mercoledì 30 novembre 2011

Paracarri

Allora, sabato (e i giorni precedenti) il tg di Rai Uno era il più seguito d’Italia. Poi domenica - poiché il traino della Formula uno è molto più debole di quello dell’Eredità, come ha sostenuto il direttore Augusto Minzolini - il Tg1 è sceso al sedici per cento superato dal Tg5 di Clemente Mimun al venti e persino dal Tg3 di Bianca Berlinguer al diciassette. Ma ieri Minzo è subito tornato al ventidue per cento, riscavalcando sia il tg della Rai Tre sia quello di Canale 5. Tutto questo per dire che l’unico che non fa un sorpasso è Felipe Massa.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

lunedì 28 novembre 2011

Boris Johnson...

Sapete chi è? E' il sindaco di Londra che si sposta a lavoro.
E ho detto tutto.

sabato 26 novembre 2011

I mestieranti

Finalmente. Un peso in meno per la sinistra italiana, che già ne ha troppi. Il peso da cui s'è forse liberata (e almeno per un pò, visto che ormai ha scelto Silvio come alleato nel governo tecnico) è quello dell'antiberlusconismo. A martellare l'ex premier ora ci pensa la Lega, in un ritorno al futuro, in un revival dei bei tempi in cui, prima della riappacificazione in vista delle elezioni del 2001, il Cavaliere era agli occhi dei valligiani di Bossi il Cavaliere Nero, l'Orco di Arcore, il Miliardario brutto, sporco e cattivo. È ritornato ad essere così. Basta ascoltare gli sfoghi del popolo lumbard nelle varie sagre della polenta o del maiale pre-alpino o post-dolomitico.

O le parole dell'Umberto, ieri: «Quello pensa solo ai fatti suoi, ha lasciato il governo perchè le sue aziende stavano andando male». Berlusconi si è arrabbiato assai per queste accuse, e sarà gustoso vedere da adesso in poi la guerra fra due leader, piuttosto ammaccati, che in questi anni si sono riempiti vicendevolmente la bocca con i sentimenti profondi e fraterni che li univano: «Io mi fido solo di Silvio», «Io mi fido solo di Umberto». Ma figuriamoci.

I comici in questo periodo sono intristiti per il fatto di non avere più il nemico Berlusconi che li ha tanto fatti divertire, ma dovrebbero anche sacramentare. Perchè c'è un comico più bravo di loro, lassù in Padania, che gli ha rubato il mestiere.
di Mario Ajello; Il Messaggero

Amori impossibili

Ma Vendola lo sa che alle primarie dovrà sfidare Passera?

di Jena; LA STAMPA

Incul(c)are

Secondo un’indagine della Banca d’Italia illustrata dal governatore Ignazio Visco, «i salari di ingresso nel mercato del lavoro sono oggi in termini reali su livelli pari a quelli di alcuni decenni fa». Non è chiaro? Bè, in pratica, chi comincia a lavorare oggi deve accettare uno stipendio molto basso, che non tiene conto della crescita del reddito che si è nel frattempo registrata. Ancora non ci siamo? Mettiamola così: prima si inserivano i giovani nel mercato del lavoro, adesso si inserisce il mercato del lavoro nei giovani.
di Mattia Feltri; LA STAMPA

venerdì 25 novembre 2011

Rosalia D'Amato

E chi è? Forse l'ultima fiamma di Silvio?
Dopo 7 mesi l'equipaggio tenuto ostaggio da pirati somali è stato liberato.

(Anti)eroe

Si può comprendere lo stupore che emerge dagli interrogatori di Tommaso Di Lernia, il tizio che ungeva politici e dirigenti per mungere la mammella degli appalti pubblici. A un certo punto del suo peregrinare fra mazzette e fatture false, Di Lernia finisce nell’ufficio di un alto funzionario dell’Enav che si colloca a uno snodo cruciale del percorso tangentizio. Il corruttore ha bisogno della sua firma o della sua omertà. «Andai da lui per cercare di disincagliare la situazione» racconta nel gergo delle deposizioni, «ed egli mi manifestò le sue ragioni, devo dire valide. Allora tentai di offrigli del denaro, ma mi resi conto che non avrebbe accettato nessuna retribuzione».

