sabato 12 novembre 2011

B

Forse solo adesso che sta, oh molto lentamente!, evaporando nell’album dei ricordi, comincio a rendermi conto con un certo spavento che ho trascorso metà della mia vita a occuparmi di B. Anche molti di voi, lo so. Per quanto un po’ meno di me, che come cronista l’ho avuto accanto fin dal primo giorno di lavoro. Quando il mio vicino di scrivania al «Giorno» mi mostrò una fotografia del neo-presidente del Milan fra Baresi e Maldini. «Tempo sei mesi e al loro posto ci saranno due carabinieri!» mi vaticinò, quel comunista. La prima di tante previsioni sbagliate.

Sei mesi dopo al posto dei carabinieri c’ero io, ma B non era nelle condizioni di spirito per farci caso. Eravamo in un salone dei palazzi vaticani per l’udienza del Milan col Santo Padre. Un vescovo si avvicinò a B: «Come d’accordo, Sua Santità parlerà dopo di lei...» B, che non ne sapeva nulla, sorrise al porporato, poi si girò verso i suoi e lì investì con una strigliata memorabile. Gli restavano dieci minuti per improvvisare un discorso, Lo seguii di nascosto, lungo i velluti di un corridoio laterale: mi incuriosiva vederlo all’opera in una situazione di emergenza. Lo osservai camminare avanti e indietro. Contorceva la bocca e componeva arabeschi con le mani. Si stava caricando.

Alla fine della passeggiata indossò il suo miglior sorriso celentanoide e affrontò Wojtyla con poche, leggendarie parole. «Santità, in fondo Lei assomiglia al mio Milan». Qualche cardinale sussultò. «Perché anche Lei, come noi, è spesso in trasferta, a portare in giro per il mondo un’idea vincente, che è l’idea di Dio». Fu un trionfo. B si era trascinato al seguito un esercito di milanisti, giornalisti e inserzionisti - il Gruppo, come lo chiamava lui - e li presentò al Papa uno alla volta, alla sua maniera: «Questo è Ruud Gullit, Santità. Già 12 gol quest’anno, di cui tre in Coppa dei Campioni». Wojtyla abbozzò un sorriso di cortesia. «E questo è Gigi Vesigna, direttore di Sorrisi e Canzoni: un milione di copie, molte più di Panorama!». Il Papa si illuminò: «Panorama! Io leggo sempre Panorama!». B ci rimase così male che forse in quel momento decise di comprare la Mondadori.

Avevo ventisei anni e mi faceva già così ridere e così paura. Era il cumenda moderno, circondato dal servilismo dei collaboratori. Arrivava all’allenamento del Milan in elicottero, si toglieva l’impermeabile e lo lanciava dietro le spalle, dove c’era sempre qualcuno che lo pigliava al volo. Scrissi che il raccattacappotti era il nuovo portiere del Milan e si arrabbiarono tutti, specie il portiere del Milan. L’allenatore Sacchi, adulatore furbissimo, iniziava le conferenze del sabato con una formula magica: «Permettetemi anzitutto di ringraziare il Dottore, che è una persona meravigliosa. Senza di lui, noi non saremmo qui». Alla decima volta un collega alzò la mano: «Senta, Sacchi, premesso che il Dottore è una persona meravigliosa, ci dice la formazione?».

Io scrivevo tutto. Anche la didascalia sotto la celebre foto che lo ritraeva con Confalonieri, Dell’Utri e Galliani: in maglietta bianca e in fila per uno: «Il Gruppo, compatto, suda agli ordini del Dottore». Non poteva durare. Il direttore del «Giorno» Lino Rizzi, indicato (come si diceva allora) dalla Dc, mi mandò a chiamare. «B ha detto che se non la smetti di prenderlo in giro, ci toglie la pubblicità di Canale 5». E tu cosa vuoi che faccia, direttore? «Il tuo dovere. Con prudenza. Ma non smettere di raccontare quello che vedi». Il primo miracolo di B: farmi rivalutare i democristiani.

Già allora esisteva un doppio B: quello solare delle apparizioni in pubblico e il personaggio misterioso che aveva potuto disporre, a meno di trent’anni, di prestiti miliardari. Ma nei lunghi pomeriggi di Milanello la storia extrasportiva che tutti ci raccontavamo a mezza bocca riguardava il famoso patto di Segrate. Quando B e la Mondadori, non ancora sua, avevano firmato di venerdì pomeriggio un accordo solenne per spartirsi la pubblicità televisiva a partire dal lunedì successivo. Dopo le foto e i sorrisoni di rito, B rientrò nei suoi uffici e, così narra la leggenda, si rivolse al segretario Urbano Cairo e agli altri collaboratori come in un film: «Sincronizzate gli orologi: abbiamo solo 48 ore prima che entri in vigore l’accordo. Rastrellate tutta la pubblicità che c’è in giro!». Il lunedì la Mondadori si trovò senza più neanche uno spot e di lì a qualche giorno dovette vendere Retequattro. A chi? A B.

Questo aneddoto forse un po’ romanzato (magari, conoscendolo. proprio da lui) è il test che utilizzo da anni per capire gli orientamenti politici dei miei interlocutori. Se rispondono «vergogna, che disprezzo per le regole!», sono berluscallergici. Se dicono «intanto però lui nel weekend ha lavorato!», sono berluscloni.

Fui testimone oculare di una censura. Un collega del suo «Giornale» aveva intervistato Baresi, piuttosto critico con il presidente. Il pezzo, intitolato «La difesa del Milan attacca B», era saltato alle undici di sera in tipografia, goffamente sostituito da una foto di Trapattoni delle dimensioni di un poster. Ci trovavamo ad Ascoli, al seguito del Milan, e il collega censurato passò la giornata successiva al telefono della mia stanza d’albergo, così potei assistere in diretta al balletto straziante degli scaricabarile. Baresi smentì l’intervista. Montanelli, ancora direttore, chiese al giornalista se aveva la registrazione, ma nello sport allora non usava: tutto era affidato ai taccuini. A malincuore persino il grande Indro dovette allargare le braccia. Così la censura passò e divenne un precedente. Lasciai Milano e «Il Giorno» per Roma e «La Stampa», convinto che non lo avrei incrociato mai più. Lo rividi una notte a Barcellona, la Coppa dei Campioni fra le braccia, mentre catechizzava la folla di un ristorante: «Un giorno farò l’Italia come il Milan!». Tutti a darsi di gomito, tranne i cronisti sportivi che lo seguivano da una vita. Solo loro sapevano che uno così era capace di tutto.

Il ponentino romano mi deberlusconizzò rapidamente. Avevo quasi nostalgia di B, quando una sera di novembre il giornale mi mandò in Parlamento per raccogliere pareri sul suo ventilato ingresso in politica. Montecitorio alle sette era deserta, ma da una porta apparve un ritardatario, il capogruppo del Pds, Massimo D’Alema: «Smettetela di spargere in giro le solite sciocchezze. B non entrerà mai in politica. E’ pieno di debiti». Appunto, azzardai io. Ma D’Alema mi fulminò con una smorfia delle sue: «Allora mi devo ripetere: non entrerà mai in politica!». Compresi che la discesa in campo era ormai inevitabile.

Nei mesi successivi l’Italia intera scoprì l’omino del nuovo ventennio. Le sue manie e megalomanie. Le videocassette con la finta libreria e la calza sulla telecamera. Il miracolo del tifoso milanista paralizzato: «Tommaso della Fossa dei Leoni: alzati e vieni dal tuo Presidente!». L’inno con le parole intercambiabili: «E forza Italia per fare per credere...». Le frasi memorabili: «Non esistono i poveri, ma solo i diseducati al benessere».

Ero disperato. A cosa mi era servito scappare dallo sport e far perdere le mie tracce, se me lo ritrovavo di nuovo addosso? Con i colleghi de «La Stampa» Pino Corrias e Curzio Maltese ci prendemmo una settimana di ferie per scrivere un libro sul suo avvento al potere. Lavoravamo in un posto segreto, giorno e notte, non ricordo di aver mai infilato i piedi sotto le coperte. Morivamo di sonno e, per non morire anche di fame, un pomeriggio Curzio e Pino andarono a fare la spesa. Ero solo in casa quando la porta bussò con violenza: «Carabinieri, aprite!». Come avevano fatto a trovarci? Nessuno, tranne i parenti stretti, sapeva che eravamo lì. Ero così imbevuto di B che feci un paio di collegamenti mentali: i carabinieri dipendevano dalla Difesa, Previti era ministro della Difesa, ergo B li aveva mandati ad arrestarci. Truccando la voce pigolai: «Chi cercate, prego?». «Maltese Curzio...». «Chi?». «...Corrias Pino». «Chi?» «...e Gramellini Massimo». «Perché?».

Fu il «perché» a fregarmi. A quel punto dovetti aprire. Scoprii che non era stato B a spedirceli, ma il direttore de «La Stampa», Ezio Mauro. Avendo saputo chissà come che avevamo appena parlato col più acuto filosofo del berlusconismo, Mike Bongiorno, quel formidabile trapano aveva mobilitato i carabinieri di mezza Italia per rintracciarci e avere un’anteprima dell’intervista sul giornale.

Parli d’altro, mi suggerivano i lettori. Una parola. Non esisteva argomento in cui, per dritto o per rovescio, non entrasse lui. La politica? Lui. Il calcio? Lui. La tv? Lui. La pubblicità? Lui. Il cinema? Lui. La cultura (ehm ehm). Lui. I soldi? Lui, lui, lui. Un giorno, stremato, comprai una rivista di botanica. C’era una foto di B nel giardino di Arcore mentre potava le rose.

Difficile non trasformarlo in un’ossessione. Il culmine lo raggiunse un amico di «Repubblica» durante la mia prima e ultima vacanza esotica, all’indomani della vittoria elettorale dell’Ulivo. Ci concedemmo un bagno notturno, c’erano la luna, le ragazze, il mormorio avvolgente del mare. Avevamo ancora l’acqua alle ginocchia quando l’amico mi si avvicinò con aria corrucciata. «Sai», disse. «Stavo pensando che se Prodi non fa la legge sul conflitto di interessi entro una settimana...». «Ti prego», mi ribellai. «Non ora, non qui!». E invece aveva ragione. Gli ulivisti non fecero la legge, forse erano su qualche spiaggia esotica anche loro, e B continuò a fare il B più di prima.

Entrai nella fase dell’apostolato attivo: volevo convincere il mio prossimo che B non era un liberale ma un monopolista, e che non gli importava niente dell’Italia ma solo dei fatti suoi. Mi arresi durante un trasloco, quando un operaio mi abbordò preoccupato: «Dottò, lei che mastica di politica, ma è vero che B pensa di vendere le sue televisioni?». «Ne dubito, ma lo spero. Diventeremmo un Paese normale, non crede?». «Io, se vende le tv, non lo voto più». «Come dice, scusi?» ululai. «Non lo voto più. Finché ha le tv è ricco e non ruba». «Ma così farà sempre e solo gli affari suoi!». «Ma facendo i suoi, sarà costretto a fare un po’ anche i miei. Se invece vende le tv, diventa un politico come tutti gli altri». Mi arresi. La sinistra doveva smettere di sostenere che l’italiano medio era vittima di Berlusconi. L’italiano medio era solo un Berlusconi più povero.

