo dove la scienza, più rapida e classista della legge, consente già a un single che ne abbia i mezzi economici di fabbricarsi il suo pupo su misura.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

domenica 13 febbraio 2011

Impressioni

Partyamo il 17 marzo

REPVBBLICA ITALIANA

MINISTERO DELL’INTERNO

Roma, 11 febbraio 2011

Al profilo Facebook di tutti gli Illustrissimi Sig.ri Prefetti

Oggetto: megasuperparty X festeggiare l’unità nazionale!!!!!!!!!!!

Ciao tesori!!!

In relazione al megaparty X i festeggiamenti ke prima eravamo tanti paesi diversi e poi, grazie a Gary Baldi, siamo diventati 1 paese solo ttt unito, si rikorda ke la giornata del 17 marzo i pubblici uffici le skuole sono kiusi!!!!!!!!!

(MARCEGALLIA VACCI TU A LAVORARE!!! :D :D )

Si rakkomanda xtanto di verificare ke i bidelli kiudano bene le porte! ;) ))))

X ciò ke attiene alla festa, si rikorda ke:

1) La serata inizierà con 1 Eppy Auar (o ape) a base di moiti & kapirosche c/o (ke vuol dire presso) il BAR COLLO, P.iazza Venezia, Roma (da non konfondere con il BAR OMETRO, P.iazza Roma, Venezia) alle ore 18.00. Si rakkomanda la puntualità;

2) MUSIKA MUSIKA MUSIKA!!!!!!!!!!! è obbligatoria la presenza di una banda musikale ke esegua i seguenti brani (o canzoni): “Italia Italia”, di M. Reitano; “l’Italiano”, di T. Kotugno; “Waka Waka”, di Sciakira; “Notizia è l’anagramma de mio nome”, di Tizy Ferro.Vietato suonare cose noiose, no inno, no Mameli, sì schiuma party.

3) E’ ftto divieto di introdurre al party: mignotte; cani; cocaina (soprattutto cani). E’ inoltre vietato tokkarmi tramite pakke sulla spalla X iniettarmi le sostanze della morte e/o le droghe che ti fanno dire la verità anke se tu vuoi dire le bugie (lo diko xkè lo so ke QUELLA XSONA KE TUTTI SAPETE KI E’ mi droga quando nn me me accorgo).

4) Siete ttti invitati!!!!! Spero ke ki non viene krepi kon ttte le sue troie.

Allora ci vediamo stase!! Ciao!!!!!!1!

Il Ministro dell’Interno
Dott.ssa Sara Tommasi ♥♥♥

Da saurosandroni.com

giovedì 10 febbraio 2011

In piazza contro...

Anch’io domenica scenderò in piazza contro chi disprezza il corpo e l’anima delle donne. E cioè contro i vecchi bavosi che le riducono a gingilli. Contro gli arrivisti che le utilizzano come merce di corruzione presso i potenti. Contro le ragazze che si vendono, spacciando la loro bramosia di denaro e di fama per libertà. Contro i genitori disposti ad accettare l’idea umiliante che la carne della propria carne diventi strumento di carriera. Contro chi pensa che non esista una via di mezzo fra il burqa e il bunga bunga e invece esiste: chiamiamolo burqa bunga, oppure dignità. Contro i pubblicitari che da trent’anni riempiono di seni & sederi le tv e i muri delle nostre città per promuovere prodotti (telefoni, gioielli, giornali di sinistra) che nulla c’entrano con la biancheria intima. Contro le tante signore «impegnate» che hanno accettato questo insulto senza protestare. Contro gli autori televisivi che hanno ridotto il vestito delle ballerine a un filo interdentale, imponendo al Paese un’estetica trucida e volgare. Contro gli autori televisivi che hanno fatto la stessa cosa, ma sostenendo che si trattava di una forma sottile di ironia, mentre di sottile c’era solo la gonna. Contro chiunque considera il corpo delle donne un fatto pubblico, quando invece è un bene privato da esibire soltanto a chi si vuole, e nell’intimità. Contro i giornali e i siti «seri» affollati di culi & sederi. E contro coloro che se ne lamentano, ma intanto cliccano lì.

In fondo domenica scenderò in piazza un po’ anche contro me stesso.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

venerdì 4 febbraio 2011

Babbo Bossi

Sultani imparziali

Dopo attente riflessioni, la commissione incaricata di ridurre il numero dei consiglieri regionali siciliani da 90 a 70 ha deciso di soprassedere, «ben altri» essendo i problemi dell’isola. Non che abbia minimamente influito, ma per la completezza dell’informazione gioverà aggiungere che la commissione era composta dai consiglieri regionali medesimi. Il loro senso di responsabilità è al di sopra di ogni sospetto: di recente si sono ridotti lo stipendio del 10%. E’ vero, se ne sono aggiunti un altro 10%, alla voce «aggiornamenti culturali». Ma la cultura è importante. Come i viaggi di lavoro, del resto: 490 mila euro l’anno. E però non di sola cultura e di soli viaggi vive l’uomo. Così l’Assemblea regionale ha posto fine allo scandalo del ristorante interno, dove un pasto completo costava 11 euro. Il menu è stato raddoppiato (classico ed etnico), e il conto ridotto a 9. C’è poco da ridere: anche un risparmio di 2 euro può aiutare il bilancio familiare di persone che ne percepiscono appena 19.400 al mese, lordi.

Qualche lettore si starà domandando come mai i cittadini siciliani accettino questo scandalo finanziato dalle loro tasse (per inciso anche dalle nostre) senza ribellarsi. L’indole fatalista? Forse. Ma soprattutto il clientelismo: Palermo ha oltre ventimila dipendenti comunali. Per pagare i quali, a gennaio, il sindaco ha dovuto attingere ai fondi inviati da Roma per togliere la spazzatura dalle strade. Ventimila dipendenti, in effetti, sono un po’ troppi. Andrebbero ridotti, ma niente paura: se ne occuperà la prossima commissione.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

giovedì 3 febbraio 2011

Disperazione

Dal vivo

Aiuto! Aiuto! Nessuno andrà più nei musei!, potrebbe venir voglia di dire dopo aver sentito che Google metterà in rete più di mille immagini, tanto per cominciare, dei capolavori dell’arte esposti nei grandi musei del mondo ad altissima definizione.

Viene da pensare a quando fu possibile cominciare a vedere i film a casa con il videoregistratore. Nessuno andrà più al cinema si disse. Ma non fu così. Quindi la gente continuerà ad andare nei musei? Sicuramente sì. Lo dice anzi proprio in una sua dichiarazione Nelson Mattos, capo della divisione di ricerca di Google Art Project, i capolavori in rete. Mates dice: «La prima volta in un grande museo ci sono stato quando studiavo all’estero: ricordo ancora l’emozione di gironzolare per quelle sale».

Ecco, l’emozione di quel gironzolare, anche se il computer ci prova in tutti modi, non potrà mai essere sostituita dalla tecnologia. Così come le sensazioni di trovarsi in una sala buia in mezzo a tanta altra gente a condividere l’emozione del grande schermo cinematografico non sono mai state sostituite da nessun Vhs, dvd o film scaricato dal computer. Nessun sistema acustico super digitalizzato e perfetto potrà mai sostituire l’emozione di ascoltare un’opera a teatro.

Così come, senza voler fare troppo i colti, nessuno schermo al plasma, per quanto grande sia, potrà sostituire l’emozione di essere allo stadio a tifare per la propria squadra o sulle gradinate di Wimbledon durante la finale tra Federer e Nadal. La tecnologia è fantastica e sicuramente cambia il nostro modo di guardare la realtà, ma tuttavia non riesce a mutare il modo in cui ci emozioniamo nella realtà. Perché l’emozione è anche una questione di scala. Possiamo ammirare le più belle fotografie del Grand Canyon o del Cervino, ma quando siamo lì la maestosità del paesaggio produce un’emozione irripetibile. Possiamo osservare ogni cretto, ogni pennellata, ogni piccola linea di un famoso dipinto, ma esserci fisicamente davanti è un’altra cosa. Davanti alla grandissima bellissima tela di Paolo Veronese «La cena in casa Levi» all’Accademia di Venezia, l’emozione è ben diversa che vederla sullo schermo di un computer, anche se magari lì si possono vedere dettagli che ad occhio nudo ci sfuggono.

Vale la stessa cosa anche per opere piccole come le tele di Vermeer. In questo caso l’intimità dell’opera può essere goduta solo trovandosela davanti. I dettagli non sono di solito quello che gli artisti vogliono darci. L’artista, grande o piccolo che sia, vuole comunicarci nel modo più immediato possibile una sua emozione, un suo pensiero. E’ il romanzo nel suo insieme che ci appassiona, non le sue parole prese singolarmente, anche se poi un linguista potrà analizzarle una per una. Così per un quadro. Non è la singola pennellata, ma l’insieme delle sue pennellate che lo rendono forte, emozionante, bello o brutto a seconda dei gusti e delle intenzioni dell’autore.

Google potrà farci entrare sotto il colore di un quadro anche attraverso le più piccole crepe, come quel film dove i personaggi, rimpiccioliti, viaggiavano dentro il corpo umano. Ma come loro non potevano esplorare pensieri e idee della persona dentro la quale stavano viaggiando, così anche noi non potremo mai avere attraverso l’immagine digitale quell’esperienza unica che solo «gironzolando» fra le sale di un museo potremo avere, consentendoci d’imbatterci in capolavori che pensavamo di stra-conoscere attraverso le loro riproduzioni, ma che una volta che ce li troviamo davanti in carne e ossa, come un famoso attore che incontriamo al bar, capiamo essere qualcosa, se non di completamente diverso, sicuramente di molto più profondo e unico, o forse magari ne rimarremo delusi aspettandoci invece quel qualcosa di più che la tecnologia, forse con troppo zelo, aveva svelato e che invece, nella mente dell’artista, doveva rimanere nascosto.

di Francesco Bonami; LA STAMPA

lunedì 31 gennaio 2011

L'hanno spenta

Vivere senza la tivù? Forse si può. E magari si vive pure meglio. A Offemont, nell’Est della Francia, sono convinti che spegnere lo schermo accenda la vita. E infatti da tre anni il Comune invita i suoi amministrati a dimenticare il telecomando per una settimana. Dopo il Comune denuclearizzato, arriva il Comune detelevisionato. E non vale dire che, visti cinque minuti della tivù francese, si rimpiange perfino quella italiana: l’idea è buona, la scommessa intrigante, un esperimento sociologico con gli abitanti del villaggio a fare da cavie umane.

Eroici davvero: Offemont non è Parigi, dove le serate senza tivù passano benissimo. Si tratta di un piccolo Comune della Franca Contea, 3.463 abitanti all’ultimo censimento, un villaggio dormitorio vicino a Belfort, nei pressi della Svizzera e, si suppone, altrettanto noioso. In effetti le attrazioni locali si possono riassumere in una parola sola: nessuna. C’è la solita Mairie megalomane (dalla sede comunale di ogni paesello francese si potrebbero amministrare intere regioni), la chiesa e, poco lontano, il parco naturale dei Vosgi. Parigi dista 362 chilometri in linea d’aria e molti di più come atmosfera. Una volta rimirati per bene i Vosgi, l’impressione è che non ci sia molto da fare, specie nelle notti d’inverno che qui è rigido assai. Insomma, la tivù pare proprio indispensabile.

Invece gli amministratori locali, che sono poi delle amministratrici perché la sindachessa si chiama Françoise Bouvier e l’assessora antitivù Brigitte Chevillat, sono invece convinti che gli «Offemontois», così si chiamano gli amministrati, debbano pigiare lo stop sul telecomando, togliersi le pantofole e uscire: «Tutti gli inverni, la gente si chiude in casa - spiega Chevillat -. La soluzione più facile è mettersi davanti alla televisione. Volevamo stimolare le coscienze, provare che esiste un altro mondo».

Detto fatto. Chevillat & co. hanno esposto all’ingresso del borgo un grande cartello disegnato come un piccolo schermo dove si annunciava la settimana senza tivù dal 23 al 30 gennaio. Hanno organizzato al centro polivalente una serie di attività dove c’era un po’ di tutto, dalle lezioni di cucina delle Antille al torneo di ping-pong, dal corso di tecnica circense al tè danzante, dal mercatino alla lettura delle favole. E hanno retto all’assalto dei giornalisti incuriositi da questi alieni capaci di sopravvivere senza la loro dose quotidiana di raggi catodici, in un Paese dove nel 2010 ogni francese ha passato davanti alla tivù in media 3 ore e 32 minuti al giorno, 7 di più che nel 2009 e 19 più del 2000. A Offemont, la settimana «no video» si è conclusa sabato con una cena antillese (oddio, allora forse sono meglio il Grande fratello e simili, che imperversano anche da questa parte delle Alpi), quindi ieri è stato il giorno dei bilanci. Li ha tirati il Parisien. Risultato: la popolazione ha retto, anche se la resistenza c’è stata e ha trovato il suo epicentro nel locale bar Sport dove cinque-schermi-cinque sono rimasti accesi in permanenza sulle partite di ogni possibile sport e soprattutto sulle corse dei cavalli, che in Francia imperversano su ogni canale e giornale. Però, a parte le solite mamme che ammettono di parcheggiare il pupo a lobotomizzarsi davanti allo schermo, la maggioranza dice di aver tenuto e la minoranza che non c’è l’ha fatta confessa di aver acceso con i sensi di colpa, di nascosto o per impellenti ragioni, tipo Svezia-Francia di pallamano, un’altra incomprensibile passione gallica. Per finire con una nota commovente: le due famiglie che hanno scoperto solo durante la cena comunale di essere vicine di casa. Prima, ognuno per sé e la tivù per tutti.

di Alberto Mattioli; LA STAMPA

venerdì 28 gennaio 2011

Che ci sarà di male?

Onestà

Un lanciatore di baseball della squadra di Kansas City aveva ancora un anno di contratto da 12 milioni di dollari, ma vi ha rinunciato perché stava giocando male: gli sembrava di rubare lo stipendio e si è ritirato. Il baseball stimola pensieri evoluti dai tempi di Charlie Brown. Cionondimeno immagino che in queste ore stuoli di medici si affollino al capezzale di Gil Meche per capire in quale punto esatto della nuca lo abbia colpito la pallina. Sento la voce del cinico: è un campione miliardario, sai che sacrificio! Ma il punto non è la rinuncia (e comunque 12 milioni sono un discreto bottino anche per un nababbo). E' la motivazione.

Non vi sfuggiranno gli effetti che un esempio simile potrebbe avere sugli equilibri del pianeta, in caso di propagazione del contagio. Se tutti i manager scarsi rifiutassero la liquidazione con cui vengono accompagnati alla porta dalle aziende che hanno impoverito con le loro scelte sciagurate. Se gli assunti demotivati, raccomandati e sopravvalutati (tre caratteristiche talora riscontrabili nella stessa persona) presentassero le dimissioni con queste parole: «Troverei giusto che la mia retribuzione andasse a quel precario che sgobba il triplo di me». Se insomma ogni uomo, in ogni circostanza della vita, si guardasse allo specchio con obiettività e ne traesse le conseguenze naturali, anziché sentirsi sempre un fenomeno incompreso e la vittima di qualche complotto, è evidente che il mondo cesserebbe di essere la simpatica schifezza che è. E, finalmente perfetto, si dissolverebbe nello spazio esibendo il cartello: missione compiuta.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

giovedì 13 gennaio 2011

Così va l'informazione

Et voilà

ROCK

Le riviste musicali di mezzo mondo annunciano la morte del rock. Dopo il romanzo e il cinema sarebbe deceduto anche lui per consunzione: fra le cento canzoni più vendute nella madrepatria Inghilterra, soltanto tre ospitano ancora chitarre arroventate e rollii di batteria. Per fortuna il rock, come il romanzo e il cinema, è già morto e risorto parecchie volte, e poiché di solito dà il meglio di sé quando i giovani sono arrabbiati con gli adulti, c’è da scommettere che produrrà presto nuovi capolavori.

Quando noi diciamo che qualcosa muore, in realtà sta solo cambiando il nostro modo di percepirlo. Il tempo. Che nel precedente evo tecnologico, quello dei telefoni a gettone e del duplex in casa, era composto di strisce lunghe e ininterrotte, durante le quali potevi assaporare senza distrazioni l’assolo dell’organista dei Pink Floyd in «Ummagumma» (12 minuti) o Maigret alla tv che ispezionava il luogo del delitto in una scena che non durava mai meno di un quarto d’ora. Telefonino e computer hanno frantumato le strisce del tempo: oggi sappiamo godere di più cose insieme, ma di nessuna troppo a lungo. Tutto ci distrae e subito dopo ci annoia. Una musica o una storia, per attirarci, devono essere brevi. Ma ciò che poi ce le fa dimenticare in fretta non è la brevità. È la mancanza di passione. Il rock è nato breve e passionale e quindi saprà rimodellarsi all’era moderna. Non date troppo ascolto ai becchini: il rock non morirà mai. Non fino a quando il piede di un sognatore batterà a ritmo con il suo cuore.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 11 gennaio 2011

Indubbiamente in dubbio

L'universale

Il nuovo partito dell’eterno Berlusconi potrebbe chiamarsi come una canzone di Mino Reitano: Italia. Bocciata «Magic Italy», che in effetti sembrava l’insegna di un motel, il sublime venditore di pacchi elettorali accarezza un’idea mai osata prima da nessun condottiero, neanche da Napoleone e Alessandro Magno nelle notti di pesantezza di stomaco: appropriarsi del logo della nazione. Una mossa geniale, secondo gli esperti di marketing. Una conseguenza logica, secondo lui, che di quel marchio - Italia - già possiede svariati beni immobili e non poche persone.

Come si chiameranno i suoi adepti? Italiani, e che gli altri si arrangino. Per i leghisti del Nord e i neoborbonici del Sud cambiare nome non sarebbe un problema, semmai un onore. Restano le minoranze: quelli che votano a sinistra nonostante la sinistra, quelli che votano Terzo Polo anche se non hanno ancora capito cos’è e quelli che non votano affatto, eppure sono nati in Italia esattamente come Cicchitto e Gasparri. In che modo ribattezzarli, nel momento in cui un partito, cioè una parte, assume su di sé la rappresentanza del tutto? Berlusconi una mezza proposta ce l’avrebbe: anti-italiani.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

On the highway

Gli Stati Uniti sono una terra di grandi distanze. Migliaia di chilometri di strade che attraversano deserti, pianure, canyon e montagne. Di solito per comodità e risparmio di tempo si percorrono in aereo. Ma c'è anche chi ama scoprire i territori, e si mette al volante, magari per il mitico coast su coast sulla Route 66. Ma i tempi sono lunghi, infiniti, anche grazie (o per colpa) dei limiti di velocità irrisori, almeno dal punto di vista italiano.

Che fare durante tutto il tempo trascorso incollati al sedile? Gli americani hanno pensato anche a questo dettaglio. Per intrattenere gli irriducibili della quattro ruote si sono inventati degli spot ad hoc: attrazioni on the road che rendono interessante e insolita la sosta. Ecco quindi dieci tra le migliori Roadside Attractions, alcune già inserite nella classifica stilata dalla Lonely Planet , altre scelte tra quelle segnalate dagli stessi automobilisti su siti come Waymarking

1 La città al centro del Mondo. Felicity in California merita di sicuro una sosta. Nella cittadina situata nel Deserto di Sonora, vicino al confine con l'Arizona e la California del Sud, c'è una piramide in stile egizio, una scala che ricorda la torre di Babele, una statua che raffigura il braccio di Dio teso verso l'Uomo (quello dell'affresco di Michelangelo della Cappella Sistina) e un disco di metallo con inciso "Centro ufficiale del Mondo". La sua storia? Niente di più semplice. Jacques-Andre Istel si è fatto riconoscere il diritto di definire "Centro del Mondo" un punto preciso nella sua proprietà (cosa peraltro confermata anche dal Institut Geographique National of France) e attorno ci ha costruito una cittadina: Felicity, dal nome della moglie Felicia Lee.

2 Taglialegna giganti e buoi blu. Un taglialegna gigante e il suo bue altrettanto enorme e blu. A noi dirà ben poco (a meno che non abbiate visto la puntata dei Simpson in cui Homer si trasforma in un colosso in camicia a quadri e ascia) ma negli Stati Uniti la storia di "Paul Bunyan e Babe the Blue Ox" è molto famosa. A seconda delle versioni della leggenda al Re dei Taglialegna sarebbe attribuita la creazione del Grand Canyon e dei Grandi Laghi tra Stati Uniti e Canada (un abbeveratoio adatto alla mole di Babe). Quasi la metà degli stati americani ha una sua statua per raffigurare il leggendario Paul, qui vi proponiamo le raffigurazioni giganti di Paul e Babe nella cittadina di Bemidji nel Minnesota. Costruite nel 1937 per aprire l'annuale parata di Carnevale sono rimaste ad attrarre gli automobilisti di passaggio fino ad oggi. Il taglialegna è alto 5 metri e mezzo, mentre il suo fido compagno è lungo 7 metri (dal naso alla coda)

3 Il ranch delle Cadillac. Quest'attrazione si trova sulla mitica Route 66. E proprio per onorare gli automobilisti di passaggio un eccentrico milionario di Amarillo (Texas) nel 1974 ha deciso di "piantare" a fari in giù 10 Cadillac, creando così una singolare attrazione: il Cadillac Ranch, appunto. Adesso i visitatori lasciano un segno della loro sosta firmando le auto o dipingendole con la vernice.

4 Palla di spago da guinness. Perché fermarsi a Darwin, una cittadina del Minnesota a quasi 100 chilometri da Minneapolis? Forse averla come meta di viaggio è un po' eccessivo, ma se vi trovate sulla US 12, l'autostrada del nord che collega Detroit con l'Oceano Pacifico, potrete concedervi una sosta per ammirare la più grande palla di spago del mondo costruita da una sola persona. Vista la grande concorrenza internazionale, è possibile che quella di Darwin non sia più la più grande, ma di sicuro è stata la prima, quindi vale la pena onorarla.

5 Teste presidenziali. Nel centro di Houston (Texas) precisamente in Summer Street c'è una sorta di Monte Rushmore, più piccolo ma più popolato. Nel parcheggio dello studio di David Adicker, un artista e scultore, è possibile ammirare i busti giganti dei presidenti degli Stati Uniti realizzati per essere esposti nei musei. L'area è aperta seguendo gli orari lavorativi dello studio, ma anche se i cancelli sono chiusi alcuni "testoni" di Bush e compagni sono visibili dalla strada

6 Il castello di corallo. Quando si è innamorati si dice di essere disposti a tutto pur di conquistare o far felice la persona amata. In questo caso non parliamo di centinaia di rose rosse o gigantesche scatole di cioccolatini, a Homestead in Florida (50 chilometri da Miami) siamo piuttosto di fronte ad un gesto in stile Taj Mahal. Come l'imperatore Shah Jahan fece costruire nel Seicento un palazzo-mausoleo in memoria della consorte, Ed Leedskalnin un immigrato lettone ha costruito un Castello di Corallo per il suo perduto amore. Da notare il verbo "ha costruito", perché in questo caso è stato proprio l'amante a scolpire pezzo dopo pezzo i due milioni di tonnellate di pietra corallina necessaria per realizzare il suo luogo incantano.

7 Lucy l'elefante. Nel 1881 a Margate (New Jersey), pochi chilometri a sud di Atlantic City, per attirare i potenziali acquirenti di terreni nella zona, è stato costruito uno strano collettore: un enorme e grigio pachiderma di legno alto quasi venti metri, noto come Lucy the Margate Elephant. Da allora è stato riconvertito in hotel, casa privata e in ristorante, ma adesso per evitare che si danneggi (è stato inserito nel Registro Nazionale dei luoghi storici), è diventato un luogo di visite guidate.

8 Museo degli Ufo. Secondo Fox Mulder "la verità è la fuori", invece a leggere lo slogan del Museo Internazionale degli Ufo di Roswell nel New Mexico, "la verità è qui". Questa cittadina è divenuta famosa nel 1947 dopo un misterioso schianto a cui l'esercito degli Stati Uniti ha riservato una particolare attenzione. La suggestione ha fatto il resto, trasformando l'incidente in un atterraggio alieno. E il museo contiene la cronostoria dell'evento, foto di avvistamenti e altre prove a supporto della tesi. Se vi capita di passare da quelle parti la prima settimana di luglio non perdetevi il Roswell Ufo Festival e ... ricordatevi il costume da vulcaniano.

9 Il giardino dell'Eden di pietra. Adamo ed Eva vi accolgono sorridenti sul cancello del Giardino dell'Eden, che per la cronaca non si trova in Mesopotamia ma a Lucas in Kansas. Questo insolito parco è l'opera di Samuel Dinsmoor, un insegnante in pensione che nel 1907 cominciò a installare enormi sculture in cemento e pietra calcarea seguendo la sua personalissima filosofia. Il giardino in questione è visibile dalla strada, ma se avete tempo potete entrare pagando un biglietto e vedere, oltre alle 150 statue che raccontano la storia del mondo a partire dalla sua creazione, le spoglie di Samuel in una bara con il coperchio di vetro.

10 AAA Bagagli smarriti cercasi. Nel centro di Scottsboro, una cittadina nel nord dell'Alabama non distante dal confine con la Georgia e il Tennessee, sulla Highway 279, si trova un centro commerciale molto particolare. Gli articoli in vendita non provengono infatti da una fabbrica, ma dagli aeroporti nazionali. L'Unclaimed Baggage Center è il luogo dove finisco tutti I bagagli perduti: se entro 90 giorni non vengono reclamati, le maggiori compagnie aeree del paese li spediscono proprio qui. Un luogo da sogno dove poter acquistare a prezzi vantaggiosi computer portatili, lettori mp3, fotocamere, maglioni e borse firmate.

di Lara Gusatto; la Repubblica