Dunque il funzionario si attenne alle regole, rifiutandosi di disincagliare e di intascare. Nonostante attorno a lui fosse tutto un fiorire di attività intascanti e disincaglianti: chi si faceva accreditare i soldi all’estero, chi li intestava a una società di comodo, chi maneggiava fondi neri in guanti di velluto. Ma lui niente, «impermeabile a ogni tipo di offerta» lo definisce l’amareggiato Di Lernia. Impermeabile e recidivo. Perché chiunque può avere un momento di sbandamento e rifiutare una mazzetta. Mentre qui siamo di fronte a un caso estremo di onestà continua e reiterata. «Più volte l’amministratore delegato di Finmeccanica mi disse di sistemare la faccenda con tale dirigente perché per lui rappresentava un problema». Difficile dargli torto. Una persona perbene come il dottor Fausto Simoni lì in mezzo era decisamente un problema.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Anticamonti

L’ altro giorno il nostro premier è arrivato a Ciampino diretto a Bruxelles con una dozzina di collaboratori. Ha preso un sobrio ed economico Falcon 900 da una ventina di posti sebbene gli avessero fatto trovare un Airbus 319cj, che di passeggeri ne trasporta cinquanta. Dicono le cronache che, davanti all’Airbus, il premier ha esclamato: «Non c’è un apparecchio più piccolo?». Proprio così, ha detto «apparecchio». Sono tutte notizie che ho trovato sulle autostrade informatiche del mio cervello elettronico.
di Mattia Feltri; LA STAMPA

mercoledì 23 novembre 2011

Incredula credibilità

La salute prima di tutto

Il porco

Che schifo il decreto per Roma capitale, varato dall'esecutivo Monti, anzi dal «governo della Goldman Sachs», come lo chiama SuperMario: non Monti, ma Borghezio. Ed «è presagio del peggio del peggio che sta per arrivare ai danni di chi lavora e di chi produce, cioè del Nord».

Ma non si preoccupino i popoli degli alpeggi e delle baite, perchè per la Lega, assicura Borghezio, «questo decreto ha il sapore di un diktat coloniale e gli daremo lo stesso valore che avrebbe se fosse scritto su carta da cesso».

Neanche più alle scuole elementari si fanno questo tipo di battute. O magari, circolano soltanto nell'istituto dedicato al folk padanista, e alle sub-culture di quei posti lassù, creato dalla moglie, baby pensionata, di Bossi. E molto ben remunerato, grazie ai buoni sentimenti del governo appena decaduto, dall'odiata Romaladrona.

di Mario Ajello; Il Messaggero

Il botto di Rosario

Seconda puntata di Il più grande spettacolo dopo il weekend su Raiuno, oltre 12 milioni di spettatori in media con picchi di 14, share schizzato al 42,6. Cifre sono impressionanti. In questi tempi di tv generalista in crisi, poi. Più che il Festival di Sanremo. Negli ultimi tempi, soltanto il Vieni via con me di Fabio Fazio era riuscito a raggiungere dieci milioni di persone, sulla più defilata Raitre, e con quei monologhi di Saviano che tutto erano tranne che scoppiettanti. Anche là, tanta qualità. E dunque, che sia questo il vero segnale? Che il pubblico, stanco e stufo di approssimazione, sazio di «reality», di «talent», voglia invece i «professional» che qualcosa san già fare? Per via della nemesi, Fiorello si è anche collegato con Canale 5 e il Grande Fratello , che regge eroicamente con i suoi irriducibili 3 milioni 793 mila spettatori, 15,71 di share. Lui è l’artista che ognun sa. Come ebbe a dire: «Non sono cantante, ma canto. Non sono ballerino, ma ballo. Non sono attore, ma atto».

Però non è solo. E il suo programma non nasce per partenogenesi. C’è una squadra coesa di autori che lavora al suo servizio. Qualcuno da dieci anni, qualcuno da un po’ meno, ma tutti da tanto. La moda del cambiamento per principio, non contagia Rosario. E già si mormora che per la terza puntata stia preparando l’ospitata di Adriano Celentano. Piuttosto il vecchio adagio: squadra che vince non si cambia. Ne fanno ora parte il regista Cristiano D’Alisera, lo scenografo Gaetano Castelli, il coreografo Daniel Ezralow. E poi Marco Baldini, coautore e spalla, e quanto una spalla sia fondamentale per il capocomico lo sappiamo dai tempi dei fescennini. Enrico Cremonesi, musicista e inventore di intrepide mescolanze: chi avrebbe mai osato mescolare Radio Gaga e O sole mio ? Nessuno. Ma lui sì. E poi ci sono gli autori: il coideatore, supervisore teatrale e coach Giampiero Solari; e, in rigoroso ordine alfabetico, ognuno con le sue specializzazioni: Francesco Bozzi, costume e società, Riccardo Cassini, politica e attualità, Alberto Di Risio, attualità, Claudio Fasulo, scaletta e tempi televisivi, Pierluigi Montebelli, costume e società, Federico Taddia, attualità e twitter.