Oramai B era il nome più evocato, più maledetto, più amato. Provate a contare quante volte avete pensato a lui in questi anni. Più che a vostra suocera, di sicuro. Mai nessuno aveva diviso tanto l’Italia e gli italiani. Un tizio mi scrisse alla posta del cuore per raccontarmi di aver lasciato una ragazza che stava corteggiando, dopo aver scoperto che lei aveva votato per B. Un popolo spaccato in due, una democrazia trasformata in un referendum continuo: pro o contro una singola persona che incarnava un mondo che gli uni consideravano sguaiato e gli altri vitale. E quella persona era il cumenda ridens che avevo visto lanciare l’impermeabile all’aspirante portiere milanista.

Siamo invecchiati insieme, nel senso che mentre io perdevo i capelli lui li ritrovava. In venticinque anni ho cambiato opinione su quasi tutto, ma non su B: continua a farmi ridere e a farmi paura. Ultimamente più paura che ridere. Non ha mai cercato di convertirmi. Pare mi consideri fra gli irrecuperabili da quella volta che, saputo dei miei trascorsi liberali, mi fece chiedere da un suo amico: «Ma se non è comunista, perché non sta con me?» B è un semplificatore: o sei Stalin o Emilio Fede. Il mondo del Duemila è troppo complesso per sottostare ai suoi schemi. Anche per questo la sua stella è al tramonto. Senza di lui non mi annoierò, ma certo dovrò faticare di più. Mi toccherà tenere d’occhio un sacco di persone: un politico, un impresario, un presidente di calcio, un venditore di sogni, un comico, un playboy. Mentre prima, per averle tutte, me ne bastava una.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Blah blah blah

Appoggio esterno
Sostenere Mario Monti o non sostenere Mario Monti? La terza via del Pdl, ispirata dalla migliore manualistica della Prima Repubblica, è l’appoggio esterno. Un po’ sì e un po’ no. Da ragazzo fumai uno spinello ma non lo aspirai, disse una volta Bill Clinton: era l’appoggio esterno alla canna. Tirai una molotov ma non esplose, disse Massimo D’Alema: era l’appoggio esterno alla rivoluzione. Appoggio esterno non vuol dire appoggio affievolito, ha dunque precisato Gaetano Quagliariello. Dunque, appoggiamo ma decliniamo ogni responsabilità.

Banda bassotti
I tecnici da cui è formato il governo in pectore, secondo il leghista Roberto Calderoli. Quando tornano all’opposizione, i carroccianti tornano anche alla creatività. A proposito di metafore disneyane, si noti la notevole somiglianza sia storica che somatica di Calderoli con Ciccio, l’oca che gira e rigira si pappa la torta di Nonna Papera.

Base
 La base si ribella, in genere. Stavolta pareva fosse successo all’Italia dei Valori: la base (in realtà una minoranza internettiana) non vuole barricate, ma sceglie di dare una mano a Mario Monti. Si concretizza il dilemma sollevato da uno dei più grandi filosofi del Novecento: Lucio Battisti. Disse che «l’artista non deve andare dietro al suo pubblico, ma stargli davanti». Il problema dei leader è che, quando cercano di stare davanti al loro popolo, a un certo punto si girano e dietro non c’è nessuno.

Consultazioni lampo
 Vedi la voce «veti incrociati»

Convergenze parallele
 Oltre il settanta per cento degli elettori dell’Idv e il cinquantacinque per cento di quelli della Lega vuole andare a votare. Senza contare la comodità di starsene all’implacabile opposizione di un governo che spargerà sangue. Due partiti alternativi, gli stessi opposti interessi. Di bossiani e dipietristi si apprezzano anche le novità lessicali dietro cui si nascondono le care vecchie macchinazioni.

Dini
Lamberto, ministro berlusconiano, poi ribaltonista, poi ministro prodiano, poi ribaltonista, già leader di Rinnovamento italiano. Il Pdl pensa a Dini. Berlusconi spariglia con Dini. La Lega apre a Dini. Si è letto persino «il nome nuovo è Dini». La parola crisi assume più ampi significati.

Discontinuità
Il governo Monti la garantisca. Discontinuità dall’ultimo governo Berlusconi ma discontinuità anche dal rissoso e inconcludente governo dell’Unione. E quindi discontinuità dal governo del Polo 2001-2006 che è all’origine degli attuali guasti. E discontinuità, ovvio, dall’Ulivo 1996-2001 che produsse tre premier. Va da sé che serve discontinuità dal governo Dini detto del ribaltone, ma altrettanta discontinuità dal primo improbabile governo Berlusconi durato otto mesi. Ognuno vada indietro sinché crede, fino a Bettino Craxi, Agostino Depretis o Romolo Augustolo.

Fascisti
 Termine evergreen tirato fuori ieri da Franco Frattini per definire gli ex di An che vogliono le elezioni. Ne è scaturita una polemica che ha coinvolto i finiani. Attraverso il webmagazine “il Futurista” hanno scritto ai colonnelli: fascisti siete e fascisti resterete. Flavia Perina, ex direttore del Secolo, ha precisato: fascistelli. Ignazio La Russa ha replicato a Frattini: comunista. Lo spread fra camerati e compagni ai minimi storici.

Funghi
«Non è che uno può andare per funghi durante il governo tecnico...». Lo ha detto Pierluigi Bersani a proposito di Di Pietro. Bersani ha portato nella politica un nuovo linguaggio: non è che si può star qui a pettinare i ricci; non siamo mica qui a disegnare le righe ai calabroni; non siamo mica in parlamento per far la doccia alle trote...

Governicchio
No a un governicchio, dice Di Pietro. È già un governicchio, titola Libero. Rischia di nascere un governicchio, spiega Pierferdinando Casini. Vedi la voce successiva.

Governissimo
O governo tecnico. O governo tecnico con discontinuità. O di salute pubblica. O della larghe intese. O di larghe convergenze. O di tregua. O di unità nazionale. O di responsabilità nazionale. O di solidarietà nazionale. O di garanzia. O istituzionale. O di decantazione. O per le riforme. O di legittimazione parlamentare. O di transizione. O della salvezza. O di emergenza. Purché serio. Purché a termine. Purché a obiettivo. Purché ambizioso. Purché bipartisan. Purché condiviso. Purché non sia un governicchio. Un governicchio? No, serve un governissimo. O un governo tecnico...

Mercati
I mercati vanno rassicurati, vanno tranquillizzati, vanno calmati, hanno bisogno di credibilità, ci voltano le spalle, si fidano, non si fidano, schizzano, crollano, hanno la percezione, intuiscono, capiscono, che cosa abbiamo detto ai mercati?, c’è turbolenza nei mercati, i mercati sanno perfettamente, i mercati hanno fiducia, hanno perso la fiducia, sono partiti male stamattina, provano a reagire, sono spaventati, so’ piezz’e core.

Nuova fase
L’importante è entrare in una nuova fase, ha detto Paolo Cirino Pomicino. Che tornasse il nuovismo: ecco un evento imprevedibile. Che tornasse Cirino Pomicino: ecco un evento molto imprevedibile. Che tornassero assieme: quando la realtà entra nella quarta dimensione.

Passo indietro
Berlusconi lo ha fatto e la tortura sembrava finita. Ma ieri D’Alema lo ha chiesto di nuovo, stavolta ai partiti. Un giorno lontano qualcuno proverà il brivido di invocare un passo in avanti.

Paletti
Ma il governo Monti che cosa dovrebbe fare? Suggerimenti qua e là: la legge elettorale, la legge elettorale no; la patrimoniale, la patrimoniale no; politiche sociali ma non macelleria sociale; toccare la pensioni, giù le mani dalla pensioni; privatizzare tutto, tutto fuorché privatizzare; fare quello che dice l’Europa, rendersi indipendenti dall’Europa; l’amnistia, l’amnistia? È il Paese che fa quadrato.

Responsabilità
È il momento di assumersi le proprie responsabilità. Per Rosi Bindi, Di Pietro deve assumersi le sue responsabilità. Per Di Pietro, è la Bindi di deve assumersi le sue responsabilità. Per Berlusconi, anche il centrodestra deve assumersi le sue responsabilità. È ora delle responsabilità, ha detto Lorenzo Cesa dell’Udc, e noi ce le assumiamo. Secondo Alemanno, è il Pd che deve assumersi le sue responsabilità. E secondo Matteoli, ognuno si assumerà le sue responsabilità. Tutti si assumano parte di responsabilità, ha concluso Walter Veltroni. L’unico autorizzato a vantare il titolo di Responsabile, Domenico Scilipoti, ieri ha detto la sua: «Monti è un lobbista».

Sterile
No a un Aventino sterile, dice Pancho Pardi in dissidenza con il suo partito, l’Idv. Ma Pdl più Pd sono come due maschi a letto insieme, cioè sterili, ribatte Di Pietro. La discussione è aperta ad altri fertili interventi.

Veti incrociati
Antica tecnica che tende a bloccare la manovra di chi tende a bloccare la manovra a chi sta tendendo a bloccare la tua manovra. Il concetto - rispetto al numero di partiti, correnti, bande e pistoleri solitari presenti oggi in Parlamento - è qui semplificato. I veti incrociati non agevolano l’obiettivo delle consultazioni lampo. Si consiglia di conservare l’aggettivo “lampo” per un proverbio che tornerà utile: la vita è una tempesta, è prenderlo lì che è un lampo.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Gatta ci cova

Non ve lo aspettavate, vero? Silvio Berlusconi che dice di sì a un governo delle larghe intese. Questa è davvero inedita. E imprevista. E invece pare proprio che lui ci stia. Lui, col suo Pdl, con il Pd, con tutto il Terzo Polo, cioè coi casiniani, coi rutelliani, coi finiani, per non parlare degli scajoliani e dei pisaniani e persino dei dissidenti dell’Hassler, quelli che lui ha chiamato traditori. E poi Noi Sud, Forza Sud, forse anche Vendola... Bè, insomma, Berlusconi ha detto sì al governo Monti perché non poteva perdersi un’ammucchiata.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

mercoledì 9 novembre 2011

A casa!!!

Corri a casa in tutta fretta c'è il biscione che ti aspetta. Supermike. Dallas. Il Milan dell'allenatore di Fusignano. In un ipermercato di Casalecchio di Reno: «Se fossi a Roma sceglierei Fini». L'Italia è il paese che amo. E siamo tantissimi. Un milione di posti di lavoro. Bossi, il traditore (tornerà spesso l'ansia del tradimento). E abbiamo tutti un fuoco dentro al cuore, un cuore grande che sincero e libero batte forte per te. La Padania che gli dà del mafioso. Bossi che non gli dà più del mafioso. Meno male che Silvio c'è. Il presidente operaio. I giudici comunisti. «La suggerirò per il ruolo di kapò». Le corna nella foto di gruppo, le prime foto con le signorine sulle ginocchia nel villone. La moglie che dice che è malato. Noemi compie 18 anni. I giudici comunisti. Lele Mora ed Emilio Fede. Meno tasse per tutti. Le canzoni con Apicella. Le telefonate a Ballarò. «Che fai mi cacci?». Una bella ragazza di Rimini consigliere regionale in Lombardia. Il bunga-bunga, le telefonate con Lavitola, le signorine di Tarantini. La patonza deve girare. Non mi dimetto. Scilipoti, le risate di Sarkozy e della Merkel, lo spread, l'economia che affonda, la Ue che dice che l'Italia è in una situazione drammatica, Crosetto che gli dà della testa di c.. Non mi dimetto, il pallottoliere della fiducia, non mi dimetto, 308, salgo al Colle ma non mi dimetto subito, 308, i traditori. La foto dal finestrino dell'auto blu, qualche goccia d'acqua: lui ha gli occhi chiusi e la mano che si aggrappa a una maniglia, Letta ha gli occhi lucidi e rassegnati.

di Mauro Evangelisti; Il Messaggero

Nto' culu a tutti, comunque vada

Se penso a un’Italia senza B, immagino un brigadiere che si addormenta mentre intercetta le telefonate fra il professor Monti e Mario Draghi. Oh, mica voglio un’Italia di banchieri. Ma un po’ grigia e barbosa, sì. Non moralista, morale. Che per qualche tempo si metta a dieta di barzellette, volgarità, ostentazioni d’ignoranza. Dove l’ottimismo non sia la premessa di una truffa, ma la conseguenza di uno sforzo comune. Un’Italia solare, anche nell’energia. Con meno politici e più politica. Meno discorsi da bar e più coerenza fra parole e gesti. Una democrazia sana e contenta di sé, che la smetta di prendere sbandate per gli uomini della provvidenza e si ricordi di essere viva ogni giorno e non solo una volta ogni cinque anni per mettere una crocetta su una scheda compilata da altri. Un’Italia di politici che non parlano di magistrati, ma coi magistrati (se imputati). E di magistrati che parlano con le sentenze e non nei congressi di partito. Di federalisti che non fanno rima con razzisti. Un Paese allegro e però serio. Capace di esportare non solo prodotti belli, ma belle figure. Vorrei essere governato da persone migliori di me. Che non facciano le corna, non giurino sulle zucche e si sfilino un paio di chili dalla pancia, prima di far tirare la cinghia a noi, ripristinando il principio che chi sta in alto deve dare il buon esempio.

Per giungere a un’Italia così, le dimissioni di B rappresentano un primo passo. Adesso devono dimettersi tutti gli altri. Perché più ancora di Berlusconi temo i berluscloni.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

E' la fine... non si sa di cosa

Dopo anni di feste di corte, dopo anni di leggi ad personam incontraste, la crisi. Ha iniziato a perdere pezzi la sua maggioranza, ha iniziato a non avere più una lira lo Stato: era necessario distrarsi ancor di più. Viva Ruby, viva l'Elefantino, mettiamo a tacere i moralisti. Dopo anni di fuochi di paglia, è finita anche quella: dal nulla sostanziale si passa al nulla assoluto, almeno la pianta di raccontare favole. Viva i Responsabili! Fini, li mortacci sua! Il mondo, avanti o indietro, si sposta, ma chissenefrega noi stiamo a guardare.
Insomma siamo un Paese in salute che ha sprecato una ventina d'anni e ha letteralmente buttato l'ultimo. Tutto sommato non stiamo malaccio, vado nei ristoranti e sono pieni... ma dove cazzo sono i problemi? Ora basta, s'è fatto tardi: sta per iniziare il TG1.

Ultimi disperati tentativi

Ore confuse e drammatiche. Secondo Giuliano Ferrara e Franco Bechis, le dimissioni di Silvio Berlusconi sono imminenti. Ieri mattina pareva fosse questione di minuti. Poi il presidente del Consiglio ha smentito: «Vado avanti, voglio vedere in faccia i traditori». Oggi dunque si rivota il rendiconto. Poi ci sarà la fiducia. Visti i movimenti, si preannuncia un’altra battaglia parlamentare aperta a ogni soluzione. Il premier spera ancora di salvarsi in extremis e studia la mossa a sorpresa: passare all’Udc.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Speculiamo allegramente

Solo i mercati credono ancora a Giuliano Ferrara. Quando il direttore del Foglio ha annunciato che Berlusconi si sarebbe dimesso «a minuti», la Borsa si è trasformata in un carnevale di Rio, salvo precipitare nella più stretta quaresima dopo l’ovvia smentita dell’interessato. Nella migliore delle ipotesi Ferrara è un burlone. Da discreto conoscitore del Cav. dovrebbe sapere che Berlusconi non si è mai dimesso da nulla nella vita. Chi lo ha costruito in una notte di luna piena si è scordato di inserire la retromarcia. Come imprenditore e come politico ha sempre e solo comprato: si ricordano due uniche cessioni di qualche rilievo, la Standa e Kakà, ma entrambe si sono poi rivelate un affare. Un suo amico mi raccontò la natura di B. con una metafora: non è fuoco che brucia, ma acqua che invade. E l’acqua non torna mai indietro. Può essere fermata solo dagli argini. Purtroppo in Italia, lo si è visto anche in questi giorni, quanto ad argini siamo messi maluccio.

Berlusconi è l’Anti Gambero, cioè l’Anti Politico. Un politico, al suo posto, si tirerebbe indietro o di lato e lascerebbe ad altri il compito di scottarsi, scommettendo sulla memoria corta degli italiani per ripresentarsi nel 2013 nei panni di novità candidabile al Quirinale. Ma B. si sente un eroe, un prescelto dal popolo come Napoleone o Gheddafi, fate voi. E gli eroi non arretrano, non trattano, non si dimettono. Gli eroi si inoltrano lungo un sentiero a spirale che li conduce alla gloria e poi alla disfatta, perché persino sull’orlo del baratro non resisteranno alla tentazione di fare un passo avanti.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Inadeguata

Se il sindaco di Genova Marta Vincenzi avesse ordinato la chiusura delle scuole non ci sarebbero stati quattro morti. Sarebbero salve sia le mamme sia le bambine. Perché dunque la signora non si calma e non riconosce l' errore invece di sostenere che l' allarme della Protezione Civile non doveva essere preso sul serio? La Vincenzi addirittura dice che dar seguito a quell' allerta sarebbe stato (l' ignobile parola è sua) «terrorismo». Fare il proprio dovere è terrorismo? Invitare i propri cittadini a «stare a casa perché diluvia» significa spargere il terrore? Tanto più che dopo il nubifragio, davanti ai morti, la Vincenzi ha parlato invece di «tsunami». Prima ha sottovalutato per incompetenza e poi ha sopravvalutato per discolparsi. Prima ha negato il pericolo per non correre il rischio - ovvio ad ogni allarme - del troppo rumore per nulla. Poi lo ha ingigantito sino all' enormità dello tsunami per non correre il rischio - niente affatto ovvio - di pagare per quelle vite annegate, di vedersi accollata la responsabilità politica e morale della tragedia. È una meteorologa a corrente alternata, anzi é una meteoropatica: "sente" il tempo secondo i propri umori, lo piega ai propri interessi. Il punto è che la Vincenzi sia prima sia dopo, soprattutto dopo, si è dimostrata drammaticamente inadeguata. E nel dopo il giudizio diventa sempre definitivo. Giuliani divenne un grande sindaco tra le macerie delle due torri, nell' emozione, nel panico e nel sangue freddo. Perciò la Vincenzi dovrebbe essere rimossa non dall' acqua che porta via tutto, anche gli innocenti, ma dai leader del suo partito, non dal dolore furioso della piazza ma dal senso di responsabilità della politica. E invece la difendono e le permettono di dare la colpa alle vittime, di straparlare - non è un tragico scherzo - di «danno autoprodotto». Il sindaco farfuglia così: «Tante persone si sono messe in pericolo da sole». Leggiamola insieme questa frase: la Vincenzi vuole dire convintamente che quelle madri e le loro bambine si sono suicidate? E piange la Vincenzi mentre esprime queste enormità, mentre commette questo vilipendio di cadavere. Dice in sostanza che se lo sono andato a cercare, ed è la stessa tesi di chi pensa che le belle donne attirano gli stupratori, che i rapinati non devono portare l' orologio al polso e il portafoglio in tasca... che la colpa è sempre delle vittime. E il pianto irrita ancora di più perché ribadisce l' inadeguatezza del sindaco. Piange infatti su se stessa. E vengono in mente le immagini di Benahzir Bhutto e di Sonia Ghandi che, durante i consueti infiniti diluvi d' Asia, stavano in mezzo al fango, con le gambe nell' acqua. Di asciutto avevano solo gli occhi. Sempre le tragedie mettono a nudo gli uomini nella la loro grandezza e nella loro piccolezza. Purtroppo a Genova l' acqua si è portata via anche il soprannome di "SuperMarta". Continua infatti la Vincenzi sostenendo che le persone «non hanno capito che nei massimi sistemi, nei meccanismi che regolano il mondo è cambiato qualcosa». E ci risiamo con le parole grosse che rimpiccioliscono le responsabilità. «E che cavolo può fare un sindaco?». E «non dovevano andare a prendere i bimbi a scuola proprio a quell' ora». E «se avessimo chiuse le scuole avrebbero accompagnato i bimbi dai nonni che sono stonati e li avrebbero trascinati in posti pericolosi». Come si vede l' autodifesa è cosi pasticciata e strampalata da risultare autolesionista. Lasciamo perdere l' idea dei nonni rimbambiti. Ma se davvero la gente deve farsi esperta di «massimi sistemi»e deve auto-amministrarsi che ci sta a fare la Vincenzi, a che serve un' etero-amministrazione se è necessaria l' auto-amministrazione? La signora Vincenzi sragiona, ed è anche male consigliata. Ci vorrebbe un atto di intelligenza politica e di forza morale. Lo dovrebbe fare la sinistra istituzionale e non la gente arrabbiata che ha il diritto di sfogarsi anche con un po' di ingenerosità. La verità è che Marta Vincenzi vale Gianni Alemanno che aveva definito «terremoto» una mattinata di pioggia su Roma (un morto). Ma lo tsunami è peggio del terremoto. Fa infatti duecentomila morti, inabissa i continenti, è un' onda planetaria che mentre devasta la costa asiatica fa sentire la sua eco in America. A Genova non c' è stato lo tsunami e come fummo provocatoriamente tentati di scrivere che la «calamità naturale» di Roma è Alemanno così siamo tentati di scrivere che la calamità naturale di Genova è ora la Vincenzi. Le reazioni scomposte alle critiche sono infatti indegne di un' amministrazione civile. A meno di non credere che amministrare significhi tagliare nastri e inaugurare parcheggi. È vero che quella di Roma è stata una pioggia molto intensa che è durata mezza giornata mentre quello di Genova è un nubifragio che è durato 48 ore, ma non si scappa mai davanti ai rimproveri della città ferita, nessun sindaco può reagire con la stizzae con gli sbotti, con il «non abbiamo colpa» urlato fuggendo dalla folla e non c' è la pioggia di sinistra e la pioggia di destra quando viene meno il senso di responsabilità che non è la bottega elettorale. È difficile per tutti affrontare il nervosismo della folla, l' esasperazione di un città colpita mortalmente. Ma i sindaci devono mettere nel conto anche le rabbie di strada. A Napoli abbiamo visto una folla di disoccupati prendere d' assalto l' auto del sindaco De Magistris che pure era stato portato sugli altari del populismo e forse della demagogia. Ebbene, il sindaco si è preso gli sputi e le urla e ha pure tentato di parlare con quegli agitati. Evidentemente sa che la sua città ha diritto al disagio e al malcontento. E un sindaco deve sempre dimostrare con-partecipazione, anzi conpassione nel prendere su di sé il dolore degli altri. Ecco: la sola solidarietà che la Vincenzi può ancora offrire alla sofferenza dei genovesi, è una drammatica ammissione di colpa politica, non per i torrenti che esondano e per l' acqua che cade dal cielo, ma per non aver saputo liberarsi della demagogia, per essere stata inadeguata, per non aver tirato fuori una naturale passione da sindaco, una autentica con-passione per la sua Genova.
di Francesco Merlo; la Repubblica

Alluvioni

Non so proprio cosa dire sulla distruzione e la morte portata dalle piogge su Liguria e Toscana.

Libero arbitrio

Non possiamo accettare come una fatalità che nel 2011, in una delle più illustri città italiane, si possa ancora morire per un acquazzone troppo forte. Il sindaco Vincenzi è sconvolta dal dolore, ma ci lascia esterrefatti quando afferma che la tragedia era imprevedibile. Imprevedibile dopo quanto era appena successo alle Cinque Terre? Tutti sapevano che su Genova stava per abbattersi una tempesta. Magari non delle dimensioni tropicali che ha poi assunto nella realtà. Ma se ne parlava e scriveva da giorni. «La Stampa» aveva addirittura pubblicato un decalogo del meteorologo Luca Mercalli.

Regole di buon senso: evacuate i piani bassi delle case, riempite uno zaino con i beni di prima necessità e tenetelo a portata di mano in caso di emergenza. Eppure a nessuno dei genovesi interpellati in queste ore è sembrato che le istituzioni avessero colto la drammaticità del momento. E se anche l’avevano colta, di sicuro non sono riusciti a trasmetterla ai cittadini. Sì, la sera prima era scattata l’allerta, con un invito generico a ridurre gli spostamenti. Ma nulla di paragonabile alle decisioni assunte ad agosto dal sindaco di New York, che per il passaggio dell’uragano Irene aveva fatto evacuare intere zone della metropoli, infischiandosene delle patenti di catastrofista e menagramo che i soliti superficiali gli avevano subito affibbiato.

Il sindaco Vincenzi difende la scelta di aver tenuto aperte le scuole e, con esse, quell’illusione di normalità bruscamente smentita dagli eventi. Sta di fatto che al momento dello tsunami un sacco di persone camminavano per Genova munite di borse della spesa e passeggini, come se si trattasse di un venerdì qualsiasi. Sorprese in mezzo alla strada, alcune di loro (comprese due bambine) hanno trovato una morte orribile dentro l’androne della casa in cui si erano rifugiate.

Forse, però, è troppo comodo scaricare sempre tutte le colpe sulle famigerate Autorità. I cittadini dovrebbero cominciare a farsi un esame di coscienza e a chiedersi se esiste davvero una consapevolezza dei cambiamenti climatici in atto. Di fronte agli allarmi che il sistema ansiogeno dei media (portiamo anche noi le nostre responsabilità) rovescia quotidianamente addosso al pubblico, si tende a reagire con stati emotivi estremi: la rimozione o il panico. E’ arrivato il momento di prendere in considerazione una terza ipotesi: la presa di coscienza.
Abitiamo un mondo complesso, seduti su autentiche bombe ambientali che l’incuria e l’avidità umane hanno contribuito a innescare. Prenderne atto non significa disperarsi, ma prepararsi. Cambiare atteggiamento mentale: smetterla di sentirsi invulnerabili e assumere le precauzioni necessarie. Il prefetto Gabrielli, erede di Bertolaso, lamenta la scarsa capacità di auto-protezione degli italiani. Qualche populista d’accatto, pur di blandire gli impulsi più bassi della clientela, ha rivoltato il senso del suo discorso, trasformandolo in un invito ad «arrangiarsi da soli». Mentre è solo un appello a diventare finalmente adulti. Tutti: amministratori e cittadini.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

venerdì 4 novembre 2011

Viva la creatività

Trovata nella cassetta della posta di Berlusconi: Ogni giorno migliaia di provvedimenti vengono abbandonati dopo essere stati lungamente discussi. Euro, spread e speculazione stanno facendo una strage, e non c’è più tempo. Aiuta concretamente migliaia e migliaia di provvedimenti ad avere un futuro, ad avere un domani, ad avere un sogno. Senza di te non esiste futuro, non esiste domani, non esistono sogni. Basta un po’ di buona volontà, basta non chiudere gli occhi. Fai qualche cosa, fallo subito. Adotta un provvedimento.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Alter

Ma è davvero italiano? mi chiedeva con malizioso candore un collega straniero a proposito di Mario Draghi. E già: parrà impossibile a chi trova più comodo rappresentarci tutti come macchiette, ma anche Mario Draghi è italiano. L’altro. Quello che sa di cosa parla e che parla solo di ciò che sa. Quello che non cerca immediatamente di trasformarti in suo complice. E che sta sempre attento a non attirare l’attenzione, tanto che molti ne ignorano l’esistenza. Eppure c’è. Nelle imprese, nei mestieri, nelle università (straniere, di solito): dappertutto, tranne che in politica, perché i politici non lo metterebbero in lista e gli elettori emotivi non lo voterebbero mai.

L’altro italiano non è un santo (Draghi, per esempio, ha lavorato da Goldman & Sachs, cattedrale della finanza che non dà molti punti per il concorso di santità). Ma è una persona affidabile e la sua serietà non gli impedisce di essere creativo. Di svolgere, nella scacchiera del mondo, la parte del cavallo: mentre le altre pedine si muovono sui sentieri dell’ovvio - orizzontale e verticale lui imprevedibilmente scarta. Diventa presidente della Banca Europea e ti piazza subito una riduzione del costo del denaro che ai suoi predecessori sarebbe stato possibile estirpare soltanto con le pinze. Tanti vorrebbero che l’altro italiano lasciasse le imprese, i mestieri e le università per la politica. Ma l’esperienza di Draghi ci dimostra che non è così indispensabile: si può migliorare la reputazione dell’Italia facendo cose diverse dalla politica. Ci vengono anche meglio.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

La meglio peggiocrazia del mondo

Mai come in queste drammatiche ore ci sentiamo di dar ragione all’economista Luigi Zingales quando dice che l’Italia è una peggiocrazia, il governo dei peggiori. La prevalenza del cretino, o comunque del mediocre, raggiunge la sua apoteosi in quella caricatura di democrazia che è diventata la nostra democrazia. Oggi qualsiasi persona di buonsenso, di destra o di sinistra, riconosce che questa politica svilita dai clown e dalle caste dovrebbe affidarsi ai seri e ai competenti. Figure alla Mario Monti, per intenderci. E ce ne sono tante. Ma qualsiasi persona di buonsenso sa anche che, se i Mario Monti si presentassero alle elezioni, le perderebbero. Perché non sono istrionici né seducenti. Verrebbero surclassati da chi conosce l’arte della promessa facile e dello slogan accattivante, in quanto una parte non piccola degli elettori è così immatura da privilegiare i peggiori: per ignoranza, corruzione, menefreghismo.

Dirò una cosa aristocratica solo in apparenza. Neppure le sacrosante primarie bastano a garantire la selezione dei migliori. Per realizzare una democrazia compiuta occorre avere il coraggio di rimettere in discussione il diritto di voto. Non posso guidare un aeroplano appellandomi al principio di uguaglianza: devo prima superare un esame di volo. Perché quindi il voto, attività non meno affascinante e pericolosa, dovrebbe essere sottratta a un esame preventivo di educazione civica e di conoscenza minima della Costituzione? E adesso lapidatemi pure.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

martedì 1 novembre 2011

Realismo

Uno dei frutti velenosi di questa crisi è che abbiamo smesso di credere nel potere della democrazia di migliorarci la vita. Trovo emblematico il dissidio fra due pesi massimi del nostro immaginario, Steve Jobs e Barack Obama, ricostruito dal Wall Street Journal. Il padrone della Apple chiese al Presidente di garantire la carta verde (il permesso di residenza) agli stranieri che si laureavano in ingegneria negli Stati Uniti. Obama rispose che sarebbe stato felice di accontentarlo, ma che gli mancavano i voti per far approvare la riforma dal Congresso. Jobs si imbestialì: «Invece di farle, continui a spiegarmi perché le cose non si possono fare!». Il peggiore degli insulti per chi, come Obama, era stato eletto con lo slogan «Yes we can».

Il cittadino confuso e infelice si riconoscerà nel pragmatismo autoritario di Jobs. Uno che, non dovendo mediare con nessuno, poteva trasformare le sue visioni in azioni e i suoi progetti in oggetti. Obama incarna invece l’impotenza della politica, che anche quando si riempie la bocca e il cuore di cambiamento, deve misurarsi con i meccanismi della democrazia che ne rallentano e depotenziano le decisioni.

L’idea che per cambiare la politica basti cambiare i politici è una pia illusione che si rinnova a ogni campagna elettorale. Bisogna cambiare le regole: di funzionamento e di rappresentanza. La democrazia non è burocrazia e nemmeno una delega al santone di turno. È partecipazione alla vita della propria comunità. Si può ripartire solo da lì. Prima che i cittadini esasperati imbocchino la solita scorciatoia del dispotismo.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

venerdì 28 ottobre 2011

Questione di cuore

Il governo ha comunicato con profondo rammarico che i finanziamenti per la costruzione del Ponte sullo Stretto sono stati momentaneamente ma irrevocabilmente bloccati. Non si tratta di un cambio d’indirizzo programmatico né tantomeno di una decisione presa per sedare contrasti interni alla maggioranza. Il progetto è stato accantonato per le serie difficoltà sorte a causa della crisi economica e finanziaria. Si impongono scelte dolorose: è per questo che fra le promesse e le amichette, solo le seconde sono mantenute.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Che pena

Franano pezzi di Liguria e di Toscana, trascinandosi un fardello pesante di morti. L’Italia si gioca quel che resta della sua faccia (forse solo il cerone) con una lettera d’intenti all'Unione Europea. Fini ricorda a Ballarò che la moglie di Bossi riceve la pensione dall’età di 39 anni. Secondo voi quale di queste tre notizie ha catalizzato ieri l’interesse dei nostri deputati?

Non ci sconvolge l’idea che due di loro si siano picchiati: siamo arrivati persino a pensare che la vera riforma istituzionale potrebbe essere una rissa collettiva, come quelle che Sergio Leone ambientava nei saloon e dalle quali non si rialzava più nessuno. Ma è davvero umiliante che un bossiano e un finiano si siano strappati a vicenda la camicia per una disputa che riguardava solo i rispettivi capi e i loro cerchi più o meno magici. E neanche per la strada, dove almeno avrebbero potuto essere arrestati per disturbo della quiete pubblica e condannati a un lavoro socialmente utile: qualunque altro. Si sono scazzottati nell’aula di Montecitorio, davanti a una scolaresca che assisteva allo spettacolo circense dalla tribuna del pubblico. E proprio quando la nostra reputazione all’estero, mai così bassa dai tempi dei Visigoti, suggerirebbe ai rappresentanti della Nazione di assumere atteggiamenti compatibili con lo scranno indegnamente ingombrato dai loro glutei. Ecco a cosa si è ridotto il Parlamento del Porcellum: manipoli di sgherri fedeli a questo o a quel capo-bastone che sguainano le mani per bisticci di bottega, mentre fuori tutto frana.
di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Povera Italia


“Le proteste del Governo per le risatine di Sarkozy e della Merkel? Non so, è la prima volta che vedo un comico lamentarsi se il pubblico ride”
(Alessandro Robecchi, Linea Notte, Raitre)

Mal di pancia

I ristoratori si lamentano: troppe partite di calcio in mezzo alla settimana, per non dire nel weekend, la gente resta a casa per vederle e gli incassi sono pochi. Verissimo, anche se la goduria di mangiare al ristorante mentre in sala una tivù trasmette qualche match, e puoi pure commentarlo con il cameriere o flirtare con la vivandiera fingendo di parlare di pallone, è difficilmente equiparabile con altri piaceri.

E comunque. Non si preoccupino troppo i ristoratori, almeno quelli di Roma centro, perchè fino a quando dura la crisi del Pdl la clientela non mancherà. Adesso, non c'è mensa nei dintorni del Palazzo che non ospiti, una sera sì e l'altra pure, una cena fra onorevoli dubbiosi, delusi, critici, frondisti, scissionisti o possibili traditori appartenenti al partito del Cavaliere o addirittura membri del suo governo. Ieri la fantomatica lettera, nella quale un gruppo di parlamentari berlusconiani chiede un passo indietro a Berlusconi sennò è la fine per tutti, è stata scritta in una osteria dell'Urbe.

La cosa curiosa è che tutti i critici azzurri in azione in questi mesi si definiscono, o vengono definiti, malpancisti. Vuol dire che a Roma si mangia male?

di Mario Ajello; Il Messaggero

venerdì 21 ottobre 2011

Ad muzzum

Osteria numero uno

Non c’è mai nulla di glorioso nell’esecuzione di un tiranno. La vendetta resta una pulsione orribile anche quando si gonfia di ragioni. Ci vogliono Sofocle e Shakespeare, non gli scatti sfocati di un telefonino, per sublimarla in catarsi. Gli sputi, i calci e gli oltraggi a una vittima inerme - sia essa Gesù o Gheddafi - degradano chi li compie a un rango subumano.

Dal governo del baciamano ci si sarebbe aspettati qualche parola di pietà nei confronti del vecchio sodale tramutato in un cencio sporco di sangue. Invece è toccato leggere le parole del ministro degli Esteri Frattini, che appena tre anni fa chiamava Gheddafi «un grande alleato dell’Italia» e adesso definisce la sua barbara fine «una grande vittoria del popolo libico». Davvero «grande» anche lui, il signor ministro con delega alla coerenza e alla sensibilità. La Russa non poteva essergli da meno e infatti non lo è stato. Ha detto: «Dobbiamo gioire». Per la nuova Libia, immagino. Ma con che razza di cuore si può abbinare un verbo di festa alle immagini di un corpo trascinato sull’asfalto? Ho vanamente cercato parole simili nelle dichiarazioni dei ministri francesi, tedeschi, americani. Forse i nostri sono solo più ruspanti: parlano prima di pensare, o anche senza pensare, né prima né dopo. Al confronto giganteggia persino il filosofo di Palazzo Chigi ed ex amicone del rais. Il suo «Sic transit gloria mundi» sulla volubilità della condizione umana (Gloria Mundi non è il nome di una ragazza) sembra voler dar voce, se non a un presentimento, a un tormento interiore.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

giovedì 20 ottobre 2011

Hallelujah

Il Presidente del Consiglio (sì, esiste ancora) ha nominato Ignazio Visco nuovo Governatore della Banca d'Italia. Il mondo politico tutto plaude al tempismo ed alla celerità di tale decisione, dal momento che ci sono voluti ben quattro mesi.

Muammar Gheddafi ucciso

Nella città di Sirte il rais è stato ammazzato come
neanche un cane.
A Silvio su Facebook è rimasta solo
l'amicizia di Putin e Lukashenko...

L'hombre vertical

Dopo le anticipazioni, in verità abbastanza deludenti, sul testo del decreto che viene rinviato di settimana in settimana, anche l'ultimo tentativo di convincere Tremonti a collaborare alla ricerca di misure anti-crisi minimamente presentabili, e in grado di essere accolte meglio dalle parti sociali, è naufragato ieri dopo il fallimento di un vertice lampo a Palazzo Grazioli.

Con Berlusconi e con il ministro dell'Economia c'erano Letta Romani e Matteoli, ma non c'è stato niente da fare. Anche se si moltiplicano, nel frattempo, le prese di posizione di parlamentari del Pdl, che premono su Berlusconi: ieri era il turno degli ex-finiani Ronchi e Urso, contrari a votare un decreto a costo zero, senza fondi per rimettere in moto l'economia. La sensazione è che Tremonti si rifiuti di entrare nel merito perché si ritiene l'unico titolato a mettere le mani sui conti dello Stato, e in questo senso non ha gradito, nè la delega data dal premier a Romani per cercare di coordinare i lavori sul decreto e mettere insieme le proposte dei vari ministri, nè il florilegio delle diverse idee che i membri del governo si sono diligentemente affrettati a tirar fuori, come ad esempio l'ultima, spiegata dal ministro Frattini al Foglio, di stringere i tempi per un accordo con la Svizzera per recuperare i capitali italiani espatriati all'estero. Per Tremonti, che ormai non ha remore a dirlo apertamente in faccia ai suoi colleghi nel corso delle riunioni, queste iniziative sono solo una prova di incompetenza, e pertanto si rifiuta di prenderle in considerazione.

Va detto che, conoscendo il carattere difficile del responsabile dell'Economia, non tutti i ministri si avventurano a fargli conoscere le loro proposte via interviste. Qualche giorno fa, cercando in ogni modo di lisciargli il pelo, il ministro della Difesa La Russa ha invitato Tremonti a colazione e gli ha fatto pressappoco un discorso così: vedi Giulio, tu credi che se esistesse veramente una legge buona per risolvere la crisi economica non la adotterebbero tutti, a cominciare da Obama? Ma poiché non esiste, si tratta di fare un decretino che tamponi la situazione e consenta a Berlusconi di andare in tv a tentare di raddrizzare l'immagine del governo. Giulio, se ci dai una mano, è una cosa che si può fare in due minuti. Risposta di Tremonti, che fino a quel momento aveva ascoltato pensieroso il suo interlocutore: mi spiace, ma se dico di no è perchè ho le mie buone ragioni. La Russa ha ingoiato amaro imprecando silenziosamente.

di Marcello Sorgi, LA STAMPA

Svergognati

Il ministero dell’Economia, sempre così lento quando si tratta di trovare fondi per lo sviluppo, ha deliberato con lestezza da furetto che il taglio degli stipendi si applica a tutti i dirigenti pubblici tranne che a ministri e sottosegretari. Non solo a lorsignori non verrà più trattenuto neppure un euro, ma con la busta paga di novembre si vedranno restituire con tante scuse le decurtazioni dei mesi scorsi.

Da tempo attendiamo dalla Casta un segnale di rinsavimento, un gesto minimo di coerenza che inauguri qualche cambio d’abitudini. Per far digerire i sacrifici di Ferragosto ci avevano promesso la riduzione dei parlamentari, l’abolizione delle Province e altre prelibatezze. Ma che fine ha riservato l’autunno alle parole fiorite davanti ai microfoni estivi? La riduzione dei parlamentari è appassita all’interno dell’ennesimo progetto di riforma universale delle istituzioni, il Calderolone, che come tutti i suoi predecessori non verrà mai approvato.

L’ abolizione di alcune Province, già annunciata in pompa magna dal governo, è attualmente stipata nell’ultimo ripiano del freezer, in attesa che qualcuno si ricordi di scongelarla, ma vedrete che resterà lì. E il ridimensionamento delle retribuzioni? Per essere sicuri che non si facesse, è stata istituita una commissione apposita che avrebbe dovuto decidere entro il 31 dicembre, se non fosse già nata con la deroga incorporata: fino al 31 marzo, quando si andrà a votare oppure si ricomincerà a prorogare. Ah, ma almeno per i vitalizi nessuna pietà. A-bo-li-ti. Dalla prossima legislatura, naturalmente. E solo dopo la creazione di un nuovo sistema previdenziale. Chi lo indicherà? Ma una commissione. Prorogabile. Prorogabilissima.

Il sondaggio mostrato l’altra sera a Ballarò da Pagnoncelli era piuttosto sconvolgente: il 61% dei cittadini italiani ritiene seriamente che l’intervento prioritario contro la crisi non sia la detassazione del lavoro, la patrimoniale o un piano robusto di lavori pubblici, ma la riduzione del numero dei parlamentari. Con il collega Carlo Bertini, nostro esperto in Casta e dintorni, abbiamo fatto i conti della serva. Gli stipendi e i rimborsi spese di senatori e deputati ci costano 200 milioni di euro l’anno. Dimezzandoli ne risparmieremmo 100. Una benedizione, ma pur sempre una goccia nell’oceano del debito pubblico, ormai prossimo alla soglia psicologica dei duemila miliardi.

Eppure, nell’esprimere la loro opinione economicamente assurda, gli italiani non sono stati affatto stupidi o qualunquisti. Hanno mandato un messaggio politico. Dai loro rappresentanti pretendono qualcosa di cui sentono d’avere terribilmente bisogno: il buon esempio. Provate a immaginare se domattina i leader di destra e di sinistra, smettendo per un giorno di delegittimarsi a vicenda, si presentassero insieme in conferenza stampa per annunciare la volontà di lavorare gratis fino al termine della legislatura. Sarebbe un gesto populista? Può darsi. Ma li renderebbe più autorevoli nel momento in cui si accingessero a chiedere sforzi ulteriori ai contribuenti. Durante la tempesta i capitani che vogliono essere obbediti non si barricano nei propri appartamenti con le scorte di caviale, ma stanno in mezzo alla ciurma condividendone i rischi e i disagi.

Qualcuno mi ha suggerito di scrivere questo stesso articolo tutti i giorni, «finché non si arrendono», ma temo che i lettori si stuferebbero molto prima degli onorevoli. La Casta è totalmente sganciata dal mondo reale. Altrimenti si sarebbe accorta che nel disprezzo che gli italiani manifestano per i suoi stipendi si cela un giudizio più profondo: il disprezzo per l’inutilità del suo lavoro e per l’incompetenza di una parte consistente dei suoi esponenti. Il problema vero non è che guadagnano troppo. E’ che fanno ben poco per meritarsi quel che guadagnano.

Rusconi e Galli della Loggia hanno scritto che l’unica via di uscita dalla sterilità dell’indignazione è il ritorno alla politica. Non però alla delega politica. Se intende sopravvivere, la democrazia non potrà più esaurirsi in una crocetta da apporre su una scheda ogni cinque anni. Quel 61% che considera i politici la rovina del nostro Paese trovi qualche ora del proprio tempo da dedicare alla comunità. Solo ripartendo dal basso si potrà selezionare una classe dirigente nuova, alla quale auguro di guadagnare tantissimo, ma soltanto sulla base dei risultati.
di Massimo Gramellini; LA STAMPA

mercoledì 19 ottobre 2011

Stato (confusionale) di polizia

- Visto quanti Indignati in piazza?
- Come no... i Black Block ci hanno salvato il culo.

- Scontri seri solo in Italia, perché?
- Era ciò che volevamo.
- Sarai mica un infiltrato pure te?
- Ma no... Era nostra intenzione capovolgere la situazione.

- Tutto questo casino non si poteva evitare?
- In effetti sì... ma ora chi ne parla più dei pacifici?
- E' vero: impazza er Pelliccia.
- Vedi...
- E tutte 'ste leggi speciali?
- Altri specchi per le allodole.

- Però non capisco una cosa: le forze dell'ordine dalla politica cos'hanno ricevuto in cambio?
- 60 milioni di euro. Di tagli.

Che peccato

I Ministeri a Monza devono già chiudere. E ora come tiriamo avanti?

Prostitusione intelectuale

L’emergenza economica non dà cenni di miglioramento e sta di nuovo portando al limite di rottura i rapporti tra il governo e le parti sociali, tornate ieri alla carica con toni durissimi. Berlusconi non è in grado di fare concessioni e per la prima volta è costretto ad ammettere che lo stato dei conti non consente di prevedere alcun intervento a sostegno della ripresa: le misure del decreto sviluppo, nuovamente rinviato anche questa settimana, non potranno dunque che essere a costo zero.

Al contrario l’emergenza black-bloc sta invece trasformandosi in un’inaspettata occasione di ripresa per il governo. Non solo perché, pur preoccupando l’opinione pubblica, la distrae dai problemi insolubili della congiuntura. Ma anche perché, come ha spiegato ieri il ministro dell’Interno Maroni al Senato, obbliga il centrodestra a varare una serie di provvedimenti destinati a dividere le opposizioni e farle apparire restìe a condividere la linea dura antiterrorismo. Un alt preventivo alle proposte di Maroni è venuto ieri dalla capogruppo dei senatori Pd Anna Finocchiaro. Ma il ministro, nell’aula di Palazzo Madama, è andato giù duro lo stesso. Al preannunciato inasprimento delle pene e all’estensione della possibilità di arresto anche fuori dalla stretta flagranza di reato, Maroni ha aggiunto l’ipotesi di importare dall’Inghilterra il cosiddetto «Asbo» (antisocial behaviour order, una misura di sicurezza che consente di estendere la carcerazione preventiva contro soggetti pericolosi fino a cinque anni), e il dovere, per gli organizzatori delle manifestazioni, di garantire con mezzi propri gli eventuali danni che potrebbero essere causati nel corso dei cortei. Il ministro non s’è nascosto che si tratterebbe di misure fortemente limitative di diritti previsti dalla Costituzione: ma a mali estremi, ha spiegato, non restano che estremi rimedi.

A parte Di Pietro, che aveva sollecitato il governo a muoversi con l’obiettivo della massima severità, le reazioni del centrosinistra sono caute e tendono ad evitare di entrare nel merito, almeno fino a quando il consiglio dei ministri avrà messo nero su bianco il nuovo pacchetto sicurezza. Al momento le opposizioni sono attestate sulla linea che non sono le leggi a dover cambiare, ma il governo, che manifestamente, a loro giudizio, non è più in grado di affrontare la situazione. Polemiche ha generato anche la decisione di sospendere per un mese le manifestazioni già annunciate a Roma, tra cui uno sciopero della Fiom che doveva svolgersi nei prossimi giorni. È un altro segno che il fronte della sicurezza è destinato ulteriormente ad arroventarsi.

di Marcello Sorgi; LA STAMPA

lunedì 17 ottobre 2011

I vincitori

E, il lunedì dopo gli scontri, dicono di «aver vinto», e che«sabato a Roma è andata bene». Chi lo dice? Paradossalmente, sia il ministero degli Interni (Roberto Maroni su tutti i giornali, il suo sottosegretario Alfredo Mantovano a Radio 24) sia i black bloc, o 'neri', o 'anarchisti' che dir si voglia.

Maroni e Mantovano cantano vittoria perché «non c'è stato il morto» e perché «sono state salvaguardate le sedi istituzionali» (cioè hanno lasciato che mettessero a ferro e fuoco il tratto da via Labicana a San Giovanni, ma hanno preservato la zona attorno a Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli).

I black bloc invece sono molto soddisfatti di quella che ritengono essere stata una «vittoria militare»: mezzi della polizia dati alle fiamme, piazza San Giovanni ostaggio della loro guerriglia per diverse ore, la polizia che avanzava e retrocedeva molto lentamente mentre loro si muovevano con falangi agili e veloci.

Difficile capire quali ragionevoli basi abbia la soddisfazione degli uni e degli altri, a meno di non certificare uno stato di follia collettiva.

Il ministero degli Interni avrebbe solo da chiedere scusa ai cittadini: fino alla mezzanotte del giorno prima non aveva ancora un piano per affrontare eventuale disordini (lo certificano gli allarmi lanciati durante la notte dai sindacati di polizia), nonostante in città si parlasse già da giorni di possibili incidenti.

I black bloc avevano addirittura lasciato il pomeriggio prima un Ducato pieno di armi, bombe carta e mazze da baseball subito dietro piazza San Giovanni (all'altezza del mercato di via Sannio) e l'hanno agevolmente usato come deposito da cui rifornirsi il giorno dopo. E nessuno, nelle forze dell'ordine, l'ha notato.

La cosa ha dell'incredibile: tutti gli anni, proprio nella stessa zona, tutte le auto parcheggiate vengono spostate il giorno prima del consueto ricevimento dato dall'ambasciatore britannico in occasione del compleanno della Regina. Invece per una manifestazione tanto temuta (il tam tam sulla guerriglia in Rete era partito da giorni) tutti potevano parcheggiare fino a pochi minuti prima dell'arrivo del corteo nell'intera area, da via Emanuele Filiberto fino a oltre le mura. Vale a dire nei luoghi in cui la polizia ha poi fatto convergere i cosiddetti black bloc e dove subito dopo sono iniziati gli scontri, poi proseguiti quasi tre ore. Inevitabile non solo che il Ducato dei 'neri' restasse lì indisturbato, ma anche l'altro effetto di cui Maroni non parla, cioè le diverse auto date alle fiamme.
Anche i cassonetti e i grossi bidoni di ghisa della spazzatura agli angoli della piazza non sono stati spostati, contrariamente a quanto avviene per eventi molto più pacifici come il concerto del Primo Maggio. Sia gli uni sia gli altri sono stati utilizzati dai black bloc per appiccare incendi e come materiale da barricata.

Il Viminale dovrebbe inoltre chiedersi com'è stato possibile che un gruppo (stimato a seconda delle varie testimonianze di chi l'ha visto all'opera tra le 150 e le 400 persone) possa essere stato in grado di appropriarsi di fatto di un'area molto vasta (piazza San Giovanni), spaccando con tutta calma vetrine, appiccando incendi, distruggendo ogni cosa mentre decine di persone (giornalisti, ovviamente, ma anche curiosi e perfino turisti!) li fotografavano e li riprendevano con le videocamere.

Di qui l'esaltazione dei black bloc o 'neri' che siano. Già in piazza erano esaltatissimi delle loro gesta (era tutto un 'dammi un cinque' dopo ogni vetrina distrutta o auto incendiata): e nelle ore successive - tanto su Internet tanto nelle intervisteai giornali - si sono pavoneggiati per la loro presunta vittoria.

'Vittoria' (ammesso che si a tale) dal respiro cortissimo, anche se loro non se ne accorgono fanno finta di non accorgersene: aver tenuto in scacco una piazza ed esser finiti su tutti i giornali del mondo porta inevitabilmente a una secca riduzione degli spazi garantiti di dissenso e di opposizione, tanto che già nelle ore successive si è scatenata una caccia da parte di molti politici al Web, in particolare a Facebook e Twitter. Senza dire, ovviamente, che con la loro 'vittoria' hanno tarpato le ali a ogni futura declinazione, in Italia, di un movimento di protesta mondiale contro quello che a parole loro dicono di voler combattere: il turbocapitalismo finanziario che produce precarietà e povertà.

Questo il doppio successo di Viminale e 'black bloc', sabato a Roma.

l'Espresso

Cicchitti, Indignati e Infiltrati

Chissà se per calcolo o per pigrizia mentale, politici e commentatori governativi si comportano come dei Cicchitto qualsiasi e affrontano il fenomeno mondiale degli Indignati attingendo all'armamentario del secolo scorso. Li descrivono come un branco di figli di papà che vanno in piazza perché non hanno voglia di lavorare, violenti e complici dei violenti. Si tratta di una ricostruzione fasulla e stucchevole, che non distinguendo fra Indignati e Infiltrati finisce per fare il gioco di questi ultimi nel cancellare dal dibattito pubblico le ragioni della protesta. Vogliamo ricordarle? Le critiche all'avidità dei banchieri di Francoforte, Londra e Wall Street che hanno assassinato il capitalismo dei produttori, avvelenandolo con le loro alchimie finanziarie. La difesa dello Stato Sociale, cioè delle conquiste che, pur fra sprechi evidenti, ci hanno garantito condizioni di sicurezza e benessere mai raggiunte nella storia. Il rifiuto di rinunciare ai propri diritti per consentire ad altri di conservare i propri privilegi. La proposta di una società nuova, fondata sul Noi anziché sull'Io, e contraddistinta dalla partecipazione attiva alla vita del territorio e alla gestione di beni comuni come l'acqua e l'istruzione.

Sono ideali di destra o di sinistra? Boh, non saprei. Sono ideali. E di questi bisognerebbe discutere, non del teppismo dei soliti noti, che dagli stadi ai cortei sono sempre gli stessi, così come sempre la stessa è l'incapacità dello Stato di toglierli di mezzo, una volta per tutte.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

domenica 16 ottobre 2011

Vergüenza

Ieri in 951 città di 82 Paesi del mondo sono scesi in piazza cittadini di ogni età, ma soprattutto giovani, per protestare contro un sistema economico che si preoccupa di salvare le banche prima dei cittadini. Sono i cosiddetti «Indignati», che hanno preso il nome dai manifestanti spagnoli che in primavera hanno occupato la Puerta del Sol a Madrid per denunciare la disoccupazione crescente, la precarietà dilagante e i privilegi della casta economica e di quella finanziaria.

La protesta ha fatto proseliti e in queste settimane i riflettori si sono concentrati a New York sugli «occupanti» di Zuccotti Park, una piazza poco lontana da Wall Street, dove è stato costruito un piccolo accampamento che intende contrapporre l’uomo della strada, che soffre la crisi, ai broker della Borsa che sono tornati a prendere bonus milionari. La mobilitazione americana non è mai sfuggita di mano e, di fronte alle accuse del sindaco di sporcare e deturpare, gli occupanti si sono messi al lavoro per lavare e pulire.

Poi ieri c’è stata la prova mondiale di un movimento che sta raccogliendo la comprensione di giornali, televisioni, comuni cittadini, politici e perfino di banchieri.
In 950 città le manifestazioni sono state assolutamente pacifiche: colorate, rumorose ma ordinate.
In una soltanto si è scatenata una violenza spaventosa e senza freni: a Roma. Anche ieri abbiamo mostrato al mondo un’anomalia italiana.
Anche oggi ci tocca vergognarci.

Mentre a New York i ragazzi indossavano distintivi pacifisti ed erano armati solo di scope e spazzoloni per pulire, da noi indossavano caschi e erano armati di bombe carta.
La colonna sonora a Manhattan è quella del tamburino che suona i bonghi (e il dibattito tra le tende è se debba fermarsi dopo pranzo per non disturbare chi riposa nelle case vicine) o dei buddisti che pregano ripetendo «Om». L’odore è quello degli incensi di attempati figli dei fiori.

La nostra colonna sonora invece, come troppe volte nella storia italiana, è quella delle sirene dei blindati di polizia e carabinieri, dei rotori degli elicotteri che sorvolano gli scontri e delle esplosioni, mentre l’odore è quello acre dei lacrimogeni o del fumo delle auto incendiate.
Perché è accaduto a Roma, perché è accaduto solo da noi, perché alcune migliaia di ragazzi che volevano solo la guerriglia sono riusciti a prendere in ostaggio una città, un movimento nascente e a distruggere ogni possibilità di mobilitazione pacifica e fruttuosa?
Perché l’Italia si ritrova ancora prigioniera della violenza e degli estremisti? Perché siamo sempre condannati a veder soffocare le spinte per il cambiamento tra i lacrimogeni?

Penso spesso al nostro destino beffardo: da questa parte dell’Oceano le proteste del ‘68 si sono trasformate nel terrorismo o negli scontri del ‘77, uccidendo non solo uomini ma anche idee e ideali. Dall’altra parte la violenza non ha vinto e il movimento che sognava di cambiare il mondo è riuscito a farlo inventandosi le energie alternative o la Silicon Valley: al posto dei leader dell’Autonomia l’America ha avuto Steve Jobs, che faceva uso di droghe ma le sue visioni erano futuristiche e non apocalittiche.

Da noi accade ancora perché non abbiamo mai preso (uso il plurale perché dovrebbe farlo la società tutta) le distanze in modo netto e definitivo dalle pratiche violente. Perché siamo i massimi cultori del «Ma» e del «Però», che servono a giustificare qualunque cosa in nome di qualcos’altro. Per guarire dovremmo eliminarli dal vocabolario. Smettere di relativizzare la violenza perché, a seconda dei tempi, a giustificarla c’è il regime democristiano, quello berlusconiano, l’alta velocità o qualche riforma indigesta.

Milioni di italiani sono indignati dalla nostra classe politica, dalla lontananza che chi ci governa mostra verso i problemi reali dei cittadini, e dalla mancanza di investimenti sul futuro dei giovani. Ma non per questo pensano di scendere per strada a bruciare l’auto del vicino e non per questo sono meno indignati, arrabbiati o sfiniti. Di certo considerano quei manifestanti dei vandali e dei criminali, che non conoscono il valore del rispetto e non hanno mai faticato per guadagnarsi da vivere.

Ora la rabbia è grande, ma state sicuri che tra tre giorni quando le forze dell’ordine avranno identificato alcuni di questi ragazzi e un magistrato li indagherà, allora si alzeranno voci pronte a difenderli, a giustificarli e a mettere sul banco degli imputati giudici e poliziotti colpevoli di non capire e di essere troppo severi. Ma la democrazia si preserva difendendo la convivenza e il diritto delle migliaia che volevano manifestare pacificamente, non schiacciando l’occhio agli estremisti.

Tutto questo da noi accade però anche per un altro motivo: perché la nostra malattia è la mancanza di un pensiero costruttivo. Se ripetiamo continuamente ai giovani che non c’è futuro ma solo declino e precarietà, se li intossichiamo di cinismo, scenari catastrofici e neghiamo spazio alla speranza, allora cancelliamo ogni occasione per una spinta al cambiamento. Ai giovani allora restano solo due possibilità: un atteggiamento di rassegnazione e di apatia che trova riscatto momentaneo solo nello sballo degli Happy Hour (le ore del lungo aperitivo che dal tramonto si trascina fino a notte fonda) o un atteggiamento di rottura. Perché se si dice che nulla si può costruire, allora non resta che la pulsione a sfasciare e distruggere.

Una sola speranza ci resta ed è legata a quei giovani che non ascoltano, che si tappano le orecchie di fronte ai discorsi improntati al pessimismo e che nel loro cuore sognano e sperano. Ce ne sono ben più di quanto si possa immaginare e molti erano in piazza ieri: li abbiamo visti battere le mani a polizia e carabinieri, li abbiamo visti provare a cacciare dal corteo gli incappucciati, li abbiamo visti piangere di rabbia. Ragazzi, il futuro è vostro se imparate subito a rifiutare la violenza, a non tollerarla mai, a isolare chi la predica e la mette in atto, a denunciarla il giorno prima e non quando ormai il corteo è partito. Il futuro esiste se ve lo costruite con speranza e tenacia e se non ve lo fate scippare da chi non crede in nulla.

di Mario Calabresi; LA STAMPA

venerdì 14 ottobre 2011

Fiducia

316 a 301, tiè! Avanti con le riforme.
Io ci credo.

Buona notte

Non ho contato gli sbadigli di Bossi perché stavo sbadigliando anch’io. Però mi hanno sinceramente sorpreso. Mai avrei immaginato che uno come lui si mettesse la mano davanti alla bocca.

Per fortuna le telecamere hanno tenuto la contabilità al posto mio, immortalando fin nei dettagli la performance dello stregone leghista seduto di sguincio accanto all’Anziano Leader durante il trascinante Discorso della Fiducia: dodici sbadigli in dodici minuti, alcuni davvero molto belli. Smorfie che diventavano conati, fra uno spalancamento di fauci e uno strabuzzare d’occhi. Imperdibile il passaggio in cui Berlusconi cita il federalismo e tenta di fare «pat pat» sulla testa di Bossi, neanche fosse un peluche. Invece la manca clamorosamente e allora procede a tentoni, cercando almeno di cingergli le spalle, mentre l’altro inghiotte il dodicesimo sbadiglio e si sforza di assumere un contegno adeguato alle circostanze. Ma la noia, non potendo più uscirgli dalla bocca, sale negli occhi e gli provoca l’abbassamento delle palpebre.

Gli sbadigli di Bossi potrebbero diventare per Berlusconi quel che per Craxi fu il trauma della canotta. I lettori diversamente giovani ricorderanno ancora l’episodio: era l’estate del 1991 e il segretario socialista stava parlando dalla tribuna del congresso del suo partito, quando sotto la camicia bianca intrisa di sudore apparve in controluce una canottiera senza maniche. Nell’immaginario del potere, l’affioramento della canotta certificò l’esaurimento del suo carisma. A completare l’opera ci pensò l’anno dopo Mani Pulite, ma tutto era cominciato quel giorno.

Gli sbadigli raccontano la fine di un’altra stagione. Be. e Bo., i rivoluzionari che avrebbero dovuto spazzare via la Casta, sono i nuovi professionisti della politica, aggrappati disperatamente alle poltrone da cui sbadigliano o parlano, come il premier, per non dire assolutamente nulla. Nulla di quel che ti aspetteresti dal capo di un governo che è appena andato sotto sulla legge di bilancio, al culmine della crisi economica più drammatica dei tempi moderni. Nessuna visione, nessun progetto, nessun traguardo diverso dal tirare a campare e dall’esorcizzare la propria decadenza agitando il consueto feticcio: la mancanza di alternative migliori di lui, mentre col passare dei giorni lo stanno diventando un po’ tutte, da Gianni Letta agli Inti Illimani.

Di Pietro ha paragonato il Berlusconi di ieri a Wanna Marchi, ma è stato ingeneroso. Verso la Wanna, che almeno vendeva sogni, mentre l’Anziano Leader da qualche tempo commercia soltanto in paure.

Be. & Bo. ricordano certi pensionati seduti al bar davanti a un grappino. Uno borbotta, l’altro sbadiglia. Ed entrambi hanno un solo pensiero fisso: come resistere ancora un po’ per poter lasciare qualcosa ai figli, prima che i Casini e i Maroni si prendano tutto. Il resto è noia.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

giovedì 13 ottobre 2011

A nostra insaputa

La buona fede di Claudio Scajola. Ecco un tema filosofico-antropologico interessante. Dice ai giornalisti che Marco Biagi è un rompicoglioni e i giornalisti lo scrivono a sua insaputa. Acquista una casa alla metà della metà del prezzo di mercato e qualcuno gli paga la differenza a sua insaputa. Poi minaccia la congiura, va a parlare con Berlusconi, trova un’intesa ma non vota il Def e quasi fa cadere il governo a sua insaputa. La buona fede di Claudio Scajola: dopo tre indizi, il suo problema è che gli crediamo.
di Mattia Feltri; LA STAMPA

mercoledì 12 ottobre 2011

Primo impiego

Daniela Santanché è una signora molto permalosa. Se ritiene di avere subito un torto o di essere stata dileggiata, si lega l’offesa al dito e non perdona chi gliel’ha rivolta. Anche l’autore di questa rubrica continua a vivere un periodo di squalifica per aver denunciato che, nell’ambito della fuga dei cervelli, un bel giorno era fuggito pure quello della Santanché. Era una facezia, va da sé. Ce ne scusiamo con Daniela e con il suo cervello che tra l’altro non è mai fuggito: è ancora in Italia e aspetta il primo impiego.
di Mattia Feltri; LA STAMPA

martedì 11 ottobre 2011

Incidente di percorso

Governo battuto alla Camera sul rendiconto generale dello Stato per l'esercizio finanziario 2010.
Forza Gnocca non tira ancora. Perciò chiediamo le dimissioni dei culattoni.

Il metodista

Poco, anzi quasi niente, s'è saputo della visita di Berlusconi da Putin, per il compleanno del premier russo nell'isolata tenuta di Valdai, a metà strada fra Mosca e San Pietroburgo. E tuttavia, pare che i lamenti berlusconiani per come egli viene trattato dai giudici e dai giornalisti siano stati - fra uno spettacolino e l'altro - uno degli ingredienti principali della festa. L'amico Vladimir, intenerito dalle sofferenze del Cavaliere, deve avergli dato qualche consiglio per superare questi tormenti.

Infatti, appena Berlusconi è tornato in Italia, il governo nostrano - forse ispirato da Vlad - ha deciso di inviare gli ispettori nelle procure di Napoli e di Bari che stanno dando fastidio al premier. Ma c'anche un altro metodo, molto putiniano, che potrebbe essere importato quaggiù. Funziona così. Lo zar russo ha ingaggiato lo scorso anno una bella e giovane fanciulla, che ha sedotto numerosi esponenti dell'opposizione e alcuni giornalisti anti-governativi portandoli in un appartamento, dove venivano filmati da telecamere nascoste. I video a luci rosse sono stati poi messi on line.

Il metodo forza gnocca, così può essere ribattezzata oggi questa strategia, che è decisamente più tenera del metodo Boffo già più volte sperimentato da queste parti. In più, se viene importata l'idea putiniana, ossia quella degli incontri hot ad uso dei nemici di destra, di centro e di sinistra del Cav., la si può anche ulteriormente addolcire tramite una bella colonna sonora. Gli altoparlanti dell'alcova potrebbero diffondere la voce di Alessandra Mussolini che canta l'inno di Forza Gnocca, ma soprattutto potrebbero emanare il suono dell'ultima canzone della Banda Osiris, che sta furoreggiando sul web ed è il rifacimento del motivetto di Forza Italia. Fa così: "E forza gnocca, pericolo pubico. / E forza gnocca, variante di valico. /E forza gnocca, la fronda non mi avrà, / io resto ad Arcore col bunga bunga che Formigoni non ha". Ma magari, se lui e tutti gli altri continuano a fare i seccatori, gli si può procurare.

di Mario Ajello; Il Messaggero

Grasso che cola

Dopo il governo danese, anche quello britannico di Cameron sta seriamente pensando di mettere una tassa sul burro e sui cibi unti, con l’obiettivo moraleggiante di convertire eserciti di obesi al pinzimonio e la speranza cinica di utilizzare la gola dei grassoni per rimpinguare le casse emaciate dello Stato. Mi rendo conto che nei periodi di vacche magre tutto fa brodo, soprattutto i grassi. Inoltre dicono che si tratterebbe di una forma di autofinanziamento: i soldi dell’imposta serviranno a pagare le cure mediche degli obesi, che pesano sulle tasche dell’intera comunità. In Danimarca, forse. In Inghilterra già ne dubito. Mentre nei Paesi dell’Europa mediterranea (ve ne viene in mente qualcuno?) ho la ragionevole certezza che, prima di raggiungere gli ospedali, i denari ricavati dalla ciccia si perderebbero fra i muscoli flaccidi del corpaccione burocratico, andando a rimpinguare la pancia mai sazia dei corrotti. Perché allora non finanziare con le tasse sui vizi una riduzione delle imposte sulle virtù? Se lo Stato vuole spingerci a comportamenti salutisti, otterrebbe molto meglio il suo scopo aiutandoci a pagare di meno le cose che fanno bene. Le quali, dalle energie pulite ai cibi biologici, sono invece le più care di tutte.

Inchiostro sprecato, lo so. Se la parificazione del burro agli alcolici è un formidabile segno dei tempi, rimane vecchissima la soluzione proposta: risolvere ogni problema mettendoci sopra un balzello. Un difetto da cui la politica obesa non vuole guarire. Tanto la tassa sui suoi vizi la paghiamo noi.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

sabato 8 ottobre 2011

Qualcuno...

Per il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha aperto il tour nazionale di Fli a Palermo, la legge sulle intercettazioni ''non e' la migliore legge per l'interesse nazionale ma forse per l'interesse personale di qualcuno''. (ANSA).

Già, ma chi?

Il circo della patonza

La sera andavamo a Palacio Berlusconi, così si chiama, in onore del Cavaliere, il bordello che ha aperto in Argentina, nella città di Rosario. Il nome è bello e fantasioso, e molto appropriato, ma gli arredamenti lasciano a desiderare dal punto di vista della fantasia.

Le solite tappezzerie rosse, le luci soffuse, i divanetti promiscui, gli angoli bui, la lussuria che trasuda dalle pareti. Suggerimenti per rendere Palacio Berlusconi più erogeno.

Gli amplificatori diffondano la voce di Ale Mussolini che canta - lo ha fatto anche ieri a radio Rai - «e Forza Gnocca, noi siamo tantissime....» (sul ritmo della vecchia «e Forza Italia....»).

Dal soffitto, devono pendere tante striscioline di carta, sulle quali sono riprodotte le frasi cult delle intercettazioni telefoniche pubblicate in queste settimane. Del tipo: «Avevo la fila fiori dalla porta, ce n’erano undici ma sono stato solo con otto». Oppure (Tarantini a Berlusconi): «ma lei, alle donne, che cosa gli fa? Impazziscono tutte per lei, e non lo dico per piaggeria». O ancora, ovvio: «La patonza deve girare».

Sui muri, i seguenti cartelli: «Forza Gnocca tira più di un carro di buoi» e «la democrazia è fica». A servire i cocktail, l’avvocato Ghedini. A cantare sul palco - ci si perdoni l’accostamento incongruo - l’ottimo Ivano Fossati. Perchè la sua nuova canzone è il riassunto di Palacio Berlusconi e di tutto il resto: «La decadenza».

di Mario Ajello; Il Messaggero

giovedì 6 ottobre 2011

Goodbye

Ecco, stavo scrivendo titoli di coda con l'iPad. E stavo parlando dell'ultimo show della Apple, dell'iPhone che dialoga con il suo proprietario. Poi è uscita una notifica, sull'iPad, era il servizio di notizie della Cnn che diceva, in inglese: è morto Steve Jobs. Me l'ha detto il "suo" iPad.

Non è una sorpresa, per poche persone le condizioni di salute sono state una notizia pubblica, costantemente monitorata, come per il mago della mela.

Sarà retorico, lo diranno tutti, ma andate su Youtube e cercate il discorso di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford, magari nella versione con i sotto titoli in italiano. Ogni parola guadagnerà un significato ancora più profondo oggi.

di Mauro Evangelisti; Il Messaggero

Stabile consapevolezza

In quarantacinque anni di Prima Repubblica i governi avevano un’aspettativa di vita di undici mesi. Poi è arrivata la Seconda Repubblica. Dei leader abbiamo giudizi anche severi, ma la Seconda Repubblica ha introdotto il bipolarismo, maggioranze più solide, opposizioni più ferree, un certo interventismo della magistratura, un nuovo ruolo per gli imprenditori, le categorie, i giornali e, al di là dei problemi economici, dobbiamo ammettere che oggi abbiamo una stabilità che prima non c’era: siamo stabilmente nella m.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Extrema ratio

C’è ancora qualcosa che ha il potere di stupirci? Sfogliamo il notiziario di giornata. La Regione Lazio della sora Polverini, in preda a un attacco di cultura, organizza per gli alunni delle elementari romane la proiezione di una puntata de «I Cesaroni». Olè. Il Partito Democratico riesce a dividersi persino sulla nomina del presidente dell’Anci, l’associazione dei sindaci. Hanno fatto le primarie, non è una battuta, e lo sconfitto ha chiesto il riconteggio: neanche questa è una battuta. Olè. La figlia del presidente del Consiglio manda un esposto al ministro di Giustizia nominato dal presidente del Consiglio per lamentarsi di una sentenza che riguarda un’azienda del presidente del Consiglio. Olè. La Virtus Bologna allunga oltre due milioni di dollari a un giocatore di basket della NBA per giocare una partita sola. Doppio olè (uno a milione). La crisi toglie il sonno agli italiani, invece la Camera si occupa forsennatamente di imbavagliare le intercettazioni, una pratica che interessa soltanto chi sta al telefono coi pregiudicati, mentre i provvedimenti dimagri-casta agitati come turiboli d’incenso per tutta l’estate si devono essere persi in qualche sottoscala. Olè. Le agenzie di rating ci declassano, ma il ministro dell’Economia con delega alla saccenza se ne infischia e pure le Borse, mai andate così bene. Olè.

Mi domando cosa possa ancora scuoterci da tanto torpore. Forse il manipolo di democristiani che, a sentire i sussurri di Palazzo, fra qualche settimana farà cadere il governo: quello sì sarebbe stupefacente.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Stay hungry, stay foolish!

Sud-Est

E’ crollato un muro, ma è come se si fosse spalancato un sipario. Le donne morte nel sottoscala di una palazzina di Barletta confezionavano tute e magliette per meno di quattro euro all’ora. Tina, Matilda, Giovanna, Antonella: il Sud-Est asiatico nel Sud-Est italiano.

Avevano trent’anni, un marito disoccupato e il mutuo della casa da pagare: la condizione disperata di chi non può più contrattare neppure la propria dignità. La tragedia ha scoperchiato un destino analogo a quello di mille altri sottoscala, dove si lavora stipati come conigli in tane fetide, senza uscite di sicurezza e senza luce.

Funziona così: l’azienda fallisce, chiude, licenzia e poi riapre in un seminterrato, che a volte è addirittura un garage, offrendo lavoro nero e sottopagato a un manipolo di donne - giovani madri, per lo più - disposte a tutto pur di aiutare la famiglia a sopravvivere. Sono le schiave dei tempi moderni. Condannate a ripetere lo stesso gesto per dieci, dodici, quattordici ore al giorno. Troppo stanche, angosciate e ricattabili per poter protestare o anche solo prendere coscienza dei propri diritti. «Se non ora quando?» è una domanda che sfiorisce prima di giungere ai loro orecchi. Non può esistere idea di riscossa per chi ha come orizzonte esistenziale la prossima bolletta.

Nessuno vuole infierire sui datori di lavoro che nell’incidente di Barletta hanno perso la figlia quattordicenne, scesa nel seminterrato in cerca dei genitori un attimo prima del crollo. Ma chi fa lavorare dodici donne in un buco fatiscente di quindici metri quadrati non è un imprenditore. E’ un disgraziato. Nessun ragionamento economico giustifica lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un principio che vale ovunque, ma a maggior ragione in questa parte di mondo, dove certi racconti speravamo di averli confinati per sempre nei romanzi di Charles Dickens. Stiamo assistendo alla deriva caricaturale della globalizzazione. Stiamo importando condizioni di lavoro cinesi (e proprio mentre i cinesi cominciano gradualmente ad abbandonarle) perché pretendiamo di fare concorrenza alle tigri asiatiche sul terreno del famigerato «low cost». Ma una tuta italiana non dev’essere più economica di una tuta cinese.

Dev’essere più bella. Altrimenti che italiana è? Da questa crisi non si esce riducendo i lavoratori più deboli al rango di bestie, ma elevando la qualità del prodotto, cioè dei dipendenti, con corsi professionali che li riqualifichino. Urge tornare tutti a scuola di italianità - operai, artigiani e imprenditori - imparando di nuovo a produrre oggetti eleganti e geniali, non tristi fotocopie di altre fotocopie. Continuo a sognare un’Italia del Sud che riesca a trarre benessere dalle sue miniere inesplorate di natura e cultura. A far soldi con gli agriturismi non con le magliette, con i musei non con le magliette, con i tramonti non con le magliette. Il mondo ci percepisce come il deposito della bellezza e della qualità della vita. Invece noi continuiamo a rinnegare noi stessi, in nome di una visione piccola e frustrata, da eterni Malavoglia incapaci di alzare gli occhi dal seminterrato quotidiano in cui ci siamo autoreclusi, per risvegliare finalmente la meraviglia addormentata che ci circonda da sempre.
di Massimo Gramellini; LA STAMPA

sabato 1 ottobre 2011

Diversamente terroni

È sconsolante che, con tutti i guai che abbiamo, si debba ancora star qui a spiegare perché il 25 aprile è festa nazionale, oppure che la Padania non esiste, come ha dovuto ricordare anche ieri Napolitano. C’è uno Stato che cade a pezzi, decisioni urgenti e impopolari da prendere, il bisogno disperato di qualcuno che unisca l’Italia indicandole una direzione comune. Invece siamo sempre fermi sulla stessa mattonella, a dividerci sulla cacciata dei nazisti e su chi ha più ladri e mangioni nelle proprie file, ma soprattutto a discettare su un popolo immaginario, il padano, non riconosciuto come tale neppure dalla maggioranza di coloro che dovrebbero farne parte.

Quanta gente dovrà ancora perdere il lavoro, la speranza e la pazienza prima che la politica smetta di occuparsi di ministeri a Monza, giri della Padania e altre pagliacciate persino divertenti in epoca di benessere, ma che in questo clima di povertà incombente scaturiscono lo stesso effetto di una barzelletta sporca raccontata in un ospedale? Se una minoranza di cittadini del Nord è convinta di poter imporre la secessione con un colpo di mano rivoluzionario, smetta di berciare slogan e dia l’assalto ai nostri palazzi d’inverno. Ci troverà lì dentro a difenderli. Se invece il piano del geniale stratega del dito medio è di scommettere sull’apocalisse economica affinché dalle macerie dell’Europa nasca una supernazione tedesca che trasformi l’Italia settentrionale nel suo Mezzogiorno, temo abbia fatto male i suoi calcoli. I tedeschi sono gente seria. Di persone come lui non sanno proprio che farsene.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA