giovedì 20 ottobre 2011

Svergognati

Il ministero dell’Economia, sempre così lento quando si tratta di trovare fondi per lo sviluppo, ha deliberato con lestezza da furetto che il taglio degli stipendi si applica a tutti i dirigenti pubblici tranne che a ministri e sottosegretari. Non solo a lorsignori non verrà più trattenuto neppure un euro, ma con la busta paga di novembre si vedranno restituire con tante scuse le decurtazioni dei mesi scorsi.

Da tempo attendiamo dalla Casta un segnale di rinsavimento, un gesto minimo di coerenza che inauguri qualche cambio d’abitudini. Per far digerire i sacrifici di Ferragosto ci avevano promesso la riduzione dei parlamentari, l’abolizione delle Province e altre prelibatezze. Ma che fine ha riservato l’autunno alle parole fiorite davanti ai microfoni estivi? La riduzione dei parlamentari è appassita all’interno dell’ennesimo progetto di riforma universale delle istituzioni, il Calderolone, che come tutti i suoi predecessori non verrà mai approvato.

L’ abolizione di alcune Province, già annunciata in pompa magna dal governo, è attualmente stipata nell’ultimo ripiano del freezer, in attesa che qualcuno si ricordi di scongelarla, ma vedrete che resterà lì. E il ridimensionamento delle retribuzioni? Per essere sicuri che non si facesse, è stata istituita una commissione apposita che avrebbe dovuto decidere entro il 31 dicembre, se non fosse già nata con la deroga incorporata: fino al 31 marzo, quando si andrà a votare oppure si ricomincerà a prorogare. Ah, ma almeno per i vitalizi nessuna pietà. A-bo-li-ti. Dalla prossima legislatura, naturalmente. E solo dopo la creazione di un nuovo sistema previdenziale. Chi lo indicherà? Ma una commissione. Prorogabile. Prorogabilissima.

Il sondaggio mostrato l’altra sera a Ballarò da Pagnoncelli era piuttosto sconvolgente: il 61% dei cittadini italiani ritiene seriamente che l’intervento prioritario contro la crisi non sia la detassazione del lavoro, la patrimoniale o un piano robusto di lavori pubblici, ma la riduzione del numero dei parlamentari. Con il collega Carlo Bertini, nostro esperto in Casta e dintorni, abbiamo fatto i conti della serva. Gli stipendi e i rimborsi spese di senatori e deputati ci costano 200 milioni di euro l’anno. Dimezzandoli ne risparmieremmo 100. Una benedizione, ma pur sempre una goccia nell’oceano del debito pubblico, ormai prossimo alla soglia psicologica dei duemila miliardi.

Eppure, nell’esprimere la loro opinione economicamente assurda, gli italiani non sono stati affatto stupidi o qualunquisti. Hanno mandato un messaggio politico. Dai loro rappresentanti pretendono qualcosa di cui sentono d’avere terribilmente bisogno: il buon esempio. Provate a immaginare se domattina i leader di destra e di sinistra, smettendo per un giorno di delegittimarsi a vicenda, si presentassero insieme in conferenza stampa per annunciare la volontà di lavorare gratis fino al termine della legislatura. Sarebbe un gesto populista? Può darsi. Ma li renderebbe più autorevoli nel momento in cui si accingessero a chiedere sforzi ulteriori ai contribuenti. Durante la tempesta i capitani che vogliono essere obbediti non si barricano nei propri appartamenti con le scorte di caviale, ma stanno in mezzo alla ciurma condividendone i rischi e i disagi.

Qualcuno mi ha suggerito di scrivere questo stesso articolo tutti i giorni, «finché non si arrendono», ma temo che i lettori si stuferebbero molto prima degli onorevoli. La Casta è totalmente sganciata dal mondo reale. Altrimenti si sarebbe accorta che nel disprezzo che gli italiani manifestano per i suoi stipendi si cela un giudizio più profondo: il disprezzo per l’inutilità del suo lavoro e per l’incompetenza di una parte consistente dei suoi esponenti. Il problema vero non è che guadagnano troppo. E’ che fanno ben poco per meritarsi quel che guadagnano.

Rusconi e Galli della Loggia hanno scritto che l’unica via di uscita dalla sterilità dell’indignazione è il ritorno alla politica. Non però alla delega politica. Se intende sopravvivere, la democrazia non potrà più esaurirsi in una crocetta da apporre su una scheda ogni cinque anni. Quel 61% che considera i politici la rovina del nostro Paese trovi qualche ora del proprio tempo da dedicare alla comunità. Solo ripartendo dal basso si potrà selezionare una classe dirigente nuova, alla quale auguro di guadagnare tantissimo, ma soltanto sulla base dei risultati.
di Massimo Gramellini; LA STAMPA

mercoledì 19 ottobre 2011

Stato (confusionale) di polizia

- Visto quanti Indignati in piazza?
- Come no... i Black Block ci hanno salvato il culo.

- Scontri seri solo in Italia, perché?
- Era ciò che volevamo.
- Sarai mica un infiltrato pure te?
- Ma no... Era nostra intenzione capovolgere la situazione.

- Tutto questo casino non si poteva evitare?
- In effetti sì... ma ora chi ne parla più dei pacifici?
- E' vero: impazza er Pelliccia.
- Vedi...
- E tutte 'ste leggi speciali?
- Altri specchi per le allodole.

- Però non capisco una cosa: le forze dell'ordine dalla politica cos'hanno ricevuto in cambio?
- 60 milioni di euro. Di tagli.

Che peccato

I Ministeri a Monza devono già chiudere. E ora come tiriamo avanti?

Prostitusione intelectuale

L’emergenza economica non dà cenni di miglioramento e sta di nuovo portando al limite di rottura i rapporti tra il governo e le parti sociali, tornate ieri alla carica con toni durissimi. Berlusconi non è in grado di fare concessioni e per la prima volta è costretto ad ammettere che lo stato dei conti non consente di prevedere alcun intervento a sostegno della ripresa: le misure del decreto sviluppo, nuovamente rinviato anche questa settimana, non potranno dunque che essere a costo zero.

Al contrario l’emergenza black-bloc sta invece trasformandosi in un’inaspettata occasione di ripresa per il governo. Non solo perché, pur preoccupando l’opinione pubblica, la distrae dai problemi insolubili della congiuntura. Ma anche perché, come ha spiegato ieri il ministro dell’Interno Maroni al Senato, obbliga il centrodestra a varare una serie di provvedimenti destinati a dividere le opposizioni e farle apparire restìe a condividere la linea dura antiterrorismo. Un alt preventivo alle proposte di Maroni è venuto ieri dalla capogruppo dei senatori Pd Anna Finocchiaro. Ma il ministro, nell’aula di Palazzo Madama, è andato giù duro lo stesso. Al preannunciato inasprimento delle pene e all’estensione della possibilità di arresto anche fuori dalla stretta flagranza di reato, Maroni ha aggiunto l’ipotesi di importare dall’Inghilterra il cosiddetto «Asbo» (antisocial behaviour order, una misura di sicurezza che consente di estendere la carcerazione preventiva contro soggetti pericolosi fino a cinque anni), e il dovere, per gli organizzatori delle manifestazioni, di garantire con mezzi propri gli eventuali danni che potrebbero essere causati nel corso dei cortei. Il ministro non s’è nascosto che si tratterebbe di misure fortemente limitative di diritti previsti dalla Costituzione: ma a mali estremi, ha spiegato, non restano che estremi rimedi.

A parte Di Pietro, che aveva sollecitato il governo a muoversi con l’obiettivo della massima severità, le reazioni del centrosinistra sono caute e tendono ad evitare di entrare nel merito, almeno fino a quando il consiglio dei ministri avrà messo nero su bianco il nuovo pacchetto sicurezza. Al momento le opposizioni sono attestate sulla linea che non sono le leggi a dover cambiare, ma il governo, che manifestamente, a loro giudizio, non è più in grado di affrontare la situazione. Polemiche ha generato anche la decisione di sospendere per un mese le manifestazioni già annunciate a Roma, tra cui uno sciopero della Fiom che doveva svolgersi nei prossimi giorni. È un altro segno che il fronte della sicurezza è destinato ulteriormente ad arroventarsi.

di Marcello Sorgi; LA STAMPA

lunedì 17 ottobre 2011

I vincitori

E, il lunedì dopo gli scontri, dicono di «aver vinto», e che«sabato a Roma è andata bene». Chi lo dice? Paradossalmente, sia il ministero degli Interni (Roberto Maroni su tutti i giornali, il suo sottosegretario Alfredo Mantovano a Radio 24) sia i black bloc, o 'neri', o 'anarchisti' che dir si voglia.

Maroni e Mantovano cantano vittoria perché «non c'è stato il morto» e perché «sono state salvaguardate le sedi istituzionali» (cioè hanno lasciato che mettessero a ferro e fuoco il tratto da via Labicana a San Giovanni, ma hanno preservato la zona attorno a Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli).

I black bloc invece sono molto soddisfatti di quella che ritengono essere stata una «vittoria militare»: mezzi della polizia dati alle fiamme, piazza San Giovanni ostaggio della loro guerriglia per diverse ore, la polizia che avanzava e retrocedeva molto lentamente mentre loro si muovevano con falangi agili e veloci.

Difficile capire quali ragionevoli basi abbia la soddisfazione degli uni e degli altri, a meno di non certificare uno stato di follia collettiva.

Il ministero degli Interni avrebbe solo da chiedere scusa ai cittadini: fino alla mezzanotte del giorno prima non aveva ancora un piano per affrontare eventuale disordini (lo certificano gli allarmi lanciati durante la notte dai sindacati di polizia), nonostante in città si parlasse già da giorni di possibili incidenti.

I black bloc avevano addirittura lasciato il pomeriggio prima un Ducato pieno di armi, bombe carta e mazze da baseball subito dietro piazza San Giovanni (all'altezza del mercato di via Sannio) e l'hanno agevolmente usato come deposito da cui rifornirsi il giorno dopo. E nessuno, nelle forze dell'ordine, l'ha notato.

La cosa ha dell'incredibile: tutti gli anni, proprio nella stessa zona, tutte le auto parcheggiate vengono spostate il giorno prima del consueto ricevimento dato dall'ambasciatore britannico in occasione del compleanno della Regina. Invece per una manifestazione tanto temuta (il tam tam sulla guerriglia in Rete era partito da giorni) tutti potevano parcheggiare fino a pochi minuti prima dell'arrivo del corteo nell'intera area, da via Emanuele Filiberto fino a oltre le mura. Vale a dire nei luoghi in cui la polizia ha poi fatto convergere i cosiddetti black bloc e dove subito dopo sono iniziati gli scontri, poi proseguiti quasi tre ore. Inevitabile non solo che il Ducato dei 'neri' restasse lì indisturbato, ma anche l'altro effetto di cui Maroni non parla, cioè le diverse auto date alle fiamme.
Anche i cassonetti e i grossi bidoni di ghisa della spazzatura agli angoli della piazza non sono stati spostati, contrariamente a quanto avviene per eventi molto più pacifici come il concerto del Primo Maggio. Sia gli uni sia gli altri sono stati utilizzati dai black bloc per appiccare incendi e come materiale da barricata.

Il Viminale dovrebbe inoltre chiedersi com'è stato possibile che un gruppo (stimato a seconda delle varie testimonianze di chi l'ha visto all'opera tra le 150 e le 400 persone) possa essere stato in grado di appropriarsi di fatto di un'area molto vasta (piazza San Giovanni), spaccando con tutta calma vetrine, appiccando incendi, distruggendo ogni cosa mentre decine di persone (giornalisti, ovviamente, ma anche curiosi e perfino turisti!) li fotografavano e li riprendevano con le videocamere.

Di qui l'esaltazione dei black bloc o 'neri' che siano. Già in piazza erano esaltatissimi delle loro gesta (era tutto un 'dammi un cinque' dopo ogni vetrina distrutta o auto incendiata): e nelle ore successive - tanto su Internet tanto nelle intervisteai giornali - si sono pavoneggiati per la loro presunta vittoria.

'Vittoria' (ammesso che si a tale) dal respiro cortissimo, anche se loro non se ne accorgono fanno finta di non accorgersene: aver tenuto in scacco una piazza ed esser finiti su tutti i giornali del mondo porta inevitabilmente a una secca riduzione degli spazi garantiti di dissenso e di opposizione, tanto che già nelle ore successive si è scatenata una caccia da parte di molti politici al Web, in particolare a Facebook e Twitter. Senza dire, ovviamente, che con la loro 'vittoria' hanno tarpato le ali a ogni futura declinazione, in Italia, di un movimento di protesta mondiale contro quello che a parole loro dicono di voler combattere: il turbocapitalismo finanziario che produce precarietà e povertà.

Questo il doppio successo di Viminale e 'black bloc', sabato a Roma.

l'Espresso

Cicchitti, Indignati e Infiltrati

Chissà se per calcolo o per pigrizia mentale, politici e commentatori governativi si comportano come dei Cicchitto qualsiasi e affrontano il fenomeno mondiale degli Indignati attingendo all'armamentario del secolo scorso. Li descrivono come un branco di figli di papà che vanno in piazza perché non hanno voglia di lavorare, violenti e complici dei violenti. Si tratta di una ricostruzione fasulla e stucchevole, che non distinguendo fra Indignati e Infiltrati finisce per fare il gioco di questi ultimi nel cancellare dal dibattito pubblico le ragioni della protesta. Vogliamo ricordarle? Le critiche all'avidità dei banchieri di Francoforte, Londra e Wall Street che hanno assassinato il capitalismo dei produttori, avvelenandolo con le loro alchimie finanziarie. La difesa dello Stato Sociale, cioè delle conquiste che, pur fra sprechi evidenti, ci hanno garantito condizioni di sicurezza e benessere mai raggiunte nella storia. Il rifiuto di rinunciare ai propri diritti per consentire ad altri di conservare i propri privilegi. La proposta di una società nuova, fondata sul Noi anziché sull'Io, e contraddistinta dalla partecipazione attiva alla vita del territorio e alla gestione di beni comuni come l'acqua e l'istruzione.

Sono ideali di destra o di sinistra? Boh, non saprei. Sono ideali. E di questi bisognerebbe discutere, non del teppismo dei soliti noti, che dagli stadi ai cortei sono sempre gli stessi, così come sempre la stessa è l'incapacità dello Stato di toglierli di mezzo, una volta per tutte.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

domenica 16 ottobre 2011

Vergüenza

Ieri in 951 città di 82 Paesi del mondo sono scesi in piazza cittadini di ogni età, ma soprattutto giovani, per protestare contro un sistema economico che si preoccupa di salvare le banche prima dei cittadini. Sono i cosiddetti «Indignati», che hanno preso il nome dai manifestanti spagnoli che in primavera hanno occupato la Puerta del Sol a Madrid per denunciare la disoccupazione crescente, la precarietà dilagante e i privilegi della casta economica e di quella finanziaria.

La protesta ha fatto proseliti e in queste settimane i riflettori si sono concentrati a New York sugli «occupanti» di Zuccotti Park, una piazza poco lontana da Wall Street, dove è stato costruito un piccolo accampamento che intende contrapporre l’uomo della strada, che soffre la crisi, ai broker della Borsa che sono tornati a prendere bonus milionari. La mobilitazione americana non è mai sfuggita di mano e, di fronte alle accuse del sindaco di sporcare e deturpare, gli occupanti si sono messi al lavoro per lavare e pulire.

Poi ieri c’è stata la prova mondiale di un movimento che sta raccogliendo la comprensione di giornali, televisioni, comuni cittadini, politici e perfino di banchieri.
In 950 città le manifestazioni sono state assolutamente pacifiche: colorate, rumorose ma ordinate.
In una soltanto si è scatenata una violenza spaventosa e senza freni: a Roma. Anche ieri abbiamo mostrato al mondo un’anomalia italiana.
Anche oggi ci tocca vergognarci.

Mentre a New York i ragazzi indossavano distintivi pacifisti ed erano armati solo di scope e spazzoloni per pulire, da noi indossavano caschi e erano armati di bombe carta.
La colonna sonora a Manhattan è quella del tamburino che suona i bonghi (e il dibattito tra le tende è se debba fermarsi dopo pranzo per non disturbare chi riposa nelle case vicine) o dei buddisti che pregano ripetendo «Om». L’odore è quello degli incensi di attempati figli dei fiori.

La nostra colonna sonora invece, come troppe volte nella storia italiana, è quella delle sirene dei blindati di polizia e carabinieri, dei rotori degli elicotteri che sorvolano gli scontri e delle esplosioni, mentre l’odore è quello acre dei lacrimogeni o del fumo delle auto incendiate.
Perché è accaduto a Roma, perché è accaduto solo da noi, perché alcune migliaia di ragazzi che volevano solo la guerriglia sono riusciti a prendere in ostaggio una città, un movimento nascente e a distruggere ogni possibilità di mobilitazione pacifica e fruttuosa?
Perché l’Italia si ritrova ancora prigioniera della violenza e degli estremisti? Perché siamo sempre condannati a veder soffocare le spinte per il cambiamento tra i lacrimogeni?

Penso spesso al nostro destino beffardo: da questa parte dell’Oceano le proteste del ‘68 si sono trasformate nel terrorismo o negli scontri del ‘77, uccidendo non solo uomini ma anche idee e ideali. Dall’altra parte la violenza non ha vinto e il movimento che sognava di cambiare il mondo è riuscito a farlo inventandosi le energie alternative o la Silicon Valley: al posto dei leader dell’Autonomia l’America ha avuto Steve Jobs, che faceva uso di droghe ma le sue visioni erano futuristiche e non apocalittiche.

Da noi accade ancora perché non abbiamo mai preso (uso il plurale perché dovrebbe farlo la società tutta) le distanze in modo netto e definitivo dalle pratiche violente. Perché siamo i massimi cultori del «Ma» e del «Però», che servono a giustificare qualunque cosa in nome di qualcos’altro. Per guarire dovremmo eliminarli dal vocabolario. Smettere di relativizzare la violenza perché, a seconda dei tempi, a giustificarla c’è il regime democristiano, quello berlusconiano, l’alta velocità o qualche riforma indigesta.

Milioni di italiani sono indignati dalla nostra classe politica, dalla lontananza che chi ci governa mostra verso i problemi reali dei cittadini, e dalla mancanza di investimenti sul futuro dei giovani. Ma non per questo pensano di scendere per strada a bruciare l’auto del vicino e non per questo sono meno indignati, arrabbiati o sfiniti. Di certo considerano quei manifestanti dei vandali e dei criminali, che non conoscono il valore del rispetto e non hanno mai faticato per guadagnarsi da vivere.

Ora la rabbia è grande, ma state sicuri che tra tre giorni quando le forze dell’ordine avranno identificato alcuni di questi ragazzi e un magistrato li indagherà, allora si alzeranno voci pronte a difenderli, a giustificarli e a mettere sul banco degli imputati giudici e poliziotti colpevoli di non capire e di essere troppo severi. Ma la democrazia si preserva difendendo la convivenza e il diritto delle migliaia che volevano manifestare pacificamente, non schiacciando l’occhio agli estremisti.

Tutto questo da noi accade però anche per un altro motivo: perché la nostra malattia è la mancanza di un pensiero costruttivo. Se ripetiamo continuamente ai giovani che non c’è futuro ma solo declino e precarietà, se li intossichiamo di cinismo, scenari catastrofici e neghiamo spazio alla speranza, allora cancelliamo ogni occasione per una spinta al cambiamento. Ai giovani allora restano solo due possibilità: un atteggiamento di rassegnazione e di apatia che trova riscatto momentaneo solo nello sballo degli Happy Hour (le ore del lungo aperitivo che dal tramonto si trascina fino a notte fonda) o un atteggiamento di rottura. Perché se si dice che nulla si può costruire, allora non resta che la pulsione a sfasciare e distruggere.

Una sola speranza ci resta ed è legata a quei giovani che non ascoltano, che si tappano le orecchie di fronte ai discorsi improntati al pessimismo e che nel loro cuore sognano e sperano. Ce ne sono ben più di quanto si possa immaginare e molti erano in piazza ieri: li abbiamo visti battere le mani a polizia e carabinieri, li abbiamo visti provare a cacciare dal corteo gli incappucciati, li abbiamo visti piangere di rabbia. Ragazzi, il futuro è vostro se imparate subito a rifiutare la violenza, a non tollerarla mai, a isolare chi la predica e la mette in atto, a denunciarla il giorno prima e non quando ormai il corteo è partito. Il futuro esiste se ve lo costruite con speranza e tenacia e se non ve lo fate scippare da chi non crede in nulla.

di Mario Calabresi; LA STAMPA

venerdì 14 ottobre 2011

Fiducia

316 a 301, tiè! Avanti con le riforme.
Io ci credo.

Buona notte

Non ho contato gli sbadigli di Bossi perché stavo sbadigliando anch’io. Però mi hanno sinceramente sorpreso. Mai avrei immaginato che uno come lui si mettesse la mano davanti alla bocca.

Per fortuna le telecamere hanno tenuto la contabilità al posto mio, immortalando fin nei dettagli la performance dello stregone leghista seduto di sguincio accanto all’Anziano Leader durante il trascinante Discorso della Fiducia: dodici sbadigli in dodici minuti, alcuni davvero molto belli. Smorfie che diventavano conati, fra uno spalancamento di fauci e uno strabuzzare d’occhi. Imperdibile il passaggio in cui Berlusconi cita il federalismo e tenta di fare «pat pat» sulla testa di Bossi, neanche fosse un peluche. Invece la manca clamorosamente e allora procede a tentoni, cercando almeno di cingergli le spalle, mentre l’altro inghiotte il dodicesimo sbadiglio e si sforza di assumere un contegno adeguato alle circostanze. Ma la noia, non potendo più uscirgli dalla bocca, sale negli occhi e gli provoca l’abbassamento delle palpebre.

Gli sbadigli di Bossi potrebbero diventare per Berlusconi quel che per Craxi fu il trauma della canotta. I lettori diversamente giovani ricorderanno ancora l’episodio: era l’estate del 1991 e il segretario socialista stava parlando dalla tribuna del congresso del suo partito, quando sotto la camicia bianca intrisa di sudore apparve in controluce una canottiera senza maniche. Nell’immaginario del potere, l’affioramento della canotta certificò l’esaurimento del suo carisma. A completare l’opera ci pensò l’anno dopo Mani Pulite, ma tutto era cominciato quel giorno.

Gli sbadigli raccontano la fine di un’altra stagione. Be. e Bo., i rivoluzionari che avrebbero dovuto spazzare via la Casta, sono i nuovi professionisti della politica, aggrappati disperatamente alle poltrone da cui sbadigliano o parlano, come il premier, per non dire assolutamente nulla. Nulla di quel che ti aspetteresti dal capo di un governo che è appena andato sotto sulla legge di bilancio, al culmine della crisi economica più drammatica dei tempi moderni. Nessuna visione, nessun progetto, nessun traguardo diverso dal tirare a campare e dall’esorcizzare la propria decadenza agitando il consueto feticcio: la mancanza di alternative migliori di lui, mentre col passare dei giorni lo stanno diventando un po’ tutte, da Gianni Letta agli Inti Illimani.

Di Pietro ha paragonato il Berlusconi di ieri a Wanna Marchi, ma è stato ingeneroso. Verso la Wanna, che almeno vendeva sogni, mentre l’Anziano Leader da qualche tempo commercia soltanto in paure.

Be. & Bo. ricordano certi pensionati seduti al bar davanti a un grappino. Uno borbotta, l’altro sbadiglia. Ed entrambi hanno un solo pensiero fisso: come resistere ancora un po’ per poter lasciare qualcosa ai figli, prima che i Casini e i Maroni si prendano tutto. Il resto è noia.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

giovedì 13 ottobre 2011

A nostra insaputa

La buona fede di Claudio Scajola. Ecco un tema filosofico-antropologico interessante. Dice ai giornalisti che Marco Biagi è un rompicoglioni e i giornalisti lo scrivono a sua insaputa. Acquista una casa alla metà della metà del prezzo di mercato e qualcuno gli paga la differenza a sua insaputa. Poi minaccia la congiura, va a parlare con Berlusconi, trova un’intesa ma non vota il Def e quasi fa cadere il governo a sua insaputa. La buona fede di Claudio Scajola: dopo tre indizi, il suo problema è che gli crediamo.
di Mattia Feltri; LA STAMPA

mercoledì 12 ottobre 2011

Primo impiego

Daniela Santanché è una signora molto permalosa. Se ritiene di avere subito un torto o di essere stata dileggiata, si lega l’offesa al dito e non perdona chi gliel’ha rivolta. Anche l’autore di questa rubrica continua a vivere un periodo di squalifica per aver denunciato che, nell’ambito della fuga dei cervelli, un bel giorno era fuggito pure quello della Santanché. Era una facezia, va da sé. Ce ne scusiamo con Daniela e con il suo cervello che tra l’altro non è mai fuggito: è ancora in Italia e aspetta il primo impiego.
di Mattia Feltri; LA STAMPA

martedì 11 ottobre 2011

Incidente di percorso

Governo battuto alla Camera sul rendiconto generale dello Stato per l'esercizio finanziario 2010.
Forza Gnocca non tira ancora. Perciò chiediamo le dimissioni dei culattoni.

Il metodista

Poco, anzi quasi niente, s'è saputo della visita di Berlusconi da Putin, per il compleanno del premier russo nell'isolata tenuta di Valdai, a metà strada fra Mosca e San Pietroburgo. E tuttavia, pare che i lamenti berlusconiani per come egli viene trattato dai giudici e dai giornalisti siano stati - fra uno spettacolino e l'altro - uno degli ingredienti principali della festa. L'amico Vladimir, intenerito dalle sofferenze del Cavaliere, deve avergli dato qualche consiglio per superare questi tormenti.

Infatti, appena Berlusconi è tornato in Italia, il governo nostrano - forse ispirato da Vlad - ha deciso di inviare gli ispettori nelle procure di Napoli e di Bari che stanno dando fastidio al premier. Ma c'anche un altro metodo, molto putiniano, che potrebbe essere importato quaggiù. Funziona così. Lo zar russo ha ingaggiato lo scorso anno una bella e giovane fanciulla, che ha sedotto numerosi esponenti dell'opposizione e alcuni giornalisti anti-governativi portandoli in un appartamento, dove venivano filmati da telecamere nascoste. I video a luci rosse sono stati poi messi on line.

Il metodo forza gnocca, così può essere ribattezzata oggi questa strategia, che è decisamente più tenera del metodo Boffo già più volte sperimentato da queste parti. In più, se viene importata l'idea putiniana, ossia quella degli incontri hot ad uso dei nemici di destra, di centro e di sinistra del Cav., la si può anche ulteriormente addolcire tramite una bella colonna sonora. Gli altoparlanti dell'alcova potrebbero diffondere la voce di Alessandra Mussolini che canta l'inno di Forza Gnocca, ma soprattutto potrebbero emanare il suono dell'ultima canzone della Banda Osiris, che sta furoreggiando sul web ed è il rifacimento del motivetto di Forza Italia. Fa così: "E forza gnocca, pericolo pubico. / E forza gnocca, variante di valico. /E forza gnocca, la fronda non mi avrà, / io resto ad Arcore col bunga bunga che Formigoni non ha". Ma magari, se lui e tutti gli altri continuano a fare i seccatori, gli si può procurare.

di Mario Ajello; Il Messaggero

Grasso che cola

Dopo il governo danese, anche quello britannico di Cameron sta seriamente pensando di mettere una tassa sul burro e sui cibi unti, con l’obiettivo moraleggiante di convertire eserciti di obesi al pinzimonio e la speranza cinica di utilizzare la gola dei grassoni per rimpinguare le casse emaciate dello Stato. Mi rendo conto che nei periodi di vacche magre tutto fa brodo, soprattutto i grassi. Inoltre dicono che si tratterebbe di una forma di autofinanziamento: i soldi dell’imposta serviranno a pagare le cure mediche degli obesi, che pesano sulle tasche dell’intera comunità. In Danimarca, forse. In Inghilterra già ne dubito. Mentre nei Paesi dell’Europa mediterranea (ve ne viene in mente qualcuno?) ho la ragionevole certezza che, prima di raggiungere gli ospedali, i denari ricavati dalla ciccia si perderebbero fra i muscoli flaccidi del corpaccione burocratico, andando a rimpinguare la pancia mai sazia dei corrotti. Perché allora non finanziare con le tasse sui vizi una riduzione delle imposte sulle virtù? Se lo Stato vuole spingerci a comportamenti salutisti, otterrebbe molto meglio il suo scopo aiutandoci a pagare di meno le cose che fanno bene. Le quali, dalle energie pulite ai cibi biologici, sono invece le più care di tutte.

Inchiostro sprecato, lo so. Se la parificazione del burro agli alcolici è un formidabile segno dei tempi, rimane vecchissima la soluzione proposta: risolvere ogni problema mettendoci sopra un balzello. Un difetto da cui la politica obesa non vuole guarire. Tanto la tassa sui suoi vizi la paghiamo noi.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

sabato 8 ottobre 2011

Qualcuno...

Per il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha aperto il tour nazionale di Fli a Palermo, la legge sulle intercettazioni ''non e' la migliore legge per l'interesse nazionale ma forse per l'interesse personale di qualcuno''. (ANSA).

Già, ma chi?

Il circo della patonza

La sera andavamo a Palacio Berlusconi, così si chiama, in onore del Cavaliere, il bordello che ha aperto in Argentina, nella città di Rosario. Il nome è bello e fantasioso, e molto appropriato, ma gli arredamenti lasciano a desiderare dal punto di vista della fantasia.

Le solite tappezzerie rosse, le luci soffuse, i divanetti promiscui, gli angoli bui, la lussuria che trasuda dalle pareti. Suggerimenti per rendere Palacio Berlusconi più erogeno.

Gli amplificatori diffondano la voce di Ale Mussolini che canta - lo ha fatto anche ieri a radio Rai - «e Forza Gnocca, noi siamo tantissime....» (sul ritmo della vecchia «e Forza Italia....»).

Dal soffitto, devono pendere tante striscioline di carta, sulle quali sono riprodotte le frasi cult delle intercettazioni telefoniche pubblicate in queste settimane. Del tipo: «Avevo la fila fiori dalla porta, ce n’erano undici ma sono stato solo con otto». Oppure (Tarantini a Berlusconi): «ma lei, alle donne, che cosa gli fa? Impazziscono tutte per lei, e non lo dico per piaggeria». O ancora, ovvio: «La patonza deve girare».

Sui muri, i seguenti cartelli: «Forza Gnocca tira più di un carro di buoi» e «la democrazia è fica». A servire i cocktail, l’avvocato Ghedini. A cantare sul palco - ci si perdoni l’accostamento incongruo - l’ottimo Ivano Fossati. Perchè la sua nuova canzone è il riassunto di Palacio Berlusconi e di tutto il resto: «La decadenza».

di Mario Ajello; Il Messaggero

giovedì 6 ottobre 2011

Goodbye

Ecco, stavo scrivendo titoli di coda con l'iPad. E stavo parlando dell'ultimo show della Apple, dell'iPhone che dialoga con il suo proprietario. Poi è uscita una notifica, sull'iPad, era il servizio di notizie della Cnn che diceva, in inglese: è morto Steve Jobs. Me l'ha detto il "suo" iPad.

Non è una sorpresa, per poche persone le condizioni di salute sono state una notizia pubblica, costantemente monitorata, come per il mago della mela.

Sarà retorico, lo diranno tutti, ma andate su Youtube e cercate il discorso di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford, magari nella versione con i sotto titoli in italiano. Ogni parola guadagnerà un significato ancora più profondo oggi.

di Mauro Evangelisti; Il Messaggero

Stabile consapevolezza

In quarantacinque anni di Prima Repubblica i governi avevano un’aspettativa di vita di undici mesi. Poi è arrivata la Seconda Repubblica. Dei leader abbiamo giudizi anche severi, ma la Seconda Repubblica ha introdotto il bipolarismo, maggioranze più solide, opposizioni più ferree, un certo interventismo della magistratura, un nuovo ruolo per gli imprenditori, le categorie, i giornali e, al di là dei problemi economici, dobbiamo ammettere che oggi abbiamo una stabilità che prima non c’era: siamo stabilmente nella m.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Extrema ratio

C’è ancora qualcosa che ha il potere di stupirci? Sfogliamo il notiziario di giornata. La Regione Lazio della sora Polverini, in preda a un attacco di cultura, organizza per gli alunni delle elementari romane la proiezione di una puntata de «I Cesaroni». Olè. Il Partito Democratico riesce a dividersi persino sulla nomina del presidente dell’Anci, l’associazione dei sindaci. Hanno fatto le primarie, non è una battuta, e lo sconfitto ha chiesto il riconteggio: neanche questa è una battuta. Olè. La figlia del presidente del Consiglio manda un esposto al ministro di Giustizia nominato dal presidente del Consiglio per lamentarsi di una sentenza che riguarda un’azienda del presidente del Consiglio. Olè. La Virtus Bologna allunga oltre due milioni di dollari a un giocatore di basket della NBA per giocare una partita sola. Doppio olè (uno a milione). La crisi toglie il sonno agli italiani, invece la Camera si occupa forsennatamente di imbavagliare le intercettazioni, una pratica che interessa soltanto chi sta al telefono coi pregiudicati, mentre i provvedimenti dimagri-casta agitati come turiboli d’incenso per tutta l’estate si devono essere persi in qualche sottoscala. Olè. Le agenzie di rating ci declassano, ma il ministro dell’Economia con delega alla saccenza se ne infischia e pure le Borse, mai andate così bene. Olè.

Mi domando cosa possa ancora scuoterci da tanto torpore. Forse il manipolo di democristiani che, a sentire i sussurri di Palazzo, fra qualche settimana farà cadere il governo: quello sì sarebbe stupefacente.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Stay hungry, stay foolish!

Sud-Est

E’ crollato un muro, ma è come se si fosse spalancato un sipario. Le donne morte nel sottoscala di una palazzina di Barletta confezionavano tute e magliette per meno di quattro euro all’ora. Tina, Matilda, Giovanna, Antonella: il Sud-Est asiatico nel Sud-Est italiano.

Avevano trent’anni, un marito disoccupato e il mutuo della casa da pagare: la condizione disperata di chi non può più contrattare neppure la propria dignità. La tragedia ha scoperchiato un destino analogo a quello di mille altri sottoscala, dove si lavora stipati come conigli in tane fetide, senza uscite di sicurezza e senza luce.

Funziona così: l’azienda fallisce, chiude, licenzia e poi riapre in un seminterrato, che a volte è addirittura un garage, offrendo lavoro nero e sottopagato a un manipolo di donne - giovani madri, per lo più - disposte a tutto pur di aiutare la famiglia a sopravvivere. Sono le schiave dei tempi moderni. Condannate a ripetere lo stesso gesto per dieci, dodici, quattordici ore al giorno. Troppo stanche, angosciate e ricattabili per poter protestare o anche solo prendere coscienza dei propri diritti. «Se non ora quando?» è una domanda che sfiorisce prima di giungere ai loro orecchi. Non può esistere idea di riscossa per chi ha come orizzonte esistenziale la prossima bolletta.

Nessuno vuole infierire sui datori di lavoro che nell’incidente di Barletta hanno perso la figlia quattordicenne, scesa nel seminterrato in cerca dei genitori un attimo prima del crollo. Ma chi fa lavorare dodici donne in un buco fatiscente di quindici metri quadrati non è un imprenditore. E’ un disgraziato. Nessun ragionamento economico giustifica lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un principio che vale ovunque, ma a maggior ragione in questa parte di mondo, dove certi racconti speravamo di averli confinati per sempre nei romanzi di Charles Dickens. Stiamo assistendo alla deriva caricaturale della globalizzazione. Stiamo importando condizioni di lavoro cinesi (e proprio mentre i cinesi cominciano gradualmente ad abbandonarle) perché pretendiamo di fare concorrenza alle tigri asiatiche sul terreno del famigerato «low cost». Ma una tuta italiana non dev’essere più economica di una tuta cinese.

Dev’essere più bella. Altrimenti che italiana è? Da questa crisi non si esce riducendo i lavoratori più deboli al rango di bestie, ma elevando la qualità del prodotto, cioè dei dipendenti, con corsi professionali che li riqualifichino. Urge tornare tutti a scuola di italianità - operai, artigiani e imprenditori - imparando di nuovo a produrre oggetti eleganti e geniali, non tristi fotocopie di altre fotocopie. Continuo a sognare un’Italia del Sud che riesca a trarre benessere dalle sue miniere inesplorate di natura e cultura. A far soldi con gli agriturismi non con le magliette, con i musei non con le magliette, con i tramonti non con le magliette. Il mondo ci percepisce come il deposito della bellezza e della qualità della vita. Invece noi continuiamo a rinnegare noi stessi, in nome di una visione piccola e frustrata, da eterni Malavoglia incapaci di alzare gli occhi dal seminterrato quotidiano in cui ci siamo autoreclusi, per risvegliare finalmente la meraviglia addormentata che ci circonda da sempre.
di Massimo Gramellini; LA STAMPA

sabato 1 ottobre 2011

Diversamente terroni

È sconsolante che, con tutti i guai che abbiamo, si debba ancora star qui a spiegare perché il 25 aprile è festa nazionale, oppure che la Padania non esiste, come ha dovuto ricordare anche ieri Napolitano. C’è uno Stato che cade a pezzi, decisioni urgenti e impopolari da prendere, il bisogno disperato di qualcuno che unisca l’Italia indicandole una direzione comune. Invece siamo sempre fermi sulla stessa mattonella, a dividerci sulla cacciata dei nazisti e su chi ha più ladri e mangioni nelle proprie file, ma soprattutto a discettare su un popolo immaginario, il padano, non riconosciuto come tale neppure dalla maggioranza di coloro che dovrebbero farne parte.

Quanta gente dovrà ancora perdere il lavoro, la speranza e la pazienza prima che la politica smetta di occuparsi di ministeri a Monza, giri della Padania e altre pagliacciate persino divertenti in epoca di benessere, ma che in questo clima di povertà incombente scaturiscono lo stesso effetto di una barzelletta sporca raccontata in un ospedale? Se una minoranza di cittadini del Nord è convinta di poter imporre la secessione con un colpo di mano rivoluzionario, smetta di berciare slogan e dia l’assalto ai nostri palazzi d’inverno. Ci troverà lì dentro a difenderli. Se invece il piano del geniale stratega del dito medio è di scommettere sull’apocalisse economica affinché dalle macerie dell’Europa nasca una supernazione tedesca che trasformi l’Italia settentrionale nel suo Mezzogiorno, temo abbia fatto male i suoi calcoli. I tedeschi sono gente seria. Di persone come lui non sanno proprio che farsene.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

venerdì 30 settembre 2011

Mistero del lavoro

C'è un motivo, se la Sicilia spende otto volte di più della Lombardia per gli stipendi dei suoi 17 mila dipendenti, c' è un motivo se la Regione Siciliana ha il record italiano di dirigenti, funzionari, assistenti, consiglieri e consulenti: qui c' è tanto, tanto lavoro da fare. Per esempio, a luglio tocca spalare la neve. Sì, proprio a luglio, quando il termometro segna 19 gradi di minima (e 30 di massima), nell' isola del sole c' è la neve. Ma dove, sulla spiaggia di Mondello? Sulla scogliera di Cefalù? Davanti al Duomo di Monreale? Questo, al momento, è un segreto. Però da qualche parte la neve deve esserci, a luglio, in provincia di Palermo, se il signor Salvatore Di Grazia, assegnato al servizio di Protezione Civile, ha chiesto e ottenuto dalla Provincia il pagamento di 42 ore e mezzo di straordinario (più altre tre di straordinario notturno) per «spalamento neve». Voi penserete: magari gli hanno pagato gli arretrati dell' inverno scorso. Macchè. Quelli glieli avevano liquidati subito: 103 ore a gennaio, 92 a febbraio, 70 a marzo. Tutto lavoro straordinario, pagato a parte, che dall' inizio dell' annoa oggi ha rimpolpato la busta paga dell' instancabile Di Grazia di una cifretta pari a sei mesi di stipendio di un precario palermitano: 5165 euro. Poi, a marzo - purtroppo - persino sulle cime delle Madonie l' ultima neve si è sciolta. E gli spalatori hanno smesso di spalare (e di farsi pagare gli straordinari). Tutti, tranne Di Grazia. Il quale, come quel giapponese sull' isoletta che non sapeva della fine della guerra, ha continuato a spalare una neve che vedeva solo lui. E alla fine del mese, si capisce, presentava il conto all' ufficio del personale. Diciassette ore di spalamento ad aprile (minima registrata, 10 gradi). Cinquantatré sotto il sole di maggio. Trentotto, sudando, nelle torride giornate di giugno. Lui spalava, spalava, e la neve non finiva mai. Anzi, più il caldo si faceva insopportabile e più il lavoro aumentava. Quarantaquattro ore di spalamento neve a luglio (30 gradi all' ombra). Per toccare, in pieno agosto, l' apice dello sforzo: duecento ore. Dicono alla Provincia che davanti a questa cifra un dirigente pignolo ha inarcato un sopracciglio. E ha bloccato il pagamento, quando ormai l' instancabile spalatore aveva già totalizzato 415 ore di straordinario. Il poveretto dev' essere rimasto di sasso - lo immaginiamo con la vanga a mezz' aria, davanti ai suoi cumuli di neve settembrina sulle spiagge di Bagheria - perché l' anno scorso nessuno aveva battuto ciglio quando s' era fatto pagare centodiciassette ore di "spalamento neve" straordinario nel solo mese di agosto, più altre ottanta a settembre (quando evidentemente nel Palermitano comincia il disgelo di fine estate). Ma non finirà qui, si capisce. Lo stakanovista dello spalamento estivo farà ricorso al Tar, si incatenerà davanti alla Regione contro l' ingiustizia subita, cercherà un politico disposto a prendere a cuore la sua causa. E lo troverà di sicuro. Perché in Sicilia, lo sanno tutti, il lavoro è sacro.

di Sebastiano Messina; la Repubblica

mercoledì 28 settembre 2011

Chi siamo

Al telefono di casa Fruttero risponde un amico diversamente giovane che ha appena compiuto 85 anni.

Ciao Carlo, come stai? «Non ho chiuso occhio tutta la notte». Digestione difficile? «Angoscia da talk show». Pensavo non li guardassi. «Li comincio tutti. Poi, quando gli ospiti iniziano a scannarsi o a parlare di donnine, cambio canale». Da qui l'angoscia? «No, la noia. Non arrivano mai al nocciolo. Invece l'altra sera, all'Infedele di Lerner, non si scannavano e non parlavano di donnine». E di cosa, allora? «Del nocciolo. Perciò mi sono agitato». Non sapevi che siamo nei guai? «Non fino a questo punto. Sentendo parlare tutte quelle persone serie, ho finalmente colto il succo della crisi: i soldi». Embè? «Sono finiti». Non farti prendere dal panico. «Ma neanche per il naso. Stanno arrivando tempi duri. Spenta la tele, mi è montata la stessa angoscia che avvertivo nel 1946 alla fine della guerra». A spasso fra le macerie. «Con la differenza che allora c'era lo slancio della ricostruzione. E io avevo vent'anni». Dentro li hai ancora, quindi da te vorrei immagini di speranza. «Ne ho vista una nello studio di Lerner. Quel Mario Monti. Un signore serio, pacato, equilibrato. Ne avremmo bisogno, dopo queste donnine e questo chiasso. Mi dà l'idea che sappia dove mettere le mani». E tu? «Io? Bisogna che non muoia. Non posso prendere congedo proprio adesso. Sarebbe una fuga». Se per andartene aspetti un altro boom economico, hai l'immortalità garantita. «Invece ce ne tireremo fuori. Non dimenticarti chi siamo». Chi siamo, Carlo? «L'Italia, no?».

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

lunedì 26 settembre 2011

Guido Nolitta, addio

 Il grande Sergio Bonelli non c'è più,
ma con quanto ci ha lasciato non sarà mai dimenticato.

venerdì 23 settembre 2011

Avanti il prossimo

Oggi tocca a Marco Milanese. La Camera dei deputati decide se debba andare in galera oppure no. Ogni partito ha già espresso il proprio orientamento. Quest’oggi i leader approfondiranno, preciseranno, dettaglieranno. Diranno perché sì e perché no. Qualcuno imporrà ai propri parlamentari un vincolo di ferro. Qualcun altro no. Qualcuno sarà onesto, qualcuno cinico, qualcuno svergognato. Ma i migliori come al solito sono quelli che offriranno libertà di coscienza, senza dire che è la libertà di averla sporca.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

giovedì 22 settembre 2011

'Gnazio

Nell’area a ridosso di Montecitorio ieri c’era un ingorgo. No, non era il traffico. Erano le proteste che assediano il Parlamento in un paese in cui a essere molto molto indignados sono anche i poliziotti. Così mentre i colleghi identificavano centinaia di contestatori che si erano dati appuntamento (senza autorizzazione) a Montecitorio grazie ai social network, i sindacati di polizia guidavano la lotta contro i tagli, quelli che lasciano le volanti senza benzina. A beccarsi fischi e insulti anche il ministro Ignazio La Russa, che ormai sa come funzionano le cose: avvicina chi protesta, si becca qualche insulto, finge di non arrabbiarsi, solidarizza con la polizia che subisce i tagli di chissà quale governo, guarda in camera e come il Mefisto di Tex sorride: un’altra giornata di gloria su Youtube l’ha guadagnata anche stavolta.

di Mauro Evangelisti; Il Messaggero

Ricambio generazionale

Conflitto di che?

Quanto vale per le aziende dell’imprenditore Silvio Berlusconi il ruolo di premier di Silvio Berlusconi? Ieri la Borsa ha dato una risposta grezza ed estemporanea, ma comunque significativa: circa 160 milioni di euro. A tanto ammonta, infatti, la perdita cumulata nella giornata dal colosso Mediaset (-5,32% la quotazione) e dell’assai più piccola Mondadori (-3,75%). E’ vero che Piazza Affari ha chiuso in ribasso dell’1,65% e quasi tutte le azioni del listino sono scese. Ma i cali dei due titoli che fanno capo alla Fininvest della famiglia Berlusconi sono assai più sensibili della media del mercato. E soprattutto, le azioni Mediaset e Mondadori sono scese bruscamente proprio sull’annuncio della visita del presidente del Consiglio al Quirinale, mentre il governo sembra sempre più vicino al capolinea.

Il mantra berlusconiano dell’assenza di conflitto d’interessi, spesso e volentieri ripetuto in questi anni anche da chi guida le aziende del premier - uno per tutti il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, che ama anzi sottolineare come la presenza dell’amico Silvio al governo abbia danneggiato l’azienda televisiva - si scontra così con il giudizio, certo non politico, del mercato finanziario. Le aziende di Berlusconi valgono di più perché e finché lui resta a Palazzo Chigi.

E’ paradossale riaccendere il faro sul conflitto d’interessi, mentre Berlusconi sembra assediato da problemi più gravi? Non troppo. Intanto perché ieri, in una delle sue giornate politicamente più difficili, il premier ha convocato nella sua residenza privata proprio Confalonieri. E proprio Confalonieri gli avrebbe consigliato di tener duro e di non cedere ad alcuna richiesta di un passo indietro. Di più: il valore del Berlusconi governante nei confronti delle aziende di famiglia, rischia di pesare per un uomo che si trova a far fronte a una situazione successoria complessa, con un divorzio in corso e cinque figli tra cui dividere un gruppo enorme, ma non infinito. La forza economica dell’imprenditore, che due decenni addietro fu decisiva nello spingere Berlusconi nel suo ruolo politico, rischia così di trasformarsi adesso in una trappola che può ostacolare un passo indietro.

di Francesco Manacorda; LA STAMPA

martedì 20 settembre 2011

Elementare, Watson!

Dell'Italia i valori

Dipietrescamente parlando, si dovrebbe dire: "Chi di spada ferisce di spada perisce". Oppure: "Chi la fa l'aspetti". O ancora: "Il bue che dice cornuto all'asino". L'ex pm che martella sulla "trasparenza", che grida "no ai nepotismi", che urla contro i "familismi", che guida gli indignados irritantissimi nei confronti del Trota e di papà Bossi che lo ha imposto al suo partito adesso è diventato - ma i segnali già c'erano da tempo - il mandante politico di suo figlio Cristiano. Provocando un putiferio di proteste nel suo partito e una sollevazione popolare sul web.

Favoritismi di bassa Lega, s'è sempre detto a proposito del comportamento di Bossi con il Trota. Favoritismi italo-svaloriali, vanno definiti ora i modi patriarcali con i quali Di Pietro ha infilato Cristiano nella lista del suo partito personale per le elezioni in Molise. Lo stesso Cristiano che fu telefonicamente intercettato con Mario Mautone (dirigente dipietresco al dicastero delle infrastrutture quando papàTonino ne era ministro) mentre raccomandava alcuni architetti ed alcune imprese amiche.

Se insomma il Trota è il Trota, Cristiano è la Carpa o il Coregone. E la morale è semplice: la presunta "diversità" etico-politica dell'inventore dell'Italia dei Valori (ma almeno lo scrivano in minuscolo!) annega banalmente nel così fan tutti.

di Mario Ajello; Il Messaggero

I valori dell'Italia

L’alternativa sarebbe dunque Di Pietro che mette suo figlio in lista, come neanche Mastella. L’alternativa sarebbe De Magistris che si inchina davanti al cardinale per baciare la teca con il sangue liquefatto di San Gennaro. E se il demagogo molisano dice che suo figlio «non è il Trota», comportandosi come quel padre che giustifica i favori concessi al pargolo denigrando quello altrui, il demagogo napoletano discetta sulla «natura identitaria» della festa del santo patrono. Finge di non sapere che l’immagine del sindaco di Napoli che omaggia l’ampolla tesagli dal cardinale ha da secoli un significato ben preciso: la sottomissione dell’autorità civile a quella ecclesiastica. Bel risultato davvero, per uno che si presentava come il sovvertitore delle abitudini sclerotizzate della città.

Non pretendevamo che disertasse la cerimonia del finto miracolo che tutto il mondo ci spernacchia. Sarebbe bastato il silenzio. E un po’ di dignità. Ecco il miracolo che molti elettori si aspettavano da lui e dal partito suo e di Di Pietro. Quell’Italia dei Valori che attraverso le gesta dei suoi volti più noti ci ha appena ricordato quali siano i valori a cui l’Italia non è disposta a rinunciare: familismo e superstizione.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 13 settembre 2011

Premio Potemkin

Va istituito il Premio Potemkin, non quello della corazzata ma quello, per dirla alla Paolo Villaggio, della boiata pazzesca. E chi lo vince, oggi, l'ambito trofeo? C'è l'imbarazzo della scelta fra tre pretendenti. Tutti concentrati sulle ultime esternazioni di Madonna. La quale, riprendendo un giudizio dell'Economist e non del Bolscevico o del Manifesto o di un bollettino dei Cobas o di un giornalucolo da centro sociale occupato, sostiene che Berlusconi è incapace e nocivo per l'Italia. Il che, ovviamente, è opinabile e i fan del Cavaliere non condividono di certo questo giudizio. Ebbene, su Madonna modello Economist, ecco le reazioni. Daniela Santanchè, o santadeche, come la chiama Dagospia: "La signora Ciccone è un'italo-americana anti-italiana" (ovvero il massimo del tradimento, e povero Silvio). Il vice-ministro Giovanardi: "Non valgono mai le cose che dice Madonna, perché è una che tifa a favore dei matrimoni gay". Gabriella Carlucci, deputatessa del Pdl: "Madonna deve avere un addetto stampa comunista. L'avrà imbeccata lui, per questo giudizio, dicendole che così le sue parole finiscono più facilmente sui giornali comunisti" (ovvero la totalità degli organi di stampa nostrani). Insomma a chi dare il Premio Potemkin? Alla dichiarazione numero uno, numero due o numero tre? Noi votiamo la tre, quella sul comunista che manipola la popstar, però ci dispiace per Santanchè e Giovanardi, spesso campionissimi della boiata pazzesca.

di Mario Ajello; Il Messaggero

mercoledì 7 settembre 2011

Troia!!!

http://www.youtube.com/watch?v=P81z_2iNOhk

Il mio premier è Simone Pianigiani, c.t. della nazionale di pallacanestro che, sotto di 21 punti contro Israele, infligge alla sua squadra di talentuosi molluschi una strigliata universale. «Bisogna giocare con un po’ di dignità! Con un po’ di anima! Facciamo a cazzotti, almeno. Ma che czz avete dentro?». Le parolacce di solito mi danno fastidio, ma stavolta mi hanno messo i brividi. E non solo a me: lo sfogo di Pianigiani è uno dei video più cliccati della Rete. Che czz abbiamo dentro? Il problema è tutto lì. Siamo un Paese meraviglioso ed è inutile che vi elenchi i nostri pregi, che sono sempre stati uno in più dei nostri difetti. Siamo sopravvissuti a lanzichenecchi e venditori di tappeti perché a un passo dal baratro abbiamo sempre trovato la mossa del cavallo, lo scatto di dignità. Noi siamo il Gassman debosciato della «Grande Guerra». Quello che davanti all’ufficiale tedesco che ironizza sulla vigliaccheria degli italiani, alza la testa e gli fa: «Allora, visto che parli così, mi te disi propi un bel nient». E pur di non dargliela vinta si fa uccidere, che czz.

Ora, non dico tanto. Però un po’ di anima, di dignità. La classe dirigente ne è priva. Ma noi? Siamo disposti a smetterla di considerarci pedine impotenti di un gioco incomprensibile per riappropriarci del nostro destino? A svegliarci dal torpore lamentoso degli schiavi e a lottare con orgoglio per quello in cui crediamo? Nulla è inarrestabile, neanche il declino. Ci sarà un tempo per ricordarsi di aver avuto paura. Ma non è questo il tempo. Ora bisogna dare tutti qualcosa in più, amare questa comunità e portarla in salvo. Facciamo a cazzotti con la rassegnazione, almeno.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 6 settembre 2011

Ciao, Darwin

Chiamalo, se vuoi, turismo della pernacchia. La meta da raggiungere, e dove rumoreggiare, sono i «ministeri inesistenti» che la Lega dice di aver aperto nella reggia di Monza, ma dopo averli inaugurati li ha subito dimenticati. Beffando i padani che avevano creduto che la capitale d'Italia, o forse la caput mundi, potesse diventare Monza togliendo il posto a Romaladrona.

Di fatto, l'altro giorno una cinquantina di commercianti padovani, in parte ex elettori leghisti, si sono recati negli uffici deserti di questi fanta-dicasteri, sparando pernacchie al Carroccio che li ha presi per il naso. Ieri, una manifestazione della Cisl s'è diretta verso i fanta-ministeri, e giù altre pernacchie. Nei prossimi giorni, il turismo della pernacchia sarà praticato, a colpi di rumorosi blitz, dai militanti del Pd. Quanti spruzzi sonori nell'aria di Monza.

Gli spernacchianti anti-Lega sono comunque decisi anche a spaziare. Oggi parte il giro ciclistico della Padania, il cui patron è il Trota, e gruppi di contestatori s'apposteranno lungo il percorso dal Piemonte al Veneto, armati di linguacce. Ma anche di cartelli sui quali sono scritte alcune delle barzellette dedicate al Trota che spopolano nel web. Cose così: «Il Trota ha detto che ha provato a vendere accendini ai semafori, ma non ha trovato nessun semaforo che fumasse». Oppure: «Il Trota all'orale di italiano. "Mi dica l'infinito di Leopardi". E Renzo: "Leopardare, signora professoressa"». O ancora: «Il Trota ha detto che il nome di Darwin è Ciao». Ciao ciao, Padania, e continua così.

di Mario Ajello; IL MESSAGGERO

Sacrifici... ma non per me

venerdì 19 agosto 2011

Legalizzazione mafiosa... sì, ci mancava

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Fra le tante proposte di tasse alternative che turbinano in queste ore intorno al portafogli terrorizzato degli italiani, vorrei segnalare quella che mi sembra la più creativa. L’ha partorita il cervello democristiano di Paolo Cirino Pomicino, già ministro della Prima Repubblica. Si tratta di una lettera indirizzabile a società di capitali, società di persone, liberi professionisti e titolari di imprese individuali.

Quattro milioni e mezzo di contribuenti, non sempre ascrivibili in blocco alla lista dei più generosi. Il tenore del messaggio sarebbe questo: «Gentile signore, lo Stato in bolletta le propone un patto. Se lei ci anticipa 50.000 euro spalmabili in comode rate, noi per tre anni la esentiamo da ogni genere di accertamento fiscale». Tradotto dal democristiano «vintage» all’italiano corrente e ruttante suona così: «Caro amico possessore di yacht e fuoriserie a sbafo, dammi un pizzo di 50.000 e io per tre anni mi dimenticherò di mandarti la Finanza in ufficio». In sostanza, un ricatto: al possibile evasore viene concesso di evadere senza rischi né rimorsi (ammesso che ne abbia ancora) purché paghi preventivamente allo Stato una licenza di impunità.

La proposta appare cinica e astuta. Quindi perfettamente in linea con la mentalità di parecchi italiani. I quali non avrebbero alcuna difficoltà a capirla e, fatti quattro conti, ad adeguarvisi. Con un bel guadagno per l’Erario: oltre 200 miliardi di gettito potenziale. Non stupisce che l’idea sia venuta a un democristiano. In fondo la Dc era anche questo. Non pretendeva di estirpare i vizi. Si accontentava di farseli pagare.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

venerdì 12 agosto 2011

Dare l'esempio

«Signori Senatori, Signori Deputati. Prima di enunciare i sacrifici che chiederemo ai nostri datori di lavoro, gli italiani, vorrei rammentarvi un aneddoto di 140 anni fa che ha per protagonista il mio predecessore più illustre, Quintino Sella, anche lui alle prese con il totem del Pareggio Di Bilancio. Recatosi alla Camera per esporre i suoi celebri tagli “fino all’osso”, l’illustre ministro propose come atto preliminare una sforbiciata allo stipendio dei parlamentari. Qualcuno gli fece notare che sarebbe stato un risparmio ben misero, se paragonato all’entità monumentale della manovra. Non ho trovato il testo stenografico della risposta di Sella, ma testimonianze unanimi riferiscono che il senso fu questo: “Lo so bene. E però toglierci qualche soldo dalle tasche ci permetterà di guardare in faccia i contribuenti mentre li toglieremo a loro. Una classe dirigente deve dare l’esempio”. Lo fecero fuori alla prima occasione. Ma dopo un secolo e mezzo lui è ancora Quintino Sella. Mentre noi cosa saremo, anche solo fra sei mesi, se ci ostineremo a rimanere sganciati dalla vita dei cittadini comuni? Sono qui a chiedervi di compiere un gesto. Minimo, purché immediato. Dimezzarci lo stipendio. O almeno raddoppiare i prezzi del ristorante del Senato, dove la spigola con radicchio e mandorle costa 3 euro, e le penne all’arrabbiata 1,60. Altrimenti, Signori, la gente diventerà così arrabbiata che le penne finiranno per spiumarle a noi».

(Brano, misteriosamente scomparso, del discorso pronunciato ieri mattina dal ministro Tremonti davanti alle commissioni parlamentari).

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

I veri risparmiatori

Cliccate per ingrandire...
non crederete ai vostri occhi.

L'albero globalizzato

Sbircio gli ultimi aggiornamenti da Wall Street e intanto mi chiedo quando mai mi era importato qualcosa di Wall Street, dove di mio non ho investito neanche un hot-dog. Ma non ho tempo per rispondermi: abbiamo un problema a Parigi, scricchiolano i titoli di Stato francesi e capisco che è una bruttissima notizia anche per me, che non sono francese e ignoro come sia fatto un titolo di Stato francese. E Francoforte? Tutto bene lassù, fratelli? Cercate di tenere duro almeno voi. Già che ci sono, mando un sms a un amico di Londra per sincerarmi che i coetanei incappucciati di Harry Potter non gli abbiano ancora devastato il tinello e completo il giro del mondo in ottanta ansie con un pensiero per la Norvegia: il fascista paranoico è sempre sepolto in galera, vero? Rientrato mentalmente a casa, mi precipito sulle immagini dei tg dedicate alla riunione di palazzo Chigi: fanno un po’ meno paura. So che quelle decine di persone stipate in una stanza arroventata mi daranno nei prossimi giorni qualche dispiacere, ma sarà comunque un pizzicotto, rispetto a ciò che potrebbe arrivarmi addosso dal resto del pianeta.

Questa estate Fine di Mondo sta trasformando la globalizzazione da un blabla di banchieri in una realtà che percepisco fin dentro le ossa. Per ora solo come un’esperienza negativa, ma la prima esperienza di qualcosa è spesso negativa. Comincio faticosamente a capire che non vivo più su un alberello isolato e protetto dal filo spinato, ma che sono seduto su uno dei tanti rami di un unico albero sconquassato dai venti. Giuro che proverò a ricordarmene anche quando la tempesta sarà passata.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

domenica 7 agosto 2011

Il dilemma del Narciso

Noi siamo liberali

Preghiamo

Ho implorato un amico della redazione economica di spiegarmi che cosa sta succedendo. «Hai presente Wile Coyote sull’orlo del precipizio, quando si aggrappa a una roccia che fra un attimo si sgretolerà? Ecco, Wile Coyote siamo noi». Non ho avuto il coraggio di chiedergli chi è Beep Beep. Mi sono invece tuffato fra le agenzie di stampa, alla ricerca di qualcuno che mi rassicurasse sulla solidità della roccia. 1. L’ufficio banalità della Casa Bianca: «I mercati salgono e scendono». 2. L’euro-banchiere Trichet, quello col carisma di una gelatina alla frutta: «In Europa non c’è la decrescita, ma la decelerazione della crescita». 3. Il presidente del Consiglio, in conferenza stampa: «Le azioni Mediaset sono solide, se avessi dei risparmi li investirei lì». 4. Il presidente di un ente pubblico (il governo) invita i suoi associati (gli italiani) a comprare azioni di un’azienda privata di sua proprietà (mi scuso per la ripetizione, ma è come con l’ipnosi: la prima volta uno non riesce a crederci). 5. Il ministro della Chiarezza, Sacconi: «Di fronte a una giornata di tempesta dei mercati finanziari e mobiliari, l’Italia nella sua convergente dimensione istituzionale, economica e sociale vuole rispondere all’instabilità globale accompagnando il percorso di disciplina di bilancio già delineato con la maggiore crescita». 6. La vicepresidente della Compagnia di San Paolo, suor Giuliana: «A questo punto non ci resta che pregare».

L’unica ad avere una strategia mi sembra suor Giuliana.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

giovedì 28 luglio 2011

In galera!!!

Sono stato male interpretato. Ecco, se ne sentiva la mancanza di questa frase. Ieri un parlamentare europeo, uno degli esponenti più conosciuti di un partito che governa l’Italia - Mario Borghezio, Lega Nord - ha goffamente inviato le sue scuse alla Norvegia dopo che in una trasmissione radiofonica aveva spiegato di condividere al cento per cento le idee di Breivik, l’uomo che ha compiuto la strage a Oslo e nell’Isola di Utoya. Anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini, aveva definito «farneticanti» le affermazioni di Borghezio e lo aveva invitato a scusarsi con il popolo norvegese. Borghezio ieri lo ha fatto, ma a modo suo. Malgrado in ogni secondo si possano ascoltare le sue frasi su Youtube, Borghezio non ha affermato «scusate, ho detto una sciocchezza», «scusate, mi sono spiegato male», «scusate, forse era meglio se mi stavo zitto, provavo a non seminare altro odio e a rispettare maggiormente le vittime di questa immane tragedia». No, per scusarsi, ha sostenuto che le sue frasi sono state «illegittimamente travisate». Da chi? Da Youtube? Qui il problema non è il multiculturalismo. Qui il problema è la monocultura di chi non riesce, almeno quello, neppure a scusarsi davvero.

di Mauro Evangelisti; Il Messaggero

domenica 24 luglio 2011

R.I.P.

Gran Circo Bossi

Lo Zeligoverno continua imperterrito, come diceva Albertone nostro nella parte di Mario Pio. Il ministro Calderoli ha detto che i ministeri vanno decentrati, perché quello dell’agricoltura al centro di Roma è un controsenso, come lo sarebbe quello del lavoro a Napoli dove non saprebbero di cosa si parla. A proposito di lavorare: il ministro Bossi ha risposto a chi gli chiedeva del rimpasto “facci andare in vacanza, lascia stare il rimpasto”, versione postmoderna del ragazzo-lasciami-lavorare o del non-disturbate-il-manovratore che si leggeva sul tramvetto della Stefer.

di Piero Mei; Il Messaggero

La strage di Oslo

Poco prima dell’alba gli elicotteri volano bassi sul sottile specchio d’acqua che divide il paese di Sundvollen dal paradiso perduto di Utoya. I motori dei Sea King, che trasportano medici e infermieri, martellano l’aria col loro ritmo inquietante.

Su piccole barche bianche i pescatori e i volontari arrivati dai villaggi richiamati dal tam tam di Internet illuminano il profilo scuro del mare, ripercorrendo avanti e indietro gli ottocento metri che dividono le due coste. Recuperano i corpi che galleggiano sulla superficie. Maschere sfigurate, la pelle bianca, le spalle e la schiena bucate dalle pallottole. Ci sono brandelli di vestiti ovunque. Scarpe. Camicie. Cinture. Jeans. Genitori schiacciati dall’angoscia attendono notizie al Sundvollen Hotel, punto di raccolta degli scampati. Le grida sono continue. Una donna sviene. Un’altra vomita appoggiata a una panchina. Fa freddo, c’è un vento infido. La Norvegia scopre che cosa significa confrontarsi con l’Apocalisse.

Alle dieci del mattino il calcolo dei morti si fermerà a 85. Ne verranno altri. Ammazzati uno a uno. Come cani. Peggio dei cani. Colpiti, abbattuti, e spesso finiti con un secondo colpo in pieno volto dal delirio nazista di Anders Behring Breivik, 32 anni, single, esaltato ultranazionalista norvegese di buona famiglia, imprenditore agricolo e oltranzista cristiano capace di scatenare la devastante onda d’urto della sua intransigente mediocrità. Prima l’autobomba di Oslo. Poi il tiro al bersaglio con le armi automatiche nella trappola di Utoya. Raffiche da cinque, dieci colpi consecutivi.

Con una freddezza e un’indifferenza disumane.

Uno dei sopravvissuti, Edvn Rindhal, studente di Trondheim, racconterà di averlo sentito gridare: «Bastardi, vi uccido tutti, non avete diritto di stare al mondo». Così è cominciato il macello. L’eliminazione fisica di un gruppo di ragazzi tra i 16 e i 25 anni riuniti a Utoya per l’annuale meeting dei giovani laburisti.

Pulizia etnica

Nell’isola gli ospiti sono 560. Hanno piantato le loro tende nel parco da due giorni. Falò, notti passate suonando la chitarra e cantando vecchi inni della classe operaia, seminari sulle opportunità del Paese, progetti, sfide a pallavolo, un torneo di calcio. Una tradizione che dura da sessant’anni, un appuntamento imperdibile, su un’isola fatata e maledetta grande meno di un chilometro quadrato regalata al partito nel 1950. È lì, in mezzo alla foresta dei pini, che il centrosinistra forma la sua classe dirigente. La fonte dell’eterna giovinezza progressista. Il primo ministro Jens Stoltenberg ha passato qui ogni estate a partire dal 1979. «Qualcuno ha trasformato il paradiso della mia gioventù in un inferno. Ma neppure questo gesto riuscirà a cambiare la disponibilità della nostra nazione verso il resto del mondo».

Breivik, ossessionato dall’invasione islamica, dalla fusione delle razze, dalla trasformazione del sangue scandinavo in un miscuglio che gli dà il voltastomaco, vuole azzerare la prossima generazione di leader norvegesi. Colpire il sistema al cuore. Una carneficina immaginata come una pulizia etnica. «Una persona con un ideale ha la stessa forza di centomila che pensano solo ai propri affari», aveva scritto il 17 luglio su Facebook. La Lacoste blu, il colletto sollevato, il sorriso debole di un uomo ormai incapace di reggere il patetico scheletro della sua solitudine senza scampo.

Forse aveva un complice. Un uomo di cui parlano alcune testimonianze. Lui, interrogato ieri per tutto il giorno, nega. «Ero solo. Volevo fare della Norvegia un posto migliore. Possibile che nessuno si vergogni di quello che siamo diventati?».

«Sparava alla testa»

Alle quattro di notte una luce debole scava l’orizzonte. I corpi speciali setacciano l’isola di Utoya alla ricerca dei dispersi. Usano i cani. La zona è transennata. Un pescatore grida. L’acqua ha restituito un corpo. È un ragazzo moro, con una camicia gialla e due buchi nella schiena. Colpito alle spalle. Lo adagiano in un sacco trasparente. Chiudono la lampo.

Simen Branden Mortensen, guardiano del campeggio, racconta che Breivik si era presentato vestito da poliziotto a metà pomeriggio. «Mi ha detto: sono qui per controlli di routine dopo la bomba di Oslo. Mi ha fatto vedere un documento d’identità. Gli ho procurato una barca e l’ho mandato sull’isola. Dopo meno di cinque minuti ho sentito gli spari. Non me lo perdono».

Piove sempre più forte. Davanti al Sundvollen Hotel Elise, 15 anni, si nasconde sotto il cappuccio di una felpa rossa. Ha grandi occhi disperati. Trema. Ma non vuole andare in camera. «Voglio sentire che sono ancora viva». Come molti suoi amici è andata incontro all’assassino considerandolo un amico. Breivik richiamava la loro attenzione. «Ragazzi, venite qui, vi devo parlare». Un poliziotto norvegese non poteva essere un pericolo. «Invece ha estratto le armi da un sacca e ha sparato. Io sono fuggita. E mentre mi giravo ho visto che finiva un ragazzo ferito a terra. Gli ha appoggiato la pistola alla tempia. Gli ha fatto saltare la testa». Un incubo. Centinaia di colpi, una fuga collettiva verso nessun luogo. Il carosello dell’orrore. Dai cellulari e dai personal computer partono centinaia di richieste d’aiuto. «Fate presto. È pieno di morti». Qualcuno sale sugli alberi, molti si precipitano verso il mare. Elise si nasconde dietro una roccia. Chiama casa. «Papà mi detto: stai tranquilla, spegni il telefono e non farti sentire. Togliti la giacca colorata. Arriviamo. Stavo per scoppiare a piangere, ma mi sono bloccata perché ho visto i piedi dell’assassino spuntare sopra la mia testa. Era salito sulla roccia che avevo scelto come riparo. Guardava il mare e sparava. Mi sembrava di impazzire».

I colpi, l’acqua gelata, la paura, i vestiti pesanti e una costa troppo lontana risucchiano molte vite. Jorgen Benone dice che lui ha scelto una roccia perché anche le barche gli sembravano sospette. «Era un poliziotto che ci stava aggredendo. Ho pensato a un commando. Magari era arrivato proprio dall’acqua». Eskil Norgren non sa più dove è sua figlia. «Mi ha chiamato: papà scappo a nuoto. Le ho detto: no, l’acqua è gelata e saresti un bersaglio facile. Nasconditi nel bosco. Lei mi ha detto: va bene. Non ho più saputo nulla. Ma aspetto. So che tornerà». La polizia prova a stilare un primo elenco dei morti. Ci vorranno giorni per il bilancio definitivo. Sono troppi i ragazzi sfigurati, irriconoscibili.

«Diceva pietà, l’ha finita»

La mattanza dura 30 minuti. Tanto ci vuole prima che le squadre speciali sbarchino sull’isola. «Per noi era impossibile immaginare una cosa del genere. Non qui. Non in Norvegia», dice in lacrime il capo della polizia. Adrian Precon, una barba sottile che fatica ad arrampicarsi sul viso bambino, non riesce a smettere di strapparsi ciocche di capelli. Ha il busto fasciato. «Ho pensato: un norvegese non può uccidere altri norvegesi. Quando ho realizzato che mi aveva puntato la pistola contro ho cominciato a correre. Mi ha colpito alla spalla. Sono caduto a terra. Mi sono finto morto. Lui mi è passato vicino e non ha finito il lavoro. Credo che il freddo che ho addosso non se ne andrà mai più».

La sua amica Alyssa si è messa in ginocchio davanti a Anders Behring Breivik. L’ha implorato. «Ti prego. Sono giovane». Breivik le ha scaricato una raffica addosso. Poi ha calpestato una fila di cadaveri. Quando le guardie speciali lo hanno circondato ha buttato a terra le armi e si è consegnato senza fare resistenza. Sulla faccia aveva una smorfia malata. Ha offerto le mani alle manette e ha detto calmo: «Ho fatto quello che dovevo. Adesso vi spiego tutto».

di Andrea Malaguti; LA STAMPA

Tutti hanno diritto ad un faccendiere

martedì 12 luglio 2011

Il mondo è bello perché è vario

Ritorna prepotente la discussione sulla nuova legge elettorale. Farla o non farla? E se sì, quale? Naturalmente Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione simpatizzano per il proporzionale alla tedesca, nel Pd i più sono favorevoli a un modello ungherese su cui non sappiamo dettagliarvi, però Pannella con Parisi vuole il sistema francese con collegi uninominali, mentre Tremonti con Calderoli intende conservare il Porcellum. E Berlusconi? Lui domenica, a villa La Certosa, con un paio di amiche ha saggiato il doppio turno alla sarda.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Svergognati ipocriti

Sibari, che chiede di diventare capoluogo vantandosi di produrre «l'agrume migliore del mondo, le clementine», può tornare a sperare. E così Breno, 5.014 abitanti, capitale dei Camuni e della Valcamonica. E con loro Cassino e Guidonia, Busto Arsizio e Nola, Pinerolo e Melfi e tutte le altre aspiranti metropoli che sognano di avere finalmente lo status: cos'hanno meno di Tortolì e Lanusei, che capoluoghi già sono?
La bocciatura alla Camera della proposta di legge costituzionale per sopprimere le Province è il via libera ai cattivi pensieri e alle piccole megalomanie coltivate dai notabili locali. E a un nuovo incremento di quegli enti che già un secolo fa l'allora sindaco di Milano Emilio Caldara bollava come «buoni solo per i manicomi e per le strade», ma che da 59 che erano nel 1861 (il criterio era semplice: ciascuna doveva poter essere attraversata in una giornata di cavallo) sono via via saliti a 110. Garantendo oggi 40 poltrone presidenziali al Pd, 36 al Pdl, 13 alla Lega, 5 all'Udc, 2 a Mpa e Margherita e così via.
Dicono oggi quanti hanno votato contro la proposta dipietrista (leghisti e pidiellini, con molte dissociazioni) o l'hanno affossata astenendosi (i democratici, nonostante i «malpancisti») che non si possono affrontare questi temi con l'accetta, che occorre riflettere sui vuoti che si creerebbero, che è necessario stare alla larga dalle «tirate demagogiche» e così via... Insomma: pazienza. Tutti argomenti seri se questi pensosi statisti non li avessero già svuotati in decennali bla-bla.
Soppresse già alla Costituente dalla Commissione dei 75, ma resuscitate dall'Assemblea in attesa delle Regioni, le Province avevano quella data di scadenza: il 1970. Ma quando le Regioni arrivarono, Ugo La Malfa invocò inutilmente la soppressione dei «doppioni»: il Parlamento decise di aspettare il consolidamento dei nuovi enti. Campa cavallo... Quarant'anni dopo, non c'è occasione in cui il problema non sia affrontato con il rinvio a un «ridisegno complessivo», a una «riscrittura delle competenze», a una «grande riforma» che tenga dentro tutto.
Basti rileggere quanto decise la Camera il 12 ottobre 2009 quando finalmente, per la cocciutaggine di Massimo Donadi e dell'Italia dei Valori, l'abolizione delle Province, sventolata in campagna elettorale da Silvio Berlusconi e, sia pure con accenti diversi, da Walter Veltroni, arrivò finalmente in Aula. La delibera di Montecitorio diceva che la riforma degli enti locali era «urgente e necessaria al fine di rimuovere la giungla amministrativa e di ridurre i costi della politica», denunciava la «proliferazione di innumerevoli enti» e «un intreccio inestricabile di funzioni che genera inefficienza e rende difficile la decisione amministrativa» e rinviava tutto al sorgere del mitico sole dell'avvenire berlusconian-federalista. E cioè alla «imminente presentazione di un disegno di legge recante la Carta delle autonomie locali».
Da allora sono passati, inutilmente, altri due lunghi anni e mentre la crisi azzannava i cittadini, gli artigiani, le piccole e grandi imprese causando crolli apocalittici, disperazione e suicidi, i palazzi del potere davano qui una sforbiciatina del tre per cento, lì del tre per mille. E quelle epocali riforme che dovevano ridisegnare tutto per restituire al Paese la forza, l'efficienza, la stima in un classe dirigente credibile, tutte cose necessarie per affrontare questi tempi bui, dove sono? Sempre lì torniamo: taglia taglia, hanno tagliato i tagli.
 
di Gian Antonio Stella; IL CORRIERE DELLA SERA

martedì 21 giugno 2011

Tutto si spiega

Che paura

Guai a tremare davanti a Bossi, che fa il lanzichenecco e tenta un nuovo sacco di Roma, agitando uno spadone di latta e una fifa blu (anzi verde) di non beccare più un voto neppure negli alpeggi più hard. Infischiarsene del leghista Salvini che fa il duro, e annuncia che l’Italia intera deve obbedire alla loro pretesa di spostare i ministeri da Roma, altrimenti... «Altrimenti c’arrabbiamo», dice il capetto lumbard, citando il titolo del celebre film di Bud Spencer e Terence Hill.

Replicare con una risatona, possibilmente farcita di alitate alla coda alla vaccinara o alla pajata, come quella che la Polverini ha fatto mangiare lo scorso anno al Senatur imboccandolo come un infante munito di cravatta verde al posto del bavaglino, di fronte a Calderoli che va in giro esponendo una targa di ottone con su scritto il nuovo indirizzo del ministero della semplificazione legislativa. Ossia il suo giochetto personale, a spese pubbliche, che da Roma dovrebbe finire in qualche sperduto caseggiato di Monza (e comunque non lo rimpiangeremo).

Ecco, occorre essere superiori e gradassi al cospetto delle sparate anti-romane dei lumbard. Perchè resta valido e sacrosanto quel grido che un bottegaio di via Cavour, anni fa, uscendo dal suo negozio e imbattendosi in una sfilata leghista per le vie dell’Urbe, lanciò contro i manifestanti: «Ao, quando voi vivevate ancora sugli alberi, noi quaggiù eravamo già gay!».

di Mario D'Ajello; Il Messaggero