Hanno cominciato a lavorare ai primi di settembre, 4, 5, 6 ore al giorno. Curano i dettagli e fanno la prova generale, come usava una volta: solo che adesso lo spettacolo è molto più lungo, quindi i dettagli da curare sono infiniti. Racconta Riccardo Cassini: «Dopo la generale, lo mandiamo a riposarsi, e noi restiamo lì a ripetere la scaletta, fino alle 4 del mattino. Non c’è verso: lui telefona ogni cinque minuti per chiedere, sapere, ricordare». Talento e applicazione. Secondo Cassini, autore rosariano della prima ora, insieme con Solari e Bozzi, il segreto del successo di Fiorello è Fiorello. «Noi potremmo stare per ore con le nostre capoccette a immaginare questo e quello, battute e ospiti: ma se poi non arriva lui col tocco magico, non serve a niente».

Federico Taddia è il più giovane del gruppo, ha 39 anni, gli altri una decina di più. Ed è anche l’ultimo arrivato. Dove per ultimo si intende che è in squadra dal 2003. «Ci conosciamo bene, sappiamo che siamo complementari, saltiamo i preliminari. Lavoriamo tanto. Fiore ci chiede il massimo e poi di più. Io seguo personalmente la parte twitter. Varietà e social network sono due cose lontanissime, che lui è riuscito a mettere insieme. Credo che questo sia uno dei motivi del successo». Come lavorate? «È una specie di ping pong, ognuno rimbalza le proprie intuizioni a Fiorello, lui rimbalza le sue a noi e poi ci dividiamo e creiamo i testi. Che poi cambia». Improvvisa? «Improvvisa perché ha base solidissime e si prepara in modo maniacale». Non litigate mai? «Il massimo del litigio è dire: no, quella battuta non la farei”. Chissà se è understatement. Sta di fatto che Claudio Fasulo chiosa: «Sembra un romanzo d’appendice, ma davvero siamo amici e ci vediamo a cena extra lavoro. Parliamo di calcio, famiglie e figli. Non è che tutti lavoriamo sempre e solo con lui. Però quando lavoriamo con lui, è una cosa totalizzante. E così è nato questo show popolare e twitter». Il coach e corresponsabile della baracca, Giampiero Solari, parla di «metodo maieutico»: ma lo sa Fiorello? «No. Lui non è un teorizzatore, vuol continuare a giocare e a sognare. Con gli anni, è diventato tecnicamente sempre più bravo, consapevole del palcoscenico. Dentro di sé ha la cultura dello spazio e del luogo. In tutti questi annici siamo migliorati a vicenda, in una sorta di palestra creativa». Niente è lasciato al caso? «Un discorso è la libertà all’interno della struttura, un altro è la casualità. E la casualità porta al qualunquismo, come se andasse sempre tutto bene. Invece no. Ecco, il nostro è un messaggio di rigore. In questo senso, siamo provocatori».

di Alessandra Comazzi; LA STAMPA

Fuori dal mondo

Molti lettori sono rimasti sorpresi, e in qualche caso persino offesi, dai giudizi negativi che Nichi Vendola ha espresso sul programma economico del governo Monti nell’intervista a «Che tempo che fa». Perché il presidente della Puglia fa di ogni erba un fascio, anziché sostenere lo sforzo di persone serie e competenti che cercano di rimediare ai danni d’immagine e di sostanza compiuti dai predecessori?

Il loro stupore è indicativo di quanto sta succedendo nelle teste degli italiani dopo la caduta di Berlusconi.

Per vent’anni la politica da noi è stata un referendum pro o contro una persona fisica. Cosa pensassimo del capitalismo finanziario o delle energie alternative era di importanza secondaria rispetto al fattore dirimente: l’accettazione o il rifiuto del populismo berlusconiano. Quest’anomalia ha prodotto alleanze tattiche e ambiguità inevitabili, alimentate dal fatto che i principali campioni dell’anti-berlusconismo (da Travaglio a Di Pietro) non erano di sinistra.

Ora che la polvere sollevata intorno a quella personalità eccessiva comincia a diradarsi, le idee tornano ad avere un nome e ci si ricomincia a dividere non sull’antropologia, ma sulla politica. Così lo stesso compagno Vendola che ancora un mese fa a «Ballarò», Berlusconi imperante, discettava con Fini circa una loro possibile alleanza, sulla poltrona di Fazio è tornato a indossare i panni dell’anticapitalista che in Monti vede il liberismo presentabile, ma pur sempre il liberismo: sensibile più alle ragioni del profitto che a quelle dell’ambiente o della giustizia sociale.

Dopo vent’anni di deriva populista c’eravamo dimenticati che in tutto il mondo esiste anche un liberalismo conservatore: serio, colto, perbene. E minoritario, almeno in Italia, perché minoritaria è la borghesia che lo esprime. Fu questo il cruccio di Montanelli e la vera ragione del suo dissidio con Craxi e poi con Berlusconi, che davano voce a un altro genere di borghesia, arrembante e spregiudicata. Forse però ci eravamo dimenticati che esiste anche una sinistra anticapitalista, indisponibile a stilare un programma coerente di governo con altre forze progressiste che pur contrastando Berlusconi accettano la Borsa e le banche. Il Sistema, insomma, e le sue regole del gioco. Quel Sistema e quelle regole che gli indignados italiani, di cui Vendola punta a farsi portavoce, vogliono abbattere perché lo considerano esaurito e ormai espulso dalla storia. In cambio di cosa non è ancora chiaro, visto che il comunismo è morto. Keynes è morto e anche lo Stato Sociale non si sente tanto bene.

Quando Bersani minimizza le divisioni a sinistra, sostenendo che Obama e Clinton, pur stando nello stesso partito, hanno posizioni divergenti su molti temi, dimentica di aggiungere che i due presidenti democratici americani sguazzano entrambi nel capitalismo, mentre Vendola lo vuole superare. Il nodo è tutto lì. Ed è quel nodo che fa dire, a chiunque osservi senza pregiudizi la situazione delle forze in campo nel dopo Berlusconi, che oggi esistono un partito antieuropeista, la Lega, un partito anticapitalista, Vendola più un pezzo di Pd, e in mezzo due democrazie cristiane. Una un po’ più di destra e l’altra un po’ più di sinistra, che non avendo abbastanza voti per vincere in solitudine né abbastanza sintonia d’idee con i partiti estremi per fare squadra con loro, saranno condannate in futuro a governare insieme.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Strategie

E’ stata una domenica sobria, quella del professor Monti e signora. Prima hanno seguito messa in Santa Maria in Aquiro, poi sono andati a visitare la mostra di Sandro Botticelli e Filippino Lippi alla scuderie del Quirinale. Hanno pagato il biglietto, hanno riposto il cappotto nel guardaroba e si sono fatti accompagnare passo passo da una guida. Dietro di loro si è formato un «silenzioso codazzo». I più, dicono le cronache, volevano soltanto scroccare la guida di Monti. Che poi è la linea di Bersani.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Bocconi amari

Si leggono inni assai poco sobri alla sobrietà di questo governo di bocconiani, politecnici e larga Intesa. Sobrietà sembra il nome con cui, dopo un ventennio di villaggio-vacanze, abbiamo deciso di ribattezzare la normalità. Un Paese che in questi anni avesse avuto una classe politica decente non avrebbe avuto bisogno di ricorrere ai sacerdoti del Capitale. Di sicuro un Paese siffatto non considererebbe Monti un uomo sobrio, ma semplicemente uno normale. Perché è normale che un primo ministro abbia il fascino di un sindaco dell’Engadina: mica deve fare l’imbonitore o la rockstar. Che dopo il lavoro vada a vedersi una mostra pagando il biglietto, invece di aprire la porta di casa a prostitute e ricattatori. Che i ministri del governo italiano vestano abiti italiani (preferibilmente scuri) e viaggino su auto italiane (preferibilmente scure). Che non regalino slogan ai giornali e spunti alla satira, che non parlino di calcio e di donne, non raccontino metafore sui leopardi smacchiati, non inciampino sui congiuntivi alla molisana e non mostrino il dito medio a favore di telecamera.

Insomma, dovrebbe essere considerato normale che chi ci governa non sia proprio uno di noi, ma uno meglio di noi. Che un borghese del Nord-Ovest, e in questo governo ce ne sono parecchi, sia una persona seria e magari noiosa, ma non una macchietta. La delega alle barzellette va tolta ai governanti e restituita ai legittimi titolari: i frequentatori dei bar. Anche questa, in fondo, è democrazia.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

sabato 12 novembre 2011

Giù la maschera, coglioni!

Affanculo le elezioni, diamoci una mossa.

Facciamoci del male

Tu sei fascista, tu sei comunista, quello è un vecchio, quello ha il grembiulino da massone, quell'altro è un riciclato. Poi c'è il traditore, e "ai traditori bisogna sparare alla schiena". Ci sono gli sconfitti di ieri che ora vogliono vendicarsi sui possibili perdenti di adesso. I poltristi di sempre che aspirano a nuove poltrone e a nuove ricollocazioni. I pasadaran della stagione precedente che provano a proporsi nel medesimo ruolo che hanno sempre ricoperto. Piccole e grandi vendette, sgambetti, maldicenze, insulti, odii. Ecco, insomma, siamo a un passaggio di regime - e la parola va intesa in senso tecnico - e in queste fasi storicamente accadano queste cose. Inutile fare il paragone rispetto a quando crollo il fascismo, sennò bisognerebbe dire che il ventennio del Duce e quello del Cavaliere si sono somigliati, e così non è stato. E comunque: un indulto morale, un'amnistia per le colpe reciprocamente rinfacciate, una pacificazione dei rancori, una tregua in nome del buon senso: questo serve adesso. Sennò, Monti va via e restiamo con quello che abbiamo. Praticamente più nulla, a parte i figuranti da tali show e da Transatlantico, che si sparano vicendevolmente raffiche di parolacce.

di Mario Ajello; Il Messaggero

Ma che ti ridi?

Di ventennio in ventennio

Oggi è il giorno che chiude un ventennio, uno dei tanti della nostra storia. E il pensiero va al momento in cui tutto cominciò. Era il 26 gennaio 1994, un mercoledì. Quando, alle cinque e mezzo del pomeriggio, il Tg4 di Emilio Fede trasmise in anteprima la videocassetta della Discesa In Campo. La mossa geniale fu di presentarsi alla Nazione non come un candidato agli esordi, ma come un presidente già in carica. La libreria finta, i fogli bianchi fra le mani (in realtà leggeva da un rullo), il collant sopra la cinepresa per scaldare l’immagine, la scrivania con gli argenti lucidati e le foto dei familiari girate a favore di telecamera, nemmeno un centimetro lasciato al caso o al buongusto.

E poi il discorso, limato fino alla nausea per ottenere un senso rassicurante di vuoto: «Crediamo in un’Italia più prospera e serena, più moderna ed efficiente... Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano». Era la televendita di un sogno a cui molti italiani hanno creduto in buona fede per mancanza di filtri critici o semplicemente di alternative. Allora nessuno poteva sapere che il set era stato allestito in un angolo del parco di Macherio, durante i lavori di ristrutturazione della villa. C’erano ruspe, sacchi di cemento e tanta polvere, intorno a quel sipario di cartone. Se la telecamera avesse allargato il campo, avrebbe inquadrato delle macerie.
Oggi è il giorno in cui il set viene smontato. Restano le macerie. La pausa pubblicitaria è finita. È tempo di costruire davvero.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Fate voi la prima mossa

Nulla di personale, ma quando ho letto di Letta & Letta sottosegretari, zio e nipote nel toto-ministri come in un fumetto di Paperino, mi sono un po’ stranito. Poi hanno iniziato a girare i nomi di Frattini, di La Russa e di una giovane promessa, Giuliano Amato, che fu premier appena 18 anni fa. Ma è stato nel veder rispuntare l’ottantenne Dini al telegiornale che ho avuto un sussulto. Il governo Monti sarà una cosa seria e dura. Sarà il governo dell’Europa e del capitalismo possibile: non a caso lo osteggiano coloro che ritengono dannosi sia l’uno sia l’altra. Ci giochiamo davvero tutto, stavolta, a cominciare dalla faccia. Ecco perché sarebbe saggio, non solo decente, che a questo giro la politica scendesse dalla giostra. Limitandosi a votare il governo, ma senza ambire a farne parte. Ai politici di destra e di sinistra si richiede un gesto di generosità che sia anche una forma di espiazione per i disastri, i debiti e i benefici accumulati nei decenni. Un bagno di umiltà da cui potrebbero uscire rigenerati, recuperando la stima di una comunità che li disprezza e rischia di trascinare nel disgusto l’idea stessa di democrazia.

Il più grande spettacolo dopo il big bang berlusconiano non può ridursi al solito inciucio. Bisogna volare alto, o almeno sollevarsi da terra, e oggi purtroppo nell’immaginario collettivo la politica rappresenta la zavorra. Prima di versare lacrime e sangue, gli italiani pretendono che a chiederle non siano i soliti noti. Soprattutto pretendono che siano prima i politici a versarne. E un governo con la Casta dentro non potrebbe mai cancellare i suoi privilegi.